Diritti

“I grandi non hanno imparato la lezione. E i giovani pagano„

È stata definita una delle giovani che nel 2020 hanno cambiato il mondo: simbolo della protesta contro la chiusura delle scuole, Anita ci racconta cosa significa “aver paura che la scuola chiuda”
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10 gennaio 2022 Aggiornato alle 09:00

Col suo banchetto e la lunga sciarpa è diventata la “quasi icona” delle proteste studentesche. E la sua storia la conoscono in tantissimi, perché con un piccolo gesto quotidiano è stata capace non solo di cambiare le cose, ma di farlo insieme agli altri, facendo sentire forte la sua voce.

Anita Iacovelli è piccola, ha 13 anni, e ha perso il conto dei giorni trascorsi in Dad (didattica a distanza, ndr). La sua storia “pubblica” è cominciata così: nel 2020, durante il secondo lockdown non sopportava più l’idea di tornare dietro a un computer per fare lezione e una mattina di novembre ha deciso di seguire le lezioni sì con la Dad, ma sedendosi platealmente davanti al suo istituto, la scuola media Italo Calvino di Torino.

Il giorno dopo, lì in mezzo alla strada, si era aggiunta una compagna di classe, e un altro compagno il giorno dopo ancora; nel giro di pochissimo, il loro “gesto plateale” ha fatto il giro della città. Le persone che passavano di fronte alla scuola si mostravano solidali con la protesta. Addirittura un signore portava loro le brioche la mattina. “Siamo diventati un’intera classe, era bello non essere più sola” spiega Anita. Ed è per questo che il quotidiano americano Politico l’ha selezionata tra le 4 leader della protesta femminile che hanno condizionato il 2020.

Poco prima che la chiamassimo per questa chiacchierata, stava sciando. Capelli biondi raccolti in uno chignon, sportiva, spontanea, Anita è - per fortuna - una delle studentesse che oggi torneranno a sedersi al proprio banco. Per molti altri invece non andrà così, nonostante la decisione del Governo di non prolungare le vacanze, e quella di non costringere ancora una volta gli studenti a seguire le lezioni da casa. Amministrazioni locali, sindacati e presidi hanno però spinto per posticipare il rientro: e così in Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio la ripartenza arranca.

“Il ritorno in istituto significa il ritorno alla vita normale senza il Covid-19. Anche se con le mascherine, le finestre spalancate e i contagi, almeno siamo tutti insieme, in classe”. Anita sembra più matura della sua età, ma è - ancora - preadolescente. Frequenta la terza media, è pronta a riprendere l’anno scolastico anche in vista degli esami a giugno, che chiuderanno una fase della sua vita e ne apriranno un’altra.

L’ultimo anno, per lei, sarà insomma una svolta importante: la scelta di un indirizzo per gli studi superiori, l’addio ai compagni che non si rivedranno più poi tanto spesso, i saluti ai professori che lasciano sempre qualcosa, che siano voti numerici o insegnamenti di vita. Piccoli tasselli necessari a comporre uno dei puzzle più complessi della storia: quelli dell’adolescenza. Ma poi, come si arriva all’adolescenza dopo 2 anni di didattica a distanza? Anita lo mostra chiaramente, quanto questa esperienza abbia lasciato un vuoto nella sua generazione.

“Se parlassi con un adulto che magari non ha capito quello che abbiamo passato, gli chiederei di ricordare gli anni della sua adolescenza. Gli direi: tu potevi uscire, stare con i tuoi compagni, parlarci. Noi dobbiamo stare in casa, dietro uno schermo, azzerando i contatti reali”.

Le lezioni in presenza, come racconta Anita, sono fatte di tante cose: “Quando qualcuno di noi fa una domanda in aula, la professoressa risponde e quello che dice magari stimola un altro ad alzare la mano, e così via. Non sempre sono argomenti collegati tra loro da un unico filo conduttore, ma a scuola si impara anche così”. E quel filo, in Dad, non riesce a materializzarsi.

Molti studenti e molti giovani negli ultimi 2 anni hanno perso quel “filo conduttore”. Non solo perché non riescono a seguire la lezione, o perché hanno problemi di connessione, o perché vivono in una casa piccola con mamma e papà che fanno smartworking e questo non aiuta la concentrazione.

Il “filo conduttore” l’hanno perso anche perché una vita, chiusi, è meno di una vita a metà. Per non parlare del fatto che se hai un problema, in classe si può accorgersene subito tutti insieme e collaborare, aiutare. Con il computer, non viene notato. Le chiacchiere nell’intervallo sono messaggi su Whatsapp e chiamate su Zoom, ma non basta. Si può parlare di “vita scolastica” utilizzando per lungo tempo questi strumenti?

In molte zone d’Italia purtroppo indolenti, lo rifaranno: il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca a esempio ha già rinviato l’inizio in presenza per scuole dell’infanzia, elementari e medie al 29 gennaio. Si tratta di circa 6 mila scuole. In Sicilia, il suo pari grado Musumeci ha dato altri 3 giorni “di vacanza” - e non di Dad - per consentire la riorganizzazione degli istituti con l’aumento dei contagi. A Messina le lezioni saranno a distanza per 2 settimane, poi si vedrà.

Molti comuni in provincia di Frosinone, Viterbo e Rieti hanno posticipato il rientro in classe al 17 gennaio (alcuni al 23). Anche gli studenti calabresi saranno in Dad fino a lunedì prossimo. Nel resto d’Italia, le lezioni in presenza per ora invece resistono. Come ha spiegato la sociologa Chiara Saraceno: “Siamo al terzo anno scolastico con il Covid-19 e poco sembra essere cambiato rispetto a marzo di due anni fa”. Nell’aria sono rimaste l’improvvisazione, decisioni all’ultimo minuto e un ognuno per sé, con una noncuranza verso i bisogni delle famiglie e di chi, nelle scuole, deve poi organizzare pragmaticamente decisioni prese da altri.

“Non è con norme barocche sul numero di contagiati e vaccinati e sulla coesistenza, per lo stesso gruppo classe, di didattica in presenza e a distanza che si garantisce davvero il diritto all’istruzione”, continua Saraceno. Ma, come suggerisce, con l’installazione di strumenti di aerazione, alternando le lezioni in classe a quelle all’aperto, accelerando le vaccinazioni, attuando (per davvero) il servizio dei tamponi gratuiti per gli alunni delle scuole secondarie di primo e secondo grado, come peraltro aveva suggerito in una nota anche il commissario all’emergenza Francesco Paolo Figliuolo.

Certo è che Anita e molti altri come lei hanno trascorso 2 anni un po’ in Dad e un po’ in presenza: un’alternanza che ha scombussolato le giornate di adolescenti già confusi da uno di quei virus che avevano visto solo nei film. “I professori ci bombardavano di verifiche al rientro, temendo di non avere più tempo utile per farcele fare dal vivo, e puntualmente poi tornavamo in Dad. E poi ancora in presenza”. Anita ha voglia di imparare. Di socializzare. Di crescere con i propri compagni. Un diritto che nessuno le dovrebbe più negare.