Economia

Chi oggi ha 5 anni vivrà fino a 100. Anni. Suonati. Ne lavorerà…60?

Siamo sovrautilizzati nella mezza età e sottoutilizzati dopo i 65 anni, dice Laura Carstensen, direttrice dello Stanford Center of Longevity. Ma c’è un altro modo per affrontare il mondo del lavoro?
Annie Gray
Annie Gray (Annie Gray)
Tempo di lettura 4 min lettura
1 gennaio 2022 Aggiornato alle 18:00

Una ricerca dello Stanford Center on Longevity - centro nato per affrontare i problemi associati all’aumento della longevità negli Stati Uniti e nel mondo - ci ricorda che parliamo spesso di lavoro e pensioni, del fatto che i sessantenni hanno - in Italia - doppiato i trentenni - e invece trattiamo poco dell’impatto che la longevità può avere sulle nostre vite.

La buona notizia è che “negli Stati Uniti i demografi prevedono che più della metà dei bambini che oggi hanno 5 anni possono aspettarsi di vivere fino a 100 anni”. La cattiva è che possiamo aspettarci di lavorare 60 anni o anche di più…

Secondo Gallup, la società di consulenza americana, negli Stati Uniti l’età pensionabile media è di 62 anni. In Italia, è possibile ritirarsi dalla vita attiva in media a 61,8 anni.

Ma in futuro? Il rapporto Pensions at a glance 2021 diffuso a inizio mese dall’Ocse ha evidenziato come la generazione che accede adesso al mercato del lavoro andrà in pensione in media a 71 anni. Per la maggior parte delle persone parliamo di circa 40 anni passati a lavorare.

La rivista statunitense The Atlantic, che spesso si occupa di analizzare i pro e i contro del mercato del lavoro, si domanda se l’idea di una carriera da 60 anni sia un brutto incubo. Forse - si risponde - il lavoro sarà diverso da come lo conosciamo oggi. Le cose dovranno cambiare anche perché, come afferma Laura Carstensen, direttrice dello Stanford Center of Longevity: “Lavoriamo sempre più duramente negli anni in cui abbiamo figli, e spesso contemporaneamente ci prendiamo cura di parenti più anziani, avendo così attorno molte persone che dipendono da noi”. Le responsabilità lavorative e familiari raggiungono entrambe il picco nell’età adulta, il che è stressante, specialmente per le donne”.

Sì, ma come? Carstensen suggerisce alcune strategie pratiche. a esempio, consentire ai lavoratori di aumentare o diminuire le ore di lavoro durante la loro carriera in base alle responsabilità che devono affrontare al di fuori del lavoro retribuito.

Immaginiamo che due genitori possano ridurre temporaneamente il loro lavoro da 40 a 20 ore alla settimana negli anni in cui si prendono cura dei figli piccoli, per poi aumentare di nuovo le loro ore in un secondo momento. Secondo questo modello le persone lavorerebbero complessivamente la stessa quantità di ore rispetto a quanto già fanno. La flessibilità compenserebbe i periodi di orario ridotto con quelli con orari invece più estesi quando i bambini sarebbero cresciuti, distribuendo il carico su più anni della loro (più lunga!) vita.

Le inefficienze di questo modello sono presto dette: le aziende dovrebbero comunque farsi carico dei costi fissi dei lavoratori per “ricevere” lavoro. Sono pronte per farlo? In Italia, no.

Insieme alla Francia deteniamo il record del numero di ultracentenari. L’ultimo rapporto Istat pubblicato nel 2019 sui “Centenari d’Italia” fotografa il nostro Paese con 14.456 persone che hanno varcato il secolo, e 6.000 che hanno superato i 105 anni (curiosità: il 90% sono donne). Ciononostante, lo smart working è ancora visto con diffidenza dagli imprenditori.

Ellen Ernst Kossek, professoressa di management alla Purdue University, ha dichiarato che nelle aziende che ha preso come oggetto di studio la riduzione dei carichi di lavoro ha portato i lavoratori a essere più creativi e produttivi. Secondo Kossek, lavorare di meno durante i periodi più intensi della vita consentirebbe alle persone di dedicare più tempo agli hobby e agli amici, il che potrebbe aiutare a non avere dei burnout. Per Kossek, tra i 20 e i 30 anni, molti lavoratori entrano in un periodo della vita in cui il lavoro e la famiglie sottraggono tempo alle amicizie: ridurre temporaneamente i carichi di lavoro potrebbe alleggerire la quotidianità e consentire alle persone di vivere una vita piena ma varia, prendendosi cura della casa e della famiglia, senza tralasciare il lavoro, gli amici e le proprie passioni. Una visione molto vicina a quella di Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza”.

La pensione è un altro capitolo della vita lavorativa che forse non stiamo trattando con il giusto approccio. Oggi è considerato tempo libero da obblighi: “Siamo sovrautilizzati’ nella mezza età e sottoutilizzati’ dopo i 65 anni - afferma Laura Carstensen- “-. In questo senso, non sembra insomma esserci una via di mezzo: lavorare troppo o non lavorare per niente. La ricerca del Stanford Center on Longevity propone un “percorso di discesa” verso la pensione che consentirebbe ai lavoratori di ridurre il carico dell’impegno prima di lasciare completamente il mondo del lavoro. Inoltre, si pensa a brevi periodi simili a stage anche per chi è prossimo all’età pensionabile per partecipare a progetti che non siano troppo impegnativi e fare da mentore a lavoratori più giovani.

Invece di un percorso prestabilito in cui si susseguono scuola, università, lavoro e pensione, la ricerca immagina che le persone entrino ed escano dalle diverse fasi della vita per ritagliarsi del tempo libero quando necessario. Se l’idea è quella di avere una carriera che duri molto di più, su molti più anni, allora che sia (anche) con periodi di lavoro meno intensi. In questo modo, potrebbe persino sembrare gestibile una carriera lunga 60 anni. Miracolosamente.