Diritti

Il lavoro oggi: un connubio di ansia e stress

Tanti ne soffrono, ma nessuno ne parla. Dati alla mano, l’85% degli italiani prima della pandemia pativa disturbi legati a questi due problemi. Un’emergenza che il Covid ha ulteriormente aggravato
Credit: James Kemp
Tempo di lettura 4 min lettura
9 agosto 2022 Aggiornato alle 19:00

«Capacità di lavorare sotto stress».

Provate a cercare un annuncio di lavoro che non reciti questa formula: trovarlo sarà quasi impossibile.

Nella società della performance, infatti, se non rischi il burnout non stai facendo abbastanza.

Orari di lavoro sempre più lunghi, (iper)connessione costante, ritmi sempre più serrati e ambienti di lavoro tossici trasformano le ore di lavoro – e, spesso, anche il tempo libero – in una gara di resistenza che prosciuga i lavoratori fisicamente ed emotivamente. Eppure, non riusciamo a dire basta.

Stress e ansia sono le vere epidemie del nuovo millennio: almeno l’85% degli Italiani prima della pandemia soffriva di disturbi legati allo stress, secondo una ricerca di Assosalute. Dati che il Covid-19 ha solo peggiorato.

Se guardiamo solo all’ansia e allo stress legati al lavoro, lo scenario non è meno preoccupante.

Secondo la ricerca The Workforce View 2020 realizzata da Adp, il 62% degli intervistati prova stress almeno una volta alla settimana, una percentuale che arriva al 68% nel Nord America.

Più che geografiche, però, le differenze sono soprattutto generazionali: i lavoratori più giovani hanno maggiori probabilità di soffrire di stress rispetto ai colleghi più anziani.

Il 70% dei 18‑24enni prova stress almeno una volta alla settimana, rispetto al 50% delle persone di età superiore a 45 anni.

Sono dati inquietanti, ma che non stupiscono: dai lavoratori ci si aspetta che siano grado di gestire carichi di lavoro non commisurati alle ore a disposizione, problemi e ritardi spesso dovuti a incapacità organizzativa, che sacrifichino il proprio tempo libero per rispondere in tempo reale a qualunque richiesta, mentre le emergenze continue si trasformano in nuova routine quotidiana.

Tutto questo mentre i salari – assolutamente inadeguati rispetto a un costo della vita in continua ascesa – rimangono bloccati, il mercato del lavoro si fa sempre più precario e i diritti sempre più risicati.

Allo stress per le condizioni lavorative si aggiunge quindi l’ansia finanziaria e quella per i mancati rinnovi, i licenziamenti massivi e la disoccupazione incombente.

La situazione è diversa per le partite iva, ma non per questo migliore: l’insicurezza sul proprio futuro professionale e le difficoltà finanziarie della libera professione si riversano sulla salute mentale dei liberi professionisti sotto forma di disturbi del sonno, sintomi della depressione e quello che gli esperti definiscono “presenteeism”, che il dizionario Cambridge definisce «l’atto di rimanere al lavoro più a lungo del solito, o di andare a lavorare quando sei malato, per dimostrare che lavori sodo e che sei importante per il tuo datore di lavoro», che si applica per estensione a chi è il datore di lavoro di se stesso e si sente insicuro e stressato.

Anche se riguardano tantissimi lavoratori, stress e ansia sul lavoro sono ancora un grande tabù. Tanti ne soffrono, nessuno ne parla: secondo il report, il 27,5% degli Italiani dichiara che non vorrebbe parlare a nessuno di un eventuale disagio da stress, ansia o depressione sul posto di lavoro, preferendo la riservatezza.

E come potrebbe essere altrimenti, in una società che ci chiede di overperformare e fa del sacrificio totale al lavoro un vanto e un valore? Sopportare in silenzio per molti sembra l’unica possibilità.

Non sorprende, quindi, che dopo la pandemia più della metà degli Italiani voglia cambiare lavoro.

Salari bassi, poche prospettive di carriera e stress: secondo un report Italiani e lavoro nell’anno della transizione realizzato dalla Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, «l’insoddisfazione verso l’attuale condizione lavorativa appare un tratto abbastanza diffuso tra i lavoratori: solo il 38% degli italiani si reputa altamente soddisfatto della propria occupazione. Emerge strisciante un senso di frustrazione che trova origine nelle basse dinamiche retributive e nelle limitate possibilità di crescita professionale».

Ma salari e carriera non sono gli unici motivi di frustrazione: «Emerge, nel desiderio di un cambiamento professionale, anche la voglia più profonda di un maggiore benessere ed equilibrio personale, che la situazione attuale non permette appieno di realizzare. Alla richiesta, infatti, di indicare i requisiti irrinunciabili che dovrebbe avere il nuovo lavoro, assieme al miglioramento retributivo, indicato dal 52,5%, una quota pressoché simile (49%) indica un maggiore equilibrio personale, minore stress, e più tempo da dedicare a se stessi».

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