Economia

La povertà bussa alla porta

A confermarlo, il Rapporto Annuale Istat 2022 secondo il quale l’Italia è uno dei Paesi Ue con maggior riduzione degli occupati tra il 2019 e il 2020. Come uscirne?
Credit: Max Bohme/unsplash

Nel 2018, sembrava avessimo abolito la povertà. Ad affermarlo, era l’allora vicepremier Luigi Di Maio, festeggiando sul balcone di Palazzo Chigi con gli altri ministri dei Cinque Stelle. Il giubilo era legato all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (Def) che istituiva il reddito di cittadinanza. La misura viene poi formalmente istituita con il Decreto Legge n°4 del 28 gennaio 2019 e, come sappiamo, sin da allora è al centro di analisi polemiche.

Cosa è successo da allora?

Rapporto Annuale Istat 2022

Pochi giorni fa, è stato pubblicato il Rapporto Annuale dell’Istat per il 2022, che può esserci di grande aiuto nel rispondere a questa domanda. A partire dai dati sul lavoro.

Il Rapporto riporta un dato preoccupante: l’Italia è uno dei Paesi Ue dove è stata più marcata la riduzione degli occupati tra il 2019 e il 2020 (anni che hanno segnato un ulteriore allontanamento del nostro Paese rispetto alla media dell’Unione Europea per quanto riguarda i principali indicatori del mercato del lavoro).

Ancora una volta, si sottolinea l’impatto devastante della pandemia sulla forza lavoro femminile, un dato che non è stato osservato in altri paesi europei come a esempio Francia e Germania.

E al contempo, sottolinea la progressiva e inesorabile trasformazione del cosiddetto lavoro tradizionale, ovvero quello a tempo pieno delle persone dipendenti a tempo indeterminato o di quelle autonome con propri dipendenti.

Gli elementi di fragilità

Stando ai dati riportati nel Rapporto Istat, infatti, quasi un quinto del totale degli occupati nel 2021 può essere classificato come non-standard, ovvero ha un impiego a tempo determinato, di collaborazione o è collocato in part-time involontario (e molti di loro si trovano ad affrontare la doppia criticità di un lavoro a tempo determinato e anche in part-time involontario).

Un esempio: tra il 2012 e il 2021, il cosiddetto lavoro somministrato è più che raddoppiato. Nemmeno a dirlo, queste condizioni di precarietà riguardano chi già si trova, suo malgrado, in una condizione di fragilità. Stiamo parlando dei giovani fino a 34 anni, delle persone straniere, delle donne, di tutti coloro che abbiano un basso livello di istruzione e di quanti risiedono nel Mezzogiorno.

Ed ecco spiegata la trappola della povertà: se nasci o ti trovi in una condizione di partenza non privilegiata, ti sarà più difficile avviare un percorso di emancipazione personale e professionale. Ed è ancora quello che rischia di accadere nel nostro Paese.

No, non abbiamo abolito la povertà

Perché quando aumenta la presenza di forme di lavoro non-standard, la qualità complessiva dell’occupazione peggiora, determinando una riduzione delle retribuzioni. E infatti, quasi un terzo dei dipendenti è a bassa retribuzione oraria o annuale.

A poter essere definiti a bassa retribuzione (meno di 12.000€ lordi annui) sono circa 4 milioni di dipendenti del settore privato (escludendo i settori dell’agricoltura e del lavoro domestico). Circa 1,3 milioni di dipendenti percepisce meno di 8,41€ per ogni ora lavorata. Un milione di lavoratori dipendenti si trova a dover fronteggiare entrambi gli elementi di vulnerabilità.

Quando si percepisce un reddito da lavoro insufficiente, quando il lavoro è precario e non ci consente di lasciare il nostro nucleo famigliare di origine e avviare una vita autonoma, quando percepiamo una pensione esigua, risultato di una storia lavorativa discontinua e sottopagata, incorrere in una condizione di povertà è più facile.

Ed ecco allora che, se è vero che la povertà assoluta è aumentata progressivamente nell’ultimo decennio, nel biennio 2020-2021 ha raggiunto i valori più elevati dal 2005, riguardando oltre cinque milioni e mezzo di persone, in particolar modo famiglie con figli.

E allora, si fanno meno figli

Contrazione dell’occupazione, lavoro incerto, rischio povertà (non si dica, quindi, che i giovani non fanno figli perché sono pigri e goderecci). Sta di fatto che, nei primi tre mesi del 2022, si rilevano circa 10.000 nati in meno rispetto allo stesso periodo degli anni 2019-2020.

E non si tratta di una tendenza condivisa in UE: magari possiamo affermare che la Spagna mostri dati simili ai nostri, ma lo stesso non può dirsi, per esempio, per Francia e Germania, dove nel 2021 si sono registrati incrementi di natalità molto significativi.

Il problema, per il nostro Paese, è l’incremento della popolazione anziana rispetto a quella giovane, in quanto comporta (a fronte di una riduzione dei flussi migratori) a un impoverimento in termini di forza lavoro che il Paese non può permettersi. La popolazione in Italia cala senza sosta dal 2014. Nel giro di 8 anni, abbiamo perso quasi 1,4 milioni di individui: il numero dei primogeniti nel 2020 rispetto al 2011 si è ridotto di oltre il 28%.

Come ne usciamo?

Ancora una volta, il Rapporto Annuale Istat rimanda l’immagine di un Paese che continua a riprodurre le diseguaglianze, soprattutto nel mercato del lavoro. I giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni ancora non tornano al tasso di occupazione del 2007, ben metà delle donne italiane non lavora (siamo solidamente sul fondo della graduatoria europea), il tasso di occupazione al Sud è lontanissimo rispetto a quello nel Nord del paese.

Come lo risolviamo?

Noi cittadine e cittadini, dove possiamo, studiando: nel 2020, i laureati sono stati colpiti per meno della metà dalla riduzione del tasso di occupazione rispetto a chi possedeva un diploma secondario superiore.

L’effetto benefico dell’istruzione sotto il profilo occupazionale è ancora più evidente per le donne. Nel 2021, le laureate mostrano un tasso di occupazione di oltre il 20% più elevato rispetto alle diplomate (per gli uomini, questo differenziale si ferma al 10%).

Le istituzioni, comprendendo una volta per tutte che senza donne, senza giovani, senza Mezzogiorno, questo Paese non ha nessuna speranza di ripartire

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