Diritti

Aborto in Italia? Parliamo di numeri

Dall’esercito di medici obiettori di coscienza fino al tasso di abortività e ai posti disponibili nei servizi educativi. Ecco i dati nazionali sull’interruzione volontaria di gravidanza
Credit: Simon Lee/Unsplas
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28 giugno 2022 Aggiornato alle 06:30

È solo di pochi giorni fa la notizia che ha scosso il mondo: negli Usa, la Corte Suprema ha cancellato il diritto costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza, rendendolo nella pratica impossibile per molte donne, soprattutto negli Stati a governo repubblicano.

Anche nel nostro Paese, molte voci si sono sollevate per l’indignazione e per la preoccupazione che l’onda lunga americana, come spesso accade, arrivi anche da noi.

Ma si fa notare da più parti che noi siamo protette dalla legge 194, che garantisce per tutte le persone con utero la possibilità di interrompere una gravidanza indesiderata all’interno delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale.

E allora, come sempre, partiamo dai numeri.

IVG: i dati

Stando ai dati pubblicati nella Relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194/78 sulle interruzioni volontarie di gravidanza, siamo di fronte a un fenomeno in continuo calo.

Anche nel 2020, il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è diminuito sull’anno precedente. Parliamo di una contrazione del 9,3% sul 2019, diffusa in tutte le aree del Paese e osservata per tutte le fasce d’età. I numeri sono scesi in particolar modo per le donne più giovani e per quelle di origine straniera.

Non possiamo affermare, quindi, che si tratti di una tendenza in crescita. Anzi. Il tasso abortività, nel nostro Paese, è uno dei più bassi a livello mondiale e riguarda lo 0,5% delle donne di età compresa tra i 15 e 49 anni. E anche in questo caso, osserviamo una riduzione del 6,7% rispetto al 2019

Come si spiega? Obiezione di coscienza

Nel 2020, in Italia la percentuale di ginecologi obiettori di coscienza è arrivata al 64,6%. Praticamente, due su tre. Come sempre, con enormi divari territoriali.

Per esempio, gli obiettori di coscienza in Abruzzo sono l’83,8% del totale, in Molise l’82,8%, in Sicilia l’81,6%. I tassi di obiezione più bassi, invece, si osservano in Valle d’Aosta, dove gli obiettori rappresentano il 25% del totale. Fa riflettere che già la seconda regione con la quota più contenuta di ginecologi obiettori sia l’Emilia Romagna, con il 45% (quindi, quasi uno su due).

Come nasce l’obiezione di coscienza? In punto di diritto, si tratta di salvaguardare la persona rispetto allo Stato, quando le norme dell’ordinamento giuridico vadano contro i suoi principi, secondo quanto stabilito dagli articoli 2, 19 e 21 della Costituzione e dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (non mi fate fare battute sul maschile inclusivo, perché è già complicata così…).

L’obiezione sanitaria, in particolare, viene sancita nel 1978 all’atto della promulgazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Obiettivo è esonerare “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie [quando sollevi obiezione con preventiva dichiarazione] dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”, tranne quando l’“intervento sia indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Che, al momento dell’introduzione delle nuova normativa (laddove prima l’aborto invece non era previsto) si sia data la possibilità al personale medico già specializzato e impiegato di operare una obiezione di coscienza rispetto a questa novità mi pare atto di grande umanità.

Personalmente, nel 2022, a distanza di 44 anni, la sua sussistenza mi lascia perplessa. Perché la pratica dell’interruzione volontaria di gravidanza è una delle attività previste da questo tipo di lavoro. E ogni volta che ci rifletto, mi chiedo sempre: ma per un medico che vuole lavorare nel Servizio Sanitario Nazionale ma che è obiettore di coscienza, non sarebbe più adeguato scegliere piuttosto un’altra specializzazione?

Ok, i figli nascono. E dopo?

Devo essere sincera: quando parliamo di figli, mi pare di rinvenire una grande ipocrisia, in questo Paese come in altri. Si fa un gran parlare dei valori della famiglia, di inverno demografico, di giovani svogliati e capricciosi che non vogliono metter su famiglia. Ma la realtà è che qui, una volta che un figlio l’hai avuto, gestirlo è tutto un altro tema. Cioè, mi pare che ci si interessi più al feto, che al bambino vero e proprio.

Anche qui, portiamo qualche dato. Secondo ISTAT, i posti disponibili nei servizi educativi per ogni 100 bambini sotto i 3 anni sono fermi al 26,9%. Ricordiamo ancora una volta che il target europeo (Barcelona Target) sarebbe di un posto disponibile per almeno il 33% dei bambini. Da raggiungere entro il 2010 (sì, siamo molto in ritardo).

E a livello territoriale? Vediamo se riusciamo a identificare un modello. Perché se nel Nord Italia siamo al 32,5% e nel Centro al 35,3%, nel Sud e nelle Isole osserviamo rispettivamente una copertura del 14,5 % e del 15,7%.

Aggiungo un ultimo dato (promesso). Secondo OCSE, nel 2020 le donne italiane hanno speso in attività di cura di casa e bambini tre ore in più al giorno rispetto ai propri partner.

Lo vedete anche voi, vero, che c’è qualcosa che non va?

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