Diritti

«Diseguaglianze, clima e precarietà»: il discorso di Elly Schlein

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento tenuto ieri dalla deputata al Monk di Roma, durante il quale ha ufficializzato la sua candidatura alla segreteria del Partito Democratico
Elly Schlein durante l'incontro "Parte da noi" (Monk, Roma) durante il quale ha annunciato la sua candidatura alla guida del Pd
Elly Schlein durante l'incontro "Parte da noi" (Monk, Roma) durante il quale ha annunciato la sua candidatura alla guida del Pd Credit: ANSA/GIUSEPPE LAMI
Elly Schlein Deputata Pd-Idp
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5 dicembre 2022 Aggiornato alle 14:30

Parte da noi, dall’impegno che ci metteremo. Una storia nuova che possa costruire l’alternativa che merita questo Paese. Il governo di Giorgia Meloni si è insediato da qualche settimana e ha già mostrato il volto della peggior ideologia di destra nazionalista. Una norma contro i raduni che hanno dovuto riscrivere, perché era incostituzionale, puniva anche il dissenso. La crudeltà di bloccare le persone in mezzo al mare e nei porti, salvo poi accorgersi che è illegale. Che non si può fare. Lo dicono il diritto internazionale e le leggi dello Stato. Le gaffe quotidiane di ministri inadeguati che propongono l’umiliazione come metodo educativo. E ora una bella manovra contro i poveri, non contro la povertà. Una manovra che fa una operazione di redistribuzione al contrario, verso l’alto, premia gli evasori e punisce chi sta peggio.

Accresce la precarietà con la forma più becera che è quella dei voucher, a cui tanto ci eravamo opposti. E si risparmia sui poveri tagliando il reddito di cittadinanza che invece ha impedito a un milione di persone di finire scivolare verso la povertà. Lo dice l’Istat.

Come si fa? Mi chiedo io, lo dico da ex amministratrice regionale che ha visto cosa ha voluto dire avere quell’unico, fragile, sicuramente migliorabile strumento di sostegno al reddito in mezzo alla pandemia.

Ma come si fa a parlare in astratto di occupabilità in un Paese con un’alta disoccupazione, con 3 milioni di lavoratori/trici poveri. Vogliamo un Paese in cui lavoro e povero non stanno nella stessa frase. È semplice.

Il cambiamento allora parte da noi, un noi che non è escludente, perché arriva oggi, arriva alla pari e si aggiungeranno tante e tanti altri. Un noi che significa che i grandi cambiamenti non muovono mai sulle spalle delle traiettorie individuali ma delle mobilitazioni collettive. Quindi un percorso collettivo plurale, che porti un contributo alla ricostruzione di un nuovo Partito democratico di cui tanti e tante sentiamo il bisogno. Questo processo costituente è un’occasione che la comunità democratica offre con generosità, per ritrovare il senso di un impegno comune e chiederci cos’è che è andato storto in questi anni. Dov’è che si è rotta la connessione sentimentale con chi vogliamo rappresentare.

Allora partecipiamolo, affolliamolo di idee, portiamo le nostre proposte. Usiamo questa prima fase costituente per confrontarci sui contenuti e sulla visione del futuro che deve portare avanti il nuovo Partito Democratico. È a questo che serve questo percorso. E mi voglio rivolgere anche a tutti e tutte coloro che hanno una storia, un percorso, una provenienza, idee, una cultura diversa dalla mia. Non siamo qui per fare una partita da resa dei conti identitaria, siamo qui per fare una cosa molto più difficile, il nuovo Pd.

Tenere insieme questa comunità, salvaguardare il suo pluralismo, che è fondamentale perché il Pd è l’unico partito non personale in Italia. Tenere insieme la sua comunità e le sue diversità ma senza più rinunciare a un profilo e a una identità chiari. Comprensibile, coerente. È questo che dobbiamo fare insieme.

Ed è una sfida da non leggere nella semplice divisione tra quanto riformismo e quanta radicalità ci servono, ma nello sfidare tutte le culture di provenienza su un terreno ineludibile per tutte: nel campo progressista di questo partito, che è come cambiamo modello di sviluppo neoliberista che si è rivelato assolutamente insostenibile, per le persone e per il Pianeta.

Un modello che si nutre, non dimentichiamolo, di un Pianeta portandolo al collasso e le persone a non arrivare alla fine della settimana. Questo non è accaduto per caso ma per effetto di precise scelte che possiamo cambiare insieme. È questa che dev’essere la nostra ambizione. Questo modello si nutre dell’aumento delle disuguaglianze e distrugge, consumando in modo insostenibile le risorse naturali. Possiamo fare questa discussione oppure qualcuno pensa che in questi anni sia andato tutto bene? Ditelo che non è andato tutto bene.

Come creiamo lavoro di qualità e buona impresa attraverso l’era digitale. Come ripensiamo il rapporto tra le cittadine e i cittadini e la democrazia. Tra rappresentanti e rappresentate e rappresentati. Come accompagniamo le comunità e come accompagniamo le imprese, specie quelle piccole-medie spesso soggette alla concorrenza sleale dell’evasione fiscale delle grandi multinazionali che agiscono indisturbate in Europa. Come accompagniamo quelle piccole-medie imprese verso una conversione ecologica necessaria, che vuol dire ridurre le emissioni climalteranti ma anche produrre lavoro di qualità. Come salvaguardiamo i bene comuni che vanno sottratti alle mere logiche del mercato? Quelle logiche, lo abbiamo visto durante la pandemia, non permettono di rispettare e attuare a pieno i diritti previsti dalla nostra Costituzione. In un Paese in cui milioni di persone rinunciano a curarsi perché non se lo possono permettere, in cui il diritto alla salute per troppe persone dipende da quanto dista la loro causa da un grande centro urbano e dai suoi ospedali.

Ecco, in questo Paese quel diritto sembrerà percepito come un diritto a metà. È lì che dobbiamo investire per difendere la sanità pubblica universalistica dagli attacchi di chi vuole tagliare e privatizzare. Non è giustizia dover fare 200 giorni di lista di attesa per una mammografia quando qualcuno può risolverla con una carta di credito. Una sanità non solo ospedaliera e di qualità ma sempre più territoriale, capillare, le case della comunità.

Il terzo settore sta facendo delle riflessioni importanti che vanno ascoltate, su come costruire la prossimità nella risposta ai bisogni che cambiamo delle persone più fragili, non autosufficienti, con disabilità.

Ecco, la visione del futuro che parte da noi parte esattamente da tre sfide cruciali che le deste non nominano mai potete starne certi: diseguaglianze, clima e precarietà. È come se vivessero in un altro Paese, le diseguaglianze sono rimosse e vale solo il merito, anzi. Ma come si fa parlare di merito se non si garantisce a tutte e a tutti uguali opportunità di partenza, ma che discorso è?

Ma non li vedono i test Invalsi che fanno vedere un Paese diviso? Non è la stessa cosa nascere in una periferia o nascere in una regione del sud piuttosto che un grande centro urbano del nord o della via Emilia, dove abito anche io? Non è la stessa cosa. Voglio dire una cosa chiara a proposito di diseguaglianze: il disegno di Calderoli sull’autonomia differenziata va rigettato con forza perché è inaccettabile e affonda le sue radici nel progetto leghista di successione, non corrisponde in ogni caso gli interessi del Paese. Punto. Non possiamo scendere a compromessi su questo. È un modello quello che cristallizza, fotografa e perpetua le diseguaglianze territoriali che vogliono marginalizzare le terre del Sud.

Senza il riscatto del sud non ci sarà riscatto per l’Italia. La questione meridionale è una questione nazionale, lo dobbiamo capire, e non esiste riscatto del Sud che non passi dal riscatto delle donne e dei giovani nel Sud. È vero o no? Quindi, è con loro che dobbiamo fare questa battaglia, loro che lavorano, che fanno innovazione, impresa. Il Paese va ricucito, non va diviso ulteriormente.

Ecco, per ridurre le diseguaglianze dobbiamo riscoprire una parola fondamentale: redistribuzione. Delle ricchezze, del sapere e del potere. Vuol dire progressività fiscale, vuol dire diritto alla casa, sì, che deve essere tornare di casa in un partito di sinistra perché troppo lungo non ne abbiamo parlato e abbiamo visto quali sono i risultati.

Guardiamo al resto d’Europa, guardiamo cosa hanno fatto a Barcellona, sono i nostri temi, è la nostra identità. Non è un caso che abbiamo investito in Emilia-Romagna 20 milioni sulla riqualificazione delle case popolari, vuol dire fare scendere le bollette a chi soffre maggiormente il caro energia, che certo, colpisce tutte e tutti, ma in un Paese così diseguale colpisce prima e più forte le fasce di reddito più basse.

E allora investire nelle comunità energetiche, nella riqualificazione delle case popolari, vuol dire riuscire a ridurre le bollette e al contempo ridurre le emissioni climalteranti. Queste sono politiche concrete che tengono insieme nella pratica amministrativa quotidiana la giustizia sociale e la giustizia climatica. Queste sono le direzioni che dobbiamo prendere.

Ecco, dicevo, vuol dire progressività fiscale, diritto alla casa, vuol dire più scuola pubblica e più nidi e più nido. Vuol dire un nuovo Welfare universalistico e di comunità, perché il Welfare, diciamocelo, diciamolo alla destra, il Welfare non è un costo, è un investimento, è il più importante per il futuro della comunità. Non l’abbiamo imparato in questi anni di crisi economico-finanziaria che ha relegato il Welfare alle famiglie e nelle famiglie sulle spalle delle donne. Lo sappiamo che è andata così. È un investimento e ce lo dice l’Organizzazione internazionale del lavoro, pensate, che ci racconta che se noi, in Europa, investissimo il doppio nell’economia della cura da qui al 2030 si creerebbero 28 milioni di posti di lavoro in più, di circa due in Italia. Questo è un investimento fondamentale, perché da un lato vuol dire, se ci pensate, investire nelle infrastrutture sociali, nelle infrastrutture educative come i nidi e le scuole dell’infanzia, nei servizi per le persone con disabilità e le persone non autosufficienti. Vuol dire, in qualche modo, stare accanto a chi fa più fatica e ridurre le diseguaglianze.

Posso fare un piccolo inciso? Serve una legge sui caregiver in questo Paese. Perché hanno anche loro i loro bisogni che non coincidono pienamente con quelle delle persone che assistono. Vuol dire ridurre le diseguaglianze ma con una sola mossa quell’investimento vuol dire pure liberare il tempo delle donne schiacciate da un carico di cura che in una società patriarcale sta troppo sulle loro spalle. Oxfam ha calcolato che si appaltassimo una sola azienda a livello globale l’intero carico di cura che grava sulle spalle delle donne, quell’azienda avrebbe 10.000 miliardi all’anno di fatturato, 43 volte quello della Apple per intenderci. Ecco, dobbiamo liberare il tempo e il potenziale professionale delle donne.

Perché spesso diciamo che non tutte le leadership femminili sono leadership femministe, perché non ce ne facciamo niente di una premier donna che non aiuta le altre donne, che non ne difende i diritti a partire da quelli sul proprio corpo. E perché guarda caso nella manovra si fa cassa sulle pensioni restringendo “Opzione donna” e discriminando le donne a seconda del numero dei figli. Noi dobbiamo invece preservare “Opzione donna”, portarla avanti e dico di più se, Giorgia Meloni vuole aiutare le donne perché non approva un congedo paritario come hanno fatto in Spagna di tre mesi, come hanno fatto in Finlandia di cinque mesi pienamente retribuito, non trasferibile? Quella è una politica che aiuta le donne, quella è una politica che aiuta anche aiuta l’economia, perché anche l’OCSE ci dice che con questo livello di diseguaglianze di genere stiamo perdendo non solo diritti ma anche opportunità economiche.

Ecco, credo che questi temi siano quelli che vogliamo mettere al centro delle nostre riflessioni. Io penso questo, lo dico, facevo l’esempio del congedo paritario per dire una cosa che mi colpisce: chi parla tanto di natalità non capisce quanto freno sia la precarietà esistenziale in cui vivono tante donne. Questa destra non parla di redistribuzione perché il loro modello di società se ne nutre e si nutri di quelle tensioni sociali che queste diseguaglianze producono, mentre noi vogliamo fare una cosa diversa: liberare le persone dei bisogni liberare, aiutare le persone emanciparsi da quei bisogni.

Significa anche liberarli dalla ricattabilità delle mafie, di cui guarda caso non si parla praticamente più, e voglio mandare un abbraccio a Roberto Saviano e mi auguro che la Presidente del Consiglio voglia ritirare la sua querela, perché è evidente la sproporzione, il dislivello di potere e non si possono colpire gli intellettuali, le scrittrici e gli scrittori.

La destra non parla mai di precariato perché le sta bene così. Perché pensa che il lavoro sia un favore e noi pensiamo che sia un diritto. Si riempie la bocca di sicurezza, ma guarda caso non parla mai di sicurezza del lavoro in un Paese in cui non si può tollerare che si continui a morire di lavoro o di stage. E guardate, nella pandemia l’abbiamo visto: se il lavoro così precario delle donne e dei giovani, se il lavoro si è precariezzato in questi anni bisogna dirlo. Sono stati colpiti sì dalla pandemia, ma bisogna avere il coraggio di dire perché è successo. È successo perché già da prima avevano ereditato le condizioni occupazionali e contratti più precari, anche per errori che ha fatto il centro-sinistra, non ce lo dimentichiamo. Il 64% dei lavoratori under 24 è a termine. Ecco, lì l’errore è stato fatto anche dal centro-sinistra quando ha liberalizzato i contratti a termine rendendoli a causali, ma si può cambiare, si può prendere una strada diversa. L’hanno fatto in Spagna limitando i contratti a termine, è questo che dobbiamo fare: limitare i contratti a termine, fare quello che chiedono le organizzazioni sindacali, una legge sulla rappresentanza che spazzi via i contratti pirata.

Questa è la battaglia su cui dobbiamo incalzare il governo, ma lo dobbiamo fare incalzandoli anche sulla necessità in questo Paese di fissare un salario minimo. È una vergogna che l’altro giorno la maggioranza abbia affossato la nostra mozione sul salario minimo perché sotto una certa soglia non è lavoro, e sfruttamento, e non si può chiamare diversamente. Certo poi c’è un’altra cosa che hanno fatto in Spagna e che mi sembra molto importante ricordare, perché si sono seduti insieme ai sindacati e i rider per scrivere le nuove tutele del lavoro digitale. Lo dobbiamo fare anche qui, perché l’innovazione tecnologica facilita le nostre vite e facilita i processi produttivi ma non dobbiamo accettare che aumenti le diseguaglianze e produca antichissime forme di sfruttamento a cottimo. Non deve per forza andare così, serve un nuovo statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, in parte il sindacato sta già indicando proposte concrete in questa direzione.

Fatemi mandare un abbraccio a chi oggi sta commemorando un amico sindacalista prematuramente scomparso che ha contribuito organizzare il primo sciopero nazionale dei rider. [si commuove] Antonio Prisco! A cui proprio oggi dedicano un murales a Napoli con l’associazione Joseph, Valentina ti abbraccio e sono con voi col cuore, siamo con voi.

E l’altro braccio lo voglio mandare alle lavoratrici e lavoratori soprattutto della saga coffee con cui esattamente un anno fa erano in presidio al gelo davanti alla fabbrica per difendere il loro reddito e difendere la loro libertà e grazie all’abbraccio della comunità e al supporto dell’istituzioni si è trovata una soluzione che ha permesso di salvaguardare i livelli occupazionali, che ha permesso insomma di tenere aperto quello stabilimento e di garantire quel lavoro. Facciamole un applauso perché dimostrano che la lotta paga, la lotta paga sempre.

E la destra non vede l’emergenza climatica, Meloni legge il compito scritto ecco a Egitto alla Cop27. Che poi posso dire che è una vergogna che si sia tenuta la Cop27 in Egitto quando ancora non abbiamo verità e giustizia su Giulio Regeni? Tanti di noi hanno ancora questo braccialetto giallo, non abbiamo smesso di aspettare che ci diano gli indirizzi e che si possa fare giustizia, così com’è non dimentichiamo anche quello che sta attraversando Patrick Zacki, un nostro concittadino bolognese, forza Patrick!

Però dico, lei andata, ha fatto il suo compito scritto e poi però cosa fa in Italia? Liberalizza le trivelle. Perfetto, direi, no? Mi sembra il contrario di quello che dobbiamo fare, se non salviamo il Pianeta non ci salviamo nemmeno noi. Serve una legge sul clima come quella che tante associazioni stanno già costruendo e che accompagni settore per settore dell’economia alla conversione necessaria, no? Una transizione giusta si diceva che accompagni le fasce più fragili anche lavoratrici e lavoratori spaventati da questi processi. Dobbiamo stare lì nella discussione. Una legge sul clima, appunto, che porti a innovare i processi e ad abbattere le emissioni. Ma poi fatemi dire, dobbiamo dire basta a quei 18 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi che andrebbero reinvestiti proprio per accompagnare le imprese alla conversione necessaria e per riuscire a sviluppare una grande piano di infrastrutturazione green partire dalla potenzialità dell’energia rinnovabili.

Ce lo chiedono infatti anche le imprese come quelle di elettricità futura che chiedono i governi, spesso in ascoltati, di sbloccare gli iter autorizzativi per produrre 85 giga watt di nuova potenza rinnovabile, che vorrebbe dire renderci più indipendenti dal punto di vista energetico dalle fonti fossili, a partire da quelle di Putin, a esempio. Le energie pulite rinnovabili sono le vere energie di pace.

E dobbiamo stringere alleanza con quelle imprese che vogliono investire quindi, fondi loro, 85 miliardi, hanno detto che erano pronti a investire se solo li aiutiamo a sbloccare quegli iter autorizzativi. Secondo i loro conti questo creerebbe più di 60.000 posti di lavoro stimati in Italia. Tenere insieme clima e lavoro e diseguaglianze. Servirebbe, lo dico, caro Michele lo dico anche a te, servirebbe una comunità energetica in ogni comune di Italia. Eravamo l’altro giorno sotto al Ministero con le associazioni per chiedere di sbloccare decreti attuativi e di non fare pasticci.

Il pensiero va ancora, è stata richiamata prima, alla comunità ischitana per la tragedia di Casamicciola di settimana scorsa. Guardate, è incredibile che in Italia spendiamo sei volte di più dopo le emergenze quello che invece investiamo in prevenzione del dissesto idrogeologico. Dobbiamo invertire questo rapporto, fermare il consumo di suolo per legge e dire basta ai condoni, basta a una politica che guarda solo al ritorno di breve termine elettorale e non pensa alle conseguenze future e disseminare nel Paese centinaia di cantieri di cura e manutenzione del suolo, degli argini dei fiumi vuol dire dare lavoro. Vuol dire dare lavoro perché la giustizia sociale e climatica – l’abbiamo detto – sono inscindibili, esattamente come sono inscindibili diritti sociali e diritti civili. Chi lo nega o fa gerarchie e perché vuole negarli entrambi di solito.

A proposito, vorrei ricordare che io non amo parlare al singolare ma dire a una persona che ha lavorato tanto a Bruxelles sul negoziato più difficile e più divisivo in Europa – quello che ci ha portato a far approvare da due terzi del parlamento la riforma di Dublino – ha lavorato contro la grande evasione fiscale delle multinazionali, contro gli scandali del Lussemburgo, dei Panama Papers, che ha governato una regione strategica fondamentale in piena pandemia con responsabilità sul Welfare triplicando i fondi per l’affitto e raddoppiando quelli sui nidi, dire a questa persona che si occupa solo di diritti civili, magari per il suo orientamento sessuale, non è un argomento sano.

Si può dire?

Comunque sì, abbiamo una visione intersezionale che combatte qualsiasi forma di discriminazione, quelle razziste, quelle sessiste, quelle abiliste, quelle omobilesbotranfobiche. Si possono tenere insieme queste cose. Una visione che non può che oltrepassare i confini perché nessuna delle sfide principali per il futuro si può più affrontare solo a livello nazionale.

E per questo serve rilanciare con forza il progetto federalista europeo, perché finalmente c’è stato un risveglio dopo la pandemia, un risveglio con il Next Generation Eu, le giuste condizionalità sul futuro, passi avanti sull’integrazione che aiuterebbe – lo voglio dire – anche a ridare lo slancio forte di un vero protagonismo europeo sullo scenario geopolitico che possa contribuire concretamente a spingere insieme agli alleati verso una conferenza di pace, verso la fine di questa guerra e di questa criminale invasione di Putin ai danni dell’Ucraina.

Serve, insomma, il coraggio di cambiare il modello di sviluppo, ma anche di cambiare insieme questo partito, se lo vorremmo fare insieme alle compagne e compagni che lo hanno abitato, animato, amato nonostante le difficoltà di questi anni. Renderlo aperto e accogliente, umile, utile alle comunità e ai territori. Radicato tra la gente e anche nei luoghi del conflitto e delle marginalità, una sponda di raccolta e di risposta ai bisogni delle persone e a come stanno cambiando quei bisogni.

Io quasi 10 anni fa ho iniziato il mio impegno politico con le campagne per Obama, per Italia Bene Comune, poi con l’esperienza di OccupyPd, che per me è partita nel momento in cui i 101 franchi tiratori affossarono la candidatura al Quirinale di Romano Prodi. E con essa non hanno solo affossato la candidatura al Quirinale di Prodi, ma anche gli sforzi di Bersani per tentare la via di un governo del cambiamento. Pensate quante grane ci saremmo risparmiati! E con essa anche l’alleanza con la sinistra di Vendola allora. Ci davano dei responsabili perché dicevamo che le larghe intese erano un errore, che sarebbero diventate strutturali. Guardate com’è andata, forse ci avevamo solo visto lungo.

E scriveremo in quel percorso partecipativo le 102 – quindi una in più – idee per cambiare, in cui l’assunto fondamentale è ancora tremendamente attuale e vorrei che lo prendessimo per fare questa battaglia insieme. E l’assunto è: senza la base scordatevi le altezze. Riusciamo a ridare ascolta il territorio e circoli, alla comunità?

Tanti di noi hanno messo tempo, passione, energia in quella fase e da quelle battaglie comuni mi chiesero di candidarmi alle elezioni europee. Io pensavo che fossero impazziti, perché con un nome così difficile da scrivere e senza risorse mi sembrava una cosa da matti. Invece abbiamo fatto una bella campagna collettiva a piedi, nei luoghi di confine, a prendere su anche qualche mala parola ma per dare ascolto dove mancava, dove serviva, a chi si è sentito abbandonato dalla politica, e ce la facemmo allora.

Ecco, voglio dirlo anche a chi non meriterebbe una risposta, come Renzi, che sostiene di averci messo lui in Parlamento, non vorrei che dimenticasse che per quanto riguarda me, ecco, lì, a portarmi in parlamento furono le 53.000 preferenze di persone che decisero di partecipare non solo con un voto, ma spesso con un contributo di idee, di competenze, c’è chi c’è ospitato gratis sul divano per farci risparmiare…

Ecco, lo dico perché a Renzi invece va un altro merito: di aver spinto me e tanti altri fuori dal Pd con le sue scelte scellerate, con una gestione arrogante e incapace di fare sintesi delle diversità, dopo aver calato dall’alto riforme come il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la riforma costituzionale che non erano passate né dal voto né dalle primarie. Perché io c’ero e me lo ricordo. Ecco. E dopo avere – posso dire? – umiliato chiunque avesse un’idea diversa, trattandolo diciamo male. Quindi, ecco, lo volevo dire perché dopo questo con le sue scelte ha lasciato macerie e poi se ne è pure andato a fare altro, quindi non capisco perché sono così interessati a dire al Pd cosa dovrebbe fare oggi nel suo congresso costituente. Soprattutto, non ci faremo dire da chi in Parlamento sta già ammiccando alla destra chi può contribuire meglio a ricostruire la sinistra. Mi sembra logico!

Certo in quegli anni abbiamo avuto delle rotture significative, dolorose sulle scelte fatte sul lavoro, sui migranti, sul clima, ma non è mai venuto meno il rispetto profondo per la comunità democratica e la consapevolezza che tante compagne e compagni hanno continuato a tenere vivo un punto di vista di sinistra e le battaglie le hanno continuate anche nei momenti più duri dentro al Partito Democratico, sulle scelte al governo che hanno spiazzato una parte dell’elettorato, perché le loro battaglie nel partito ci hanno tenuto vicini ci hanno permesso di continuare a camminare insieme, a fare battaglie parallele anche quando abbiamo fatto percorsi diversi.

Negli anni seguenti abbiamo lavorato poi a costruire alleanze sui territori in tante amministrative, come pure mi è capitato alle regionali del 2020, voglio mandare un abbraccio saluto a Stefano Bonacini, che insieme abbiamo fatto una bellissima campagna. Ecco, allora ci chiesero una mano per respingere le destre che avanzavano e non l’abbiamo fatta mancare insieme a Coraggiosa a cui voglio dare un grande abbraccio. Abbiamo trovato una sintesi alta nelle nostre differenze – si può fare – sulle cose concrete che volevamo fare insieme e che poi abbiamo fatto insieme componendo le nostre diversità ma senza far mancare quella compattezza quando hai la responsabilità di governare una comunità in mezzo alla pandemia. È così che si sta al governo insieme nonostante le diversità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, a ricordare un pezzo di questo percorso, perché poi qualche tempo dopo, quando Enrico Letta, che ringrazio per il lavoro di quest’anno e mezzo, mi ha chiesto di partecipare alle agorà per darci un luogo di confronto dove ricomporre le fratture, dove discutere di merito insieme, io subito ho accettato di buon grado perché mi sembrava uno sforzo utile, uno sforzo dove appunto ricostruire una visione comune del futuro del Paese che poi è sboccata in questo bel programma elettorale che prima ricordavate e che ci ha fatto sentire tutti a casa. Ecco mi è sembrato un’occasione di provare a superare non tanto le rotture tra di noi che siamo ceto politico, ma con quei mondi che dovremmo cercare di rappresentare che non si sono sentiti più ascoltati, quello del lavoro, quello del terzo settore, dell’associazionismo, quello dell’accoglienza, della scuola e della mobilitazione studentesca, quello ecologista e quello femminista. Se riusciamo a usare così questo percorso costituente faremo una cosa giusta e per fortuna, diciamo, e per queste stesse ragioni non mi sono tirata indietro nemmeno quando la destra si è mostrata vincente per le elezioni politiche di settembre e ho scelto anch’io di dare una mano andando in giro per l’Italia su questo programma e ho toccato con mano la voglia di riscatto che c’è nella base della comunità democratica ed è a quella che ci rivolgiamo oggi.

Quello che lanciamo oggi è quindi un appello anzitutto alla comunità democratica con cui abbiamo appena condiviso questa campagna elettorale difficile, a tutte e tutti coloro che aderiscono al percorso costituente che il Pd ha aperto, ma anche a elettrici ed elettori, specie quelli che si sono sentiti più delusi. Siamo qui per ascoltarvi e siamo qui per ricostruire insieme. Le militanti e i militanti di base, i volontari e le volontarie alle Feste dell’Unità che mi hanno insegnato anche a friggere e come ogni singolo segretaria e segretario di circolo, di federazione, che si impegnano ogni giorno nel territorio dovrebbero vedere questo congresso come un’occasione per dire la loro.

E invece purtroppo siamo schiacciati da settimane da una narrazione molto volta sui nomi. Allora, il mio invito oggi è questo: scriviamolo insieme questo progetto. Io mi rimetto in viaggio in queste settimane con lo zaino il taccuino per ascoltare la base, per attraversare i circoli, riapriamoli alla comunità per raccoglierne i bisogni. E sono d’accordo con chi parla di una fase costituente che non può finire al termine di questa partita congressuale, perché il mondo non finisce con le primarie e anche il giorno dopo servirà il coraggio di cambiare, perché non basta cambiare il gruppo dirigente se non ritroviamo un’identità chiara e un blocco sociale di riferimento. È questo che dobbiamo fare, serve che facciamo una cosa nuova perché quello che siamo stati fino a qui – lo dico a me per prima – non basta. Questa è la verità. Serve una cosa nuova e a questo serve questa costituente, quindi non sprechiamola. Questa è una sfida che riguarda tutti e tutti e non la vince chi si candida, la vince una comunità forte e unita che poi riesce a stare insieme.

Dobbiamo riuscire a coniugare l’unità con la coerenza della visione far pesare di più la base, valorizzare una nuova classe dirigente che veda più protagoniste anche amministratrici e amministratori, quelli che devono contare di più nel partito nazionale perché vincono e convincono, perché sono prossimi ai bisogni e anche alle frustrazioni spesso dei cittadini delle cittadine e perché sono portatori di pratiche e saperi molto utili. Io sogno un partito in cui la buona pratica messa in campo da un amministratore o un’amministratrice diventa patrimonio collettivo, si trasmette di volta in volta anche ad altri. So che in parte questo già succede con gli strumenti che ci sono, proviamo a rafforzarli, proviamo anche a fare una narrazione portante.

È un appello il nostro anche a chi è rimasto più schiacciato da questi anni di crisi economica e poi pandemica, come le donne giovani, specialmente al Sud. È un appello a donne e giovani che anche in politica sono rimaste schiacciate da dinamiche patriarcali o paternaliste: prendetevi il vostro spazio. Non siamo noi a darlo, prendetelo, prendete la vostra voce. Non è più il tempo per chi fa politica, come me, di dire “salve siamo qui per rappresentarvi” ma è l’ora di chiedervi una cosa diversa, di autorappresentarvi con noi in un percorso che facciamo insieme, spalla a spalla. Questo è quello che dobbiamo fare.

Un appello rivolto anche a tutte le persone che si sono sentite ai margini della politica, che hanno pensato che la politica non fosse più uno strumento per migliorare le condizioni di vita delle persone e del Pianeta. Tante e tanti di noi si erano allontanati sfiduciati, disillusi, convinti che alla fine non cambiasse mai nulla, e invece se non ci occupiamo di politica la politica si occuperà comunque di noi e altri faranno scelte che ricadranno sulle nostre vite. Quindi non abbiamo scelta, dobbiamo fare la nostra parte, essere parte del cambiamento che vogliamo generare intorno a noi.

Parte da noi, ci serve una riflessione profonda e farla con le persone non solo nel ceto politico e tra gruppi dirigenti, proviamo a farla così. Per questo motivo è fondamentale aprire le porte ai mondi che sono fuori e non si sono sentiti rappresentati che hanno saperi e competenze molto utili per costruire un’alternativa alla peggiore destra di sempre che oggi governa nel nostro Paese. Sediamoci con loro.

Perché questo processo sia utile deve intrecciare i temi dell’opposizione ai primi passi falsi di questo governo, perché sia attrattivo deve usare parole di verità, offrire un luogo a quel senso di sconcerto diffuso che c’è rispetto a queste prime pessime scelte e darci la speranza di un’alternativa. Solo così potrà essere interessante verso l’esterno e tanto più efficace quanto più sarà umile nell’ascolto dei bisogni del Paese, delle critiche da dentro e fuori il partito e sarà sincero nell’affrontare senza scorciatoie il chiarimento politico che ci serve per sciogliere i nodi irrisolti di questi anni che abbiamo pesantemente pagato anche alle elezioni. Superando le contraddizioni che ci sono state, gli errori, i tatticismi, spesso i personalismi e anche quella tentazione, insomma, da abbandonare del potere per il potere. No, facciamo questa riflessione diciamo per potere cambiare in meglio le politiche e la vita delle persone. Allarghiamola a quei mondi fuori che sono scesi nelle piazze su questi temi per ricostruire pensiero, proposta e credibilità.

Mi piace immaginare questo luogo questo come un ponte tra le energie migliori che ci sono dentro al Partito Democratico, ci sono già, le abbiamo incontrate, le abbiamo viste emergere, le abbiamo viste fare battaglie, le abbiamo viste candidarsi anche sui territori, e chi vuol da fuori ritrovare un luogo di appartenenza comune che troppo lungo ci è mancato. Questo è lo sforzo di ponte che dobbiamo costruire. Facciamo questa cosa insieme anche per sentirci meno soli nelle lotte e non offriamo solo valori, ma relazioni, che è una cosa diversa.

Da oggi ci mischiamo e ci organizziamo e voglio essere chiara, l’ho detto prima, chi arriva da oggi arriva alla pari, non ci sono schemi preimpostati né accordi di autoconservazione, nessuno venga con l’idea di condizionare. Venite liberi, e siete benvenuti, venite liberi o non venite affatto!

Questo è il tema, è una scommessa sull’autonomia delle persone rispettosa delle storie individuali e collettive in questo partito e fuori. Perché il partito non ha bisogno di essere immobilizzato ma mobilitato e serve un rinnovamento forte del gruppo dirigente a tutti livelli, e per scalzare le dinamiche di cooptazione correntizia – lo voglio ribadire perché ho letto molto in queste settimane – questo Paese fa ancora fatica forse a pensare che una donna possa farsi strada senza farsi strumento di altri fatti. Ma gli dimostreremo il contrario.

Io sono sopravvissuta in questi anni proprio per avere rifiutato le logiche di cooptazione e perché non l’accetterei, quindi, di certo adesso, farei festa dopo tutta la fatica che abbiamo fatto ad arrivare fino a qui e anzi vorrei capire come le sfidiamo dentro al Partito Democratico e fuori perché possa prendere ampio spazio questa nuova classe dirigente che c’è ed è pronta.

E allora dico, facciamo questo sforzo questo partito è un patrimonio di risorse di competenza e insieme a scrivere una pagina di futuro. Siamo qui non per fare una nuova corrente né per tenerci quelle di prima per superarle con un’onda di partecipazione mischiando le nostre storie e mettendole tutte a valore anche di chi la pensa un po’ diversamente da noi. Questo deve essere il nuovo Pd. Scrivendo insieme una pagina nuova, siamo un’onda non una corrente nuova. Peraltro credo che la migliore garanzia di questo venga da questo cognome quindi vi dico subito una cosa: non ci saranno mai gli schleiniani, ok? Facciamo così? È abbastanza chiaro?

Non si pensi che per superare le dinamiche di cooptazione basti sostituire le correnti attuali con altre, servirebbe che fossero aree culturali, di idea, bisogna cambiare però il modello organizzativo che garantisca un altro metodo trasparente, libero di selezione della nuova classe dirigente. E dovremmo lottare per cambiare la legge elettorale, ma finché c’è questa ci devono essere primaria per i parlamentari per assicurare il rispetto dei territori. Per assicurare il rispetto dei territori e anche la parità di genere, che pure questa volta purtroppo è stata sacrificata.

È il nostro tempo, guardate, è quello delle nuove generazioni che sono state spesso soffocate da queste logiche, è il tempo del protagonismo femminile e femminista che proponga non di sostituirsi al modello dell’uomo solo al comando con la donna sola al comando, ma di cambiare profondamente quel modello con una leadership più plurale e collettiva. Ecco questo è l’impegno, con la capacità di fare squadra, vorrei che costruissimo una squadra per circondarsi di persone più competenti, non più fedeli, più competenti. Una squadra che trovi le energie migliori nel rispetto di quelle storie e che sia di condivisione plurale delle scelte e anche nella gestione del partito la sfida nella sfida è proprio cambiare il modello di leadership e questa squadra la costruiamo con compagne e compagni che hanno abitato il partito in questi anni e lo conoscono profondamente, sanno capire cosa serve per il suo rilancio, l’hanno animato con le proprie iniziative con le migliori competenze da fuori. Il progetto, il programma, però, questo è il mio impegno, lo costruiamo insieme nell’ascolto della base dei territori e anche naturalmente degli elettori e delle elettrici.

Da oggi quindi la cattiva notizia per voi che siete qua e per chi ci ascolta da fuori è che siete tutte e tutti coinvolti, ci daremo strumenti per organizzarci e portare il nostro contributo insieme. Anzi, innanzi tutto chi vuol dare una mano si può già iscrivere www.partedanoi.it oppure sul mio sito ellyschlein.it, che però è più difficile da scrivere mi rendo conto.

A questo scopo quindi vi voglio dire che se lo facciamo insieme io ci sono, non mi tiro indietro. Costruiamo insieme questa candidatura e questo progetto per dimostrare che io posso diventare la Segretaria del nuovo Partito Democratico! Facciamolo insieme, io insieme a voi voglio diventare la Segretaria del nuovo Partito Democratico! [il pubblico canta Bella Ciao].

Grazie, mi avvio a concludere quindi dicendo che proprio a questo scopo, anche se il percorso che è stato approvato dall’Assemblea Nazionale non lo richiede subito vi dico che io questa settimana prenderò di nuovo la tessera del Partito Democratico e non lo faccio semplicemente per iscrivermi a un partito e non lo faccio nemmeno per iscrivermi a una partita, quella congressuale, ma per rispetto di questa comunità, per entrare in ascolto e in punta di piedi. Non che sia mai stata distante in questi anni di governo e di battaglie comuni e anche di alleanze fatte insieme, ma per gettare il cuore oltre l’ostacolo e partecipare insieme a voi a rilanciare una visione comune e uno sguardo sul futuro che non guardi più solo all’ossessione dell’hashtag quotidiano e nemmeno alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni. Proviamo a fare questo, e mi rivolgo infine proprio a quelle giovani e quei giovani militanti che vogliono prendersi lo spazio che meritano: non chiedete mai il permesso per fare innovazione, innovation without permission si dice, non vergognatevi mai di quello che avete da, dire ditelo e basta.

Siate liberi perché la coerenza paga nei percorsi e aggiungo sin da ora che io sono disponibile ad accettare qualsiasi esito del congresso e a lavorare il giorno dopo per l’unità. Lo dico salutando con grande stima e facendo un enorme in bocca al lupo alle altre candidate candidati come Paola de Micheli Matteo Ricci ovviamente Stefano Bonacini a cui vi chiedo di fare un grande applauso. Sono tutte persone che stimo e sarà una bella sfida.

A chi mi chiede infine perché questa scelta, la risposta è semplice: perché in queste settimane me lo avete proposto in tante e tanti e perché vedo che questo significa che c’è una voglia condivisa di ricostruire comunità e questo è un valore aggiunto che noi vogliamo portare a prescindere da quello che sarà l’esito del congresso delle primarie. Mi sembra una bella energia, mi sembra un buon vento quello che ci spinge, e perché, diciamolo, in questi anni di impegno l’obiettivo mio è sempre stato tanto coerente da sembrare monotono: costruire un campo ecologista, progressista e femminista, che ci facesse sentire tutte e tutti a casa, ci facesse riappassionare alla politica. E questa cosa non si può fare senza la comunità democratica. Non è possibile. E quindi proviamo a farla insieme. Parte da noi quindi, dall’impegno che ci mettiamo questa nuova storia che deve attraversare il Paese per cambiarlo. Forza! Grazie a tutte e grazie a tutti.

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