Città

La smart city sarà inclusiva?

Inauguriamo oggi la serie Le città del futuro. Partendo dall’inclusione, un tema che ci sta molto a cuore
Piazza Aperta di Dergano, Comune di Milano. Fotografia del Comune di Milano
Piazza Aperta di Dergano, Comune di Milano. Fotografia del Comune di Milano Credit: sexandthecity.space
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26 luglio 2022 Aggiornato alle 11:00

Marciapiedi dissestati o troppo piccoli, autobus che non passano, aree inaccessibili o pericolose per il traffico pedonale, scivoli inesistenti o bloccati da parcheggiatori egoisti, ascensori mancanti o eternamente guasti, zone mal illuminate, architetture ostili. Se non avete mai notato questi dettagli nella vostra città, o non hanno mai influenzato in modo particolare la vostra vita, c’è un’ottima possibilità che siate uomini giovani e abili.

L’architettura e la pianificazione urbanistica degli spazi che abitiamo non è qualcosa di neutro: è pensata e disegnata da qualcuno per qualcuno, immaginando cioè una persona ideale che in quegli spazi dovrà viversi e muoversi. Quella persona è quasi sempre un individuo di sesso maschile, senza problemi di motilità e che non deve condurre dispositivi a rotelle, come sedie o passeggini per bambini.

«Quando i responsabili dei progetti non tengono conto della diversità dei sessi, gli spazi pubblici diventano maschili di default. Solo che metà della popolazione mondiale ha un corpo femminile».

Queste semplici eppure illuminanti parole chiudono il capitolo dedicato alla progettazione degli spazi urbani del libro Invisibili – Come il mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano (Einaudi) di Caroline Criado Perez. Un testo che riflette non solo sulla cronica mancanza di dati di genere in moltissimi campi ma, soprattutto, che mostra come alla base di moltissime scelte che regolano le nostre vite come individui e come società – dalle temperature settate negli uffici alle dimensioni dei nostri smartphone, passando per gli studi scientifici e la fila alla toilette – ci sia una visione maschilista e patriarcale del mondo.

Non si tratta tanto di scelte deliberatamente pensate per punire chi maschio, giovane e abile non è, quanto di un’incapacità o una mancata volontà di considerare l’esistenza di persone i cui corpi e le cui vite hanno caratteristiche e necessità diverse. L’approccio al tessuto urbano, infatti, cambia non solo in base al genere ma anche a fattori come la classe sociale, l’età, la presenza o meno di figli e la possibilità di muoversi autonomamente con o senza l’ausilio di dispositivi come stampelle o sedie a rotelle.

Cosa significa questo concretamente? Che nella progettazione urbanistica si dà priorità a chi si sposta in auto per recarsi in ufficio – statisticamente più gli uomini che le donne – piuttosto che a chi si muove a piedi (mamme con bambini, anziani assieme a chi li assiste, chi non può permettersi la macchina…). O che nel trasporto pubblico si favoriscono gli spostamenti lineari tipici del traffico pendolare 9-18 (maschile), penalizzando il modo di muoversi delle donne che segue pattern più frammentati, fatti di piccoli spostamenti legati alle necessità del lavoro di cura o riproduttivo.

O, ancora, che nella progettazione delle stazioni l’attenzione all’accessibilità si limiti al rispetto delle normative, senza riuscire a immaginare come rendere realmente fruibili queste strutture anche a chi non può muoversi agilmente o deve spostare passeggini e sedie a rotelle. O che, più semplicemente, marciapiedi e vialetti non sono abbastanza larghi per passarci con questi dispositivi. O, ancora, che le panchine “ostili”, pensate cinicamente per non essere giaciglio per le persone senza fissa dimora diventano un ostacolo anche per le persone grasse, anziane o con disabilità, che vogliono sedervisi.

L’obiezione che viene talvolta mossa a queste considerazioni è che alcune scelte devono basarsi sui grandi numeri e, quindi, su cosa è meglio per la maggioranza della popolazione: posto che ogni individuo deve essere rispettato e valorizzato nella sua individualità, non sempre le persone che vengono penalizzate da scelte urbanistiche o architettoniche pensate da (alcuni) uomini per (alcuni) uomini sono parte di una minoranza residuale. Solo le donne rappresentano più di metà della popolazione, eppure gli spazi disegnati e immaginati non sono mai a loro misura.

Piani di trasporto pubblico, la distribuzione – e l’accessibilità - delle toilette pubbliche, la possibilità di utilizzare percorsi alternativi alle scale, il progetto di un parco o di un marciapiede e persino l’altezza delle siepi (dietro cui possono nascondersi eventuali malintenzionati) sono decisioni che possono influenzare profondamente la fruibilità degli spazi da parte di alcune persone, le cui istanze devono essere tenute in considerazione se vogliamo realizzare città che ogni cittadino possa abitare con dignità.

Ripensare questi spazi è possibile solo partendo dall’ascolto di queste istanze, accogliendole e modellandovi attorno le città. Come potrebbe configurarsi una metropoli concepita per le donne che lavorano, che spingono passeggini, che si prendono cura dei nostri anziani? Questa domanda non ha risposte solo teoriche – che Leslie Kern ha esplorato in La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini (Treccani Libri) – ma anche applicazioni pratiche che mostrano come potrebbe essere, davvero, La città delle donne che lavorano.

Il nome non è di fantasia, ma è la traduzione di Frauen werk stadt, un quartiere composto da 350 alloggi di edilizia popolare costruito a Vienna tra il 1995 e il 1997 basandosi su dati statistici di genere e sui bisogni delle persone che avrebbero abitato il complesso.

La Città delle donne lavoratrici non ha solo un asilo nido interno ma sorge in una zona vicina alle scuole e ai mezzi di trasporto pubblico. Questa non è una scelta casuale, ma legata all’osservazione dei dati e all’ascolto delle donne: non solo le analisi avevano mostrato come l’utenza degli autobus fosse prevalentemente femminile, ma era stato appurato che ad accompagnare i figli a scuola fossero soprattutto le donne.

L’intero complesso – composto da edifici bassi che si affacciano su cortili comuni è pensato secondo il concetto della “città dei 15 minuti”, un modello urbanistico che prevede l’accesso a tutti i servizi nell’arco di un quarto d’ora a piedi.

Un modello che, a distanza di ormai quasi 20 anni, è ancora ben lontano da trovare attuazione. Per questo, ancora oggi è necessario ri-immaginare gli spazi, uscendo dalla visione secondo cui pensare al maschile significhi pensare in modo neutro e abbandonando la concezione per cui, come ricorda Sveva Maragaggia, «l’uomo bianco, eterosessuale e normodotato è il significante assoluto del pieno e libero soggetto sociale. Lui si pensa e è pensato come “prototipo unico della specie umana”, è il cittadino per eccellenza, gli altri sono “minoranze”».

Questo è l’obiettivo, a esempio, di Sex & The City, un’associazione di promozione sociale nata a Milano che osserva le città da un punto di vista di genere attraverso progetti teorici e pratici, incontri pubblici e un progetto di ricerca specifico per aiutare a formulare politiche che possano organizzare gli spazi puntando al benessere di tutti, tutte e tuttə. Si tratta di una lettura di genere degli spazi urbani che «persegue il superamento dei dualismi conflittuali» non solo tra maschile e femminile ma anche tra produzione e riproduzione, spazio pubblico e spazio privato.

Come abbiamo visto, però, il genere non è che uno dei – fondamentali – aspetti che è necessario accogliere nella riflessione e della pianificazione pratica degli spazi: nel 2020 il 23% della popolazione italiana era formata da over 65 – un numero destinato a crescere in un paese che invecchia sempre più e in cui l’aspettativa di vita si allunga – senza dimenticare i 3,1 milioni di persone con disabilità (sono il 5,2% della popolazione) e delle persone senza fissa dimora, stimate in circa 500mila, che devono convivere con architetture sempre più ostili e disumane pensate per allontanare gli indesiderati ancora più ai margini nella società.

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