Futuro

Passaggio in India: per la saggezza digitale

Nel Paese il concetto di open e.commerce è realtà. Un’iniziativa pubblica che abbatte i vantaggi oligopolistici delle piattaforme più grandi. Una policy antitrust fatta di regole e azione. Che anche l’Europa potrebbe studiare
EPA/JAGADEESH NV
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4 agosto 2022 Aggiornato alle 06:30

Gli Europei hanno sempre molto da imparare quando compiono un viaggio in India. Ogni volta se ne stupiscono. Ma dovrebbero averlo appreso negli anni. Lo spirito di indipendenza indiano, aumentato dalla competenza digitale acquisita negli ultimi decenni, ha generato un progetto che proprio in questi giorni diventa realtà in almeno cento città del subcontinente. Si tratta di un progetto di open e.commerce. Destinato a ridurre i vantaggi degli oligopolisti globali, favorire l’accesso delle piccole imprese locali, massimizzare la capacità dei consumatori di confrontare i prezzi. Si chiama Open Network for Digital Commerce (ONDC). È un’iniziativa del governo indiano. E vale la pena di studiarlo.

L’idea naturalmente parte dall’immenso numero di piccole e piccolissime imprese familiari - le kiranas - che in India servono i mercati locali. Il loro accesso alle opportunità dell’e.commerce è sempre stato rallentato da problemi tecnici e dalle enormi quote di profitto che vengono risucchiate dalle piattaforme principali, Amazon e Flipkart (Walmart) in testa. La leva principale del successo dell’Open Network for Digital Commerce si trova nella possibilità di attrarre e servire le kiranas, diventando così un sistema molto importante per i consumatori che cercano servizi e prodotti a portata di mano. Questo crea una nuova grande dimensione dell’economia digitale, con molti nuovi imprenditori e consumatori, che a sua volta impone alle piattaforme di tenerne conto. Di fatto possono farlo senza particolari investimenti ma semplicemente accettando le specifiche tecniche del sistema.

Già. Perché ONDC non è una piattaforma o un intermediario. È uno standard che impone ai partecipanti l’interoperabilità delle funzioni e della gestione dei dati personali, pensato in modo da risolvere tutti i nodi del problema (architettura tecnologica, logistica, confronto dei prezzi, account personali, pagamenti, promozione) con software aperti e soluzioni compatibili. Un consumatore non deve più fare il giro di numerose piattaforme per confrontare i prezzi. Un imprenditore non deve più pagare il 20-30% del fatturato alle piattaforme ma soltanto il 3%. Non si devono fare tanti account quante sono le piattaforme utilizzate. E così via.

L’India risolve in questo modo diversi problemi allo stesso tempo. Avvia una nuova politica industriale nella quale lo sviluppo digitale non è soltanto l’importazione di soluzioni straniere ma è adatto alla struttura dell’economia del subcontinente e orientato a valorizzare l’apporto degli imprenditori locali. Migliora l’efficienza del mercato. Fa leva sulle competenze dei suoi ingegneri e sulla loro cultura tecnica. E, in un certo senso, scrive un nuovo capitolo della policy antitrust che però non si basa soltanto sulle regole ma arriva a creare un’alternativa reale al potere delle piattaforme oligopolistiche.

Per gli europei, ovviamente, non si tratta necessariamente di passare dalla completa dominazione delle piattaforme americane all’autarchia. Non sarebbe una buona idea. Ma si tratta di imparare a unire i temi della regolamentazione a quelli della policy proattiva: non è obbligatorio limitarsi a negare ai monopolisti il diritto di operare liberamente a danno dei consumatori e dell’innovazione; è possibile anche agire concretamente per favorire lo sviluppo di alternative. Il GDPR, per esempio, crea le condizioni normative per l’interoperabilità delle piattaforme almeno dal punto di vista della gestione dei dati personali: ma nessuna piattaforma europea è nata per sfruttare l’opportunità offerta dalla normativa. Guardando all’India verrebbe da pensare che se ne possa creare una, con un’iniziativa pubblica.

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