Ambiente

GreenwaShein?

Il colosso del fast-fashion ha stanziato un fondo da 50 milioni di dollari per promuovere la sostenibilità della moda e affrontare la gestione dei rifiuti tessili. Ma secondo alcuni si tratta di una strategia per ripulire l’immagine del brand
Credit: Shein
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9 giugno 2022 Aggiornato alle 21:00

Al Global Fashion Summit, il vertice globale della moda, che si è tenuto il 7-8 giugno presso la Royal Opera House di Copenaghen, il gigante del fast fashion Shein ha annunciato un accordo con l’organizzazione no-profit Or Foundation per il lancio di un fondo pluriennale allo scopo di «promuovere gli sforzi verso la sostenibilità della moda».

Il Fondo per la responsabilità estesa del produttore (Epr), secondo quanto riferito dall’azienda, «contribuirà a far progredire la progettazione e l’attuazione di strategie di sostenibilità ecologica e sociale incentrate sull’abbigliamento», e prevede lo stanziamento di 50 milioni di dollari nei prossimi cinque anni per «affrontare la gestione globale dei rifiuti tessili e promuovere lo sviluppo di un’economia circolare».

La prima beneficiaria sarà la stessa Or Foundation, a cui Shein destinerà 15 milioni nell’arco di 3 anni e che la fondazione devolverà in primo luogo al Kantamanto Market di Accra in Ghana (uno dei più grandi mercati di abbigliamento di seconda mano al mondo), affinché diventi «un luogo di lavoro sicuro e dignitoso».

Secondo Dead White Man’s Clothes, un progetto di ricerca multimediale coordinato dalla stessa Or Foundation, nel mercato di Kantamanto ogni settimana vengono scaricati 15 milioni di articoli a fronte di una popolazione nazionale che conta 30 milioni di abitanti.

Il 40% di questi indumenti finisce in discariche traboccanti, viene bruciato a cielo aperto o smaltito nel Golfo di Guinea. Un fenomeno che vittimizza l’Africa in quello che molti hanno definito colonialismo dei rifiuti”.

«Abbiamo chiesto ai marchi di pagare il conto dovuto alle comunità che hanno gestito i loro rifiuti, e questo è un passo significativo verso la responsabilità», ha dichiarato Liz Ricketts, co-fondatrice e direttrice esecutiva di Or Foundation.

«Ad apparirci davvero rivoluzionario è il riconoscimento da parte di Shein che i loro vestiti potrebbero finire qui a Kantamanto - ha aggiunto - un fatto semplice che nessun altro grande marchio di moda è stato ancora disposto ad affermare».

«Affrontare i rifiuti di seconda mano è una parte importante dell’ecosistema della moda che viene spesso trascurato», ha affermato Adam Whinston, capo della governance ambientale, sociale e aziendale (Esg) di Shein.

«Abbiamo l’opportunità di apportare cambiamenti in questo spazio», sostiene illustrando quello che definisce un «programma dall’impatto sociale ambizioso». Alcuni, però, temono che l’iniziativa dell’azienda di abbigliamento cinese rappresenti l’ennesimo esempio di greenwashing.

«Apparentemente i soldi possono comprare qualsiasi cosa - ha scritto dopo l’annuncio Livia Firth, fondatrice dell’agenzia Eco-Age - La collaborazione con Shein è una pugnalata alla schiena rispetto alla difesa della moda sostenibile e ci riporta indietro di anni».

«Donare 50 milioni di dollari in 5 anni, frazione di un fatturato in crescita di 10 miliardi di dollari all’anno, per risanare un danno senza cambiare il business model estrattivo e oppressivo che ne è la causa non è una mossa strategicamente utile alla reale risoluzione del problema», ha commentato su Instagram Matteo Ward, ceo e co-founder della start-up Wråd, premiata a livello internazionale e attiva nel campo della moda etica.

«Provare a riparare il danno è giusto ma non basta - conclude - questi soldi cercheranno di chiudere, in parte, una grave ferita aperta ma non fanno nulla per curarne la causa: la sovrapproduzione e il sovraconsumo».

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