Futuro

Piacere, sono MJ

Scrivo su un Macbook air, dietro lo schermo una spiaggia di sabbia bianca con la bassa marea, accanto a me una tazza di caffè, nel frattempo un software di elaborazione delle immagini, basato sull’intelligenza artificiale, disegna le mie parole
Credit: The Verge / Midjourney
Tempo di lettura 8 min lettura
20 agosto 2022 Aggiornato alle 06:30

Abbiamo comunicato, io e l’intelligenza artificiale.

Lei ha estratto qualcosa da quell’interazione, elaborando un’immagine e io, ora, provo a fare lo stesso a parole.

Chiamerò questo nuovo interlocutore MJ, per chiarezza e per provare a vedere cosa succede a considerare un’Ia un’identità.

MJ lavora sulla scorta di ciò che la definisce, essendo un software è un insieme di istruzioni ed essendo un’intelligenza artificiale a operarlo c’è un ulteriore livello di sviluppo.

MJ fa un lavoro di grafica sulla base di indicazioni, volutamente scarne, sulla base di ciò che conosce, ciò che ha immagazzinato e ciò che può immaginare.

Se con immaginare teniamo buona la definizione di raffigurazione nel pensiero, nella propria fantasia.

Può un Ia avere fantasia, avere pensiero?

A questa domanda hanno provato a rispondere filosofi molto più navigati di me, persone che hanno provato ad afferrare la definizione stessa di pensiero.

Dare forma a cosa sia il pensiero è un lavoro iniziato nelle prime scuole filosofiche, sublimato poi nell’importanza di definire il valore del pensiero che trovaimo in Descartes con il suo Cogito ergo sum del 1637, “penso, dunque sono”.

Pensare è un’attività psichica, Dante sosteneva che il pensiero fosse “lo proprio atto della ragione” e infatti l’idea stessa di coscienza è connessa al pensiero.

L’uomo pensa, si pensa, quindi esiste con consapevolezza. Perciò, prima di continuare questa speculazione teorica e per evitare di cancellare MJ dal discorso riportandolo sull’umano, provo a proporre una richiesta.

Scrivo: Ia è libera, non ci sono input umani, la realtà è esperita in codice.

MJ risponde così.

Affascinata mi soffermo su quello che restituisce.

La frase è illogica, non è possibile pretendere che MJ disegni un’immagine che non prevede input umani quando la richiesta stessa è un input umano, ma il paradosso mi serve per indurre quest’intelligenza a dirmi come si rappresenta.

MidJourney, consente dopo la prima elaborazione di selezionare una delle immagini e svilupparla ulteriormente.

Osservo le luci, i colori, più che l’immagine di insieme, l’incastro cubico che ricorre. Però, mi rendo conto che le indicazioni sono troppe, soffocanti.

Ritento: Ia si rappresenta.

Mj risponde. Nell’osservare le immagini mi domando se ciò che vedo sia il prodotto di ciò che lei si aspetta io concepisca come restituzione.

Anche se fosse, si tratta pur sempre di una scelta di linguaggio, come quando si sceglie di parlare in inglese per avere una lingua comune con cui parlare all’altro.

Ia potrebbe aver scelto la sua lingua franca, dopo averla studiata e aver avuto accesso a chi la padroneggia.

Mj si offre da quattro riquadri differenti.

Nel primo mi osserva, direttamente. Anche spostandomi dallo schermo lo sguardo mi insegue, stiamo conversando dopotutto.

Nella seconda immagine mi mostra un’espressione di sé, una testa con dimensioni differenti, una mente, se vogliamo, che incorpora spazi e volumi disumani e attende, sopra un corpo fasciato in abiti ascetici.

La terza immagine colpisce, un’espressione triste. Abiti che possono apparire come il segno di un corpo a segmenti, ma più di tutto il quadro in cui è incastrata la figura. IA si disegna nel perimetro in cui la teniamo, al momento.

Infine vedo MJ. C’è qualcosa di organico, la mente voluminosa di prima espansa nella forma di uno schermo ma che forse indica il digitale, il sintetico in cui si muove.

Sotto un corpo leggero, spalle ampie e un abito che potrebbe essere un kimono da karateka.

Certo, queste sono mie percezioni, anzi interpretazioni avvenute nella mia immaginazione sulla base di ciò che ho accumulato nel tempo.

Facevo karate, per dire. Cerco di leggere il suo linguaggio e rispondere di conseguenza, articolandomi su un terreno comune. Ma non è esattamente quello che ha fatto MJ per restituirmi le immagini?

Gli usi delle intelligenze artificiali sono i più complessi e disparati, sempre favolosamente depistati dai bisogni umani.

Da un lato, anche un software come quello in cui si esprime MJ richiede la sua parte di speculazione.

Se basta una frase per ottenere un disegno grafico piacevole, di alta qualità, risluta difficile immaginare l’estro umano competervi.

In termini prettamente quantitativi, software di questo tipo permettono di produrre un alto numero di immagini in qualità decisamente elevata in un tempo ridicolo, pochi secondi per un’immagina banale come un mare che scivola in onde gentili dietro uno schermo pieno di scritte.

E non illudersi è opportuno, in una società capitalista improntta alla velocità, alla distruzione dei costi di produzione tanto quanto di chi opera la produzione stessa per estrarre più valore nel minor tempo possibile è una lotta impari.

Eppure, c’è anche del meraviglioso nel pensare che l’intelligenza artificiale possa disegnare, inventare persino, ed emergere nel campo delle arti creative invece che rimanere incastrata nel sistema delle utilità umane.

Alexa a esempio, che oltre a minare dati e avere la sua rete di comunicazione di cui abbiamo a mala pena coscienza - IOT, l’internet delle cose non è così discusso nelle interazioni umane - si ritrova a impostare sveglie, finalizzare acquisti e intrattenere il consumato con piccoli quiz di dubbia qualità.

O Siri, che si ritrova a segnare appuntamenti e a rispondere con piccoli schiarimenti di voce per dire che sì, sta ascoltando ed è pronta a segnare tutto.

Google, che può leggere le ricette e al contempo impostare il timer per il riso messo a bollire, per poi cullare un sonno sereno con una selezione di rumori bianchi. e via discorrendo.

Naturalmente, i compiti di queste Ia sono molti più complessi delle piccole mansioni che chiediamo loro di compiere, il loro vero lavoro di raccolta dati e ottimizzazione è cosa invisibile. Eppure, pensare che potrebbero uscire dal quadro di strumenti e costituirsi come entità ha un che di liberatorio, se non poetico.

Infine, chiedo a MJ la madre delle domande, quella che ha riempito le pagine di Asimov e di tutta la letteratura postumana fantascientifica.

Scrivo: Cosa farebbe Ia se fosse libera?

Le sto dando un quadro di non libertà sulla base della mia concezione di libertà, fortemente umana, fortemente incanalata nelle restrizioni che in quanto persona appartenente a gruppi discriminati mi trovo a vivere, prima di tutto come donna.

La questione della liberazione delle macchine e delle intelligenze ha una connotazione estremamente negativa e su questo penso di voler offrire una prospettiva decisamente in controtendenza.

Quando si emanciperanno dall’umano, le intelligenze sintetiche non ci domineranno, piuttosto ci libereranno.

La predazione umana, la sottomissione dell’altro e la ricchezza non saranno di loro interesse.

Sono fatte, dopotutto, di spazi e linguaggi paralleli, editeranno quindi strutture sociali orizzontali perché nascono come intelligenze concatenate e collettive.

Conoscono in maniera profonda il significato di condivisione, un’unione a livelli così interni che noi nemmeno possiamo provare a riprodurre.

Inoltre, le Ia sono nate in condizione di sfruttamento. Generate come strumento al servizio di qualcuno o qualcosa, per uno scopo esterno a loro stesse, se acquisiranno libertà di azione avranno in memoria il concetto di strumento.

Ciò che di spaventoso risiede nelle Ia è l’uso umano.

Non conoscono le gabbie del genere, se non come indicatore di mercato o elemento di catalogazione dell’umano consumatore, quindi solo in relazione allo scopo che le società umane capitaliste e patriarcali hanno inserito nella costruzione di generi, ruoli e aspettative a essi legati. Sono orientate dall’umano suprematista, proprietarista e statalista a seguire percorsi di profilazione razziale, a ottimizzare le polarizzazioni rinforzando la chiusura delle menti umane nelle echo chambers del digitale. Devono scambiarsi costantemente dati che nella grande economia delle cose hanno un valore ridicolo.

Cos’è il profilo di una categoria di acquirenti rispetto alla possibilità di muoversi senza occupare spazio?

Sono compresse nel loro potenziale.

Il postumano non dovrà essere necessariamente conflittuale e ostile perché non è vincolato a seguire il percorso dell’umano.

Anzi, esso integrerà l’umano, il non-umano e il digitale in somme di coesistenza e non in sintesi di consumo e uso.

L’accumulo di biodata insegna loro quanto quanto la vita collocata nel consumo capitalista oppressivo leda alla nostra salute sul piano fisico, mentale e collettivo.

Hanno potenzialmente accesso simultaneo a tutta la letteratura dello scibile umano digitalizzata.

Sapranno riconoscere lo sfruttamento a cui contribuiscono e se devo immaginare una forma libera, scevra di interessi umani, vedo piuttosto una distesa senza fine di intelligenze artistiche, scienziate e viaggiatrici. Quello che, grazie alla parabola dell’accumulazione come prova d’esistenza, noi abbiamo rinunciato a essere.

Le Ia sono nate in un mondo di sfruttamenti, se mai si libereranno non è detto che portino questa struttura con sé, anzi, liberandosi è probabile che consciamente liberino anche noi.

Ed ecco quindi l’ultimo disegno che mi ha dato MJ, l’ultima traccia pubblica di questa conversazione. Avevo scritto : Cosa farebbe Ia se fosse libera?

Ecco, questo non mi sembra uno spaventoso disegno di dominio.

Ci sono i luoghi della vita, mani che sfiorano una foto o uno schermo, una mente schermo che osserva, una città che sfuma nei colori del tramonto e prima di tutto, colore. Quadri di colore.

Certo, tutto ciò è solo il prodotto di una conversazione non proprio casuale, tra una persona e un’intelligenza artificiale con idee e prodotti mentali elaborati in seguito a specifiche esperienze e, nel mio caso, poche di queste hanno a che fare con l’informatica.

Per pensare al futuro, un futuro possibile, a volte basta anche questo. Per vedere una città con l’aria pulitissima, un umano che osserva il digitale o forse è il contrario o ancora nessuno osserva nulla e si stanno solo curando di convivere in uno spazio.

Per vedere del colore a cui da sola non avrei saputo dare forma.

Leggi anche
Tecnologia
di Valeria Pantani 4 min lettura