Economia

È possibile un nuovo capitalismo?

Esasperato dalla globalizzazione, ossessionato dalla crescita dei consumi, il capitalismo di oggi è insostenibile nel lungo periodo. La soluzione? Scegliere consapevolmente, con azioni eque e responsabili. Affinché dalla crisi esca un modello migliore
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12 aprile 2022 Aggiornato alle 08:00

Durante il lockdown abbiamo festeggiato il ritorno dei delfini in laguna (molto meno quello dei cinghiali a Roma) e sembrava che avessimo compreso qualcosa, a esempio il nostro ruolo nel deterioramento dell’ambiente, quanto questo modo sconsiderato di produrre e consumare impattasse sulle vite di tuttə. Sembrava che fossimo prontə per cambiare. Siamo tornatə a parlare di valori, di cura, del senso di responsabilità soggettivo legato alle nostre scelte, anche in veste di consumatorə.

Una tendenza di lungo periodo? Parrebbe di sì, secondo il Report Comieco-IPSOS, che fotografa una maggiore consapevolezza deə italianə rispetto all’impegno collettivo nei confronti dellambiente, dimensione che sale dal 49 al 62% della popolazione.

Eppure, non possiamo ignorare alcuni dati che ci mostrano con chiarezza che in realtà nulla è cambiato. È notizia di qualche giorno fa che parte dei fondi stanziati dal PNRR saranno utilizzati per la realizzazione di nuove strutture militari a Pisa, con un impatto ambientale che daə espertə viene definito come devastante. Continuano le emergenze ambientali, così come quelle umanitarie: stando ai recenti dati Unicef, nel solo 2021 i minori stranieri non accompagnati che hanno fatto ingresso nel nostro Paese sono stati 12.284 (di questi, ben 9.478 via mare).

Cos’è che ci fa riflettere? Che stiamo rinunciando alla possibilità di immaginare un sistema migliore e, ciononostante, non siamo solidi. E che stiamo perpetuando un sistema che si realizza ignorando (quando non utilizzando strumentalmente) le debolezze dei più fragili, mentre è esso stesso incredibilmente vulnerabile.

Il governo ha recentemente approvato il Documento di Economia e Finanza: per il nostro Paese, così come per molte altre economie avanzate, le cose non stanno andando bene. L’invasione russa ha raffreddato le previsioni di crescita del PIL attraverso l’incremento dei prezzi dell’energia, delle materie prime e dei beni alimentari. L’inflazione torna a destare preoccupazione, raggiungendo livelli che non osservavamo da tempo.

Il tema qui non è abbandonare il capitalismo, dal momento che è l’unico modello di produzione e consumo che conosciamo che sia compatibile, in vari gradi, con un sistema di rappresentanza democratica. Il problema è che la configurazione che il capitalismo ha assunto con la globalizzazione, che ne ha esasperato i tratti, è di fatto insostenibile nel lungo periodo. Un modello che non consideri il benessere collettivo, ma che agisca nell’ossessione della crescita della produzione è un modello che non ingloba il valore della responsabilità individuale.

Qual è la soluzione, allora? Consumare meno, consumare meglio, per quanto riguarda ciò che noi tuttə possiamo fare quotidianamente. Rinunciare a quel picco continuo di endorfine che l’atto dell’acquisto ci garantisce e che i prezzi derivanti dalla globalizzazione ci hanno reso possibile. Scegliere consapevolmente a chi dare il nostro denaro, preferendo aziende sostenibili, eque e responsabili. Il che non significa necessariamente spendere meno, o produrre minore ricchezza anche a livello di sistema economico. Scegliere il benessere collettivo con convinzione.

Perché quando affrontiamo una crisi, si apre uno spiraglio nel quale è possibile insinuarsi per affermare un modello nuovo e migliorato. Ma quello spiraglio, se non si agisce, dopo poco si richiude.

Questo è il momento.

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