L’Economist torna a parlare dell’Italia. E non fa sconti
L’Economistpicchia duro sull’Italiae sulla premierGiorgia Meloni. Dopo lacopertinache pochi giorni prima delle elezioni del 25 settembre ritraeva proprio la futura Premier affiancata alla scrittaL’Europa deve preoccuparsi?, il settimanale liberal britannico torna a occuparsi del nostro Paese con ilreportdal titoloRenovation required(“ristrutturazione richiesta”), che si interroga sucosa sia andato storto in un’economia che per cinquant’annie fino agli anni Novantaè stata una di quelle a crescitapiù rapida nell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e nei successivi èdiventata la più lenta. Unendo diversi articoli su tematiche specifiche, l’approfondimentoa firma John Peetsostiene chel’Italia necessiterebbe di profonde riforme economicheper ritrovare la vitalità perduta ma cheGiorgia Meloninon avrebbe l’intenzione o l’esperienza per farle. Superato lo scontato elogio iniziale al bel Paese, il giornalista entra nel nocciolo della questione sottolineando comel’Italia, pur essendosi ripresa egregiamente dalla scure delCovid-19 anche grazie alla grande quantità di denaro assicurata dal fondo Next Generation EU,abbia davanti a sé prospettive disastrose. Colpa della ripresa dell’inflazione a due cifre, dell’aumento dei tassi di interesse, dell’impennata dei costi dell’energia e dell’invasioneRussain Ucraina che probabilmente porteranno la zona euro in recessione nel 2023. Una situazione che secondo John Peet potrebbe essere particolarmente pesante per il nostro Paese, a causa didebolezze economiche di lunga datariassunte in questo modo. «Il debito pubblico sfiora il 150% del Pil, facendo dell’Italia il terzo maggior debitore dell’Ocse dopo Giappone e Grecia. Il livello di occupazione è scarso. La partecipazione femminile alla forza lavoro è la più bassa dell’Ue e la percentuale di giovani che non lavorano, non studiano o non seguono corsi di formazione la più alta. I risultati dell’istruzione sono pessimi e le prospettive demografiche sono fosche: l’Italia ha il secondo tasso di natalità più basso in Europa e una delle popolazioni che invecchia più rapidamente». Non mancanostoccate al mondo degli affari. «L’Italia ha una pletora di piccole imprese, ma notevolmente poche di grandi dimensioni e un punteggio peggiore di qualsiasi altro Stato dell’Europa occidentale nell’ultimo indice della Banca mondiale per la facilità di fare affari. Gli investimenti esteri diretti sono incredibilmente bassi per un Paese del G7. La spesa in ricerca e sviluppo (R&S) è appena l’1,5% del Pil, la metà della Germania e la pubblica amministrazione rimane sia troppo grande che troppo inflessibile. Inoltre soffre più della maggior parte dei Paesi dell’Ue a causa di unalto livello di corruzione e di una grande economia sommersa, specialmente nel Sud, una delle regioni meno sviluppate d’Europa». L’analisi dell’Economistnon si ferma qui ma sottolinea anche come ilPil pro capite sia aumentato a malapena in termini reali dal 2000. «Quando l’Europa è cresciuta, l’Italia ha avuto la tendenza a crescere più lentamente; quando l’Europa è arretrata, l’Italia ha avuto la tendenza a arretrare di più». Un quadro decisamente poco entusiasmante, che fotografa una china discendente invertibile solo con leazioni di un governo stabile e capace, che secondo il settimanalenon corrisponde a quello in caricaretto da Giorgia Meloni. Il motivo principale è la suainesperienza. Prendendo in prestito un appellativo coniato dal professore di politica allaLuissdi Roma, Roberto D’Alimonte, la firma del report parla diPersona incognita, sottolineando come, escludendo l’impegno all’interno di Fratelli d’Italia,la Premier abbia all’attivo solo un ruolo da sottosegretaria nel governo Berlusconi 2008-11. Di per sé questo non sarebbe un problema enorme secondo l’Economist, se non fosse per la situazione disperata nella quale verserebbe l’Italia, bisognosa di anni di riforme Draghi, il cuiPnrrrischia di rimanere impantanato a causa della poca chiarezza dell’attuale esecutivo. Arriva in questo punto l’affondo più duro verso Meloni, che per raddrizzare il Paesedovrebbe essere la Margaret Thatcher italianae portare avantimisure impopolari contro l’establishment, mentre invece quell’establishmentsembra volerselo tenere molto strettosostenendo «gruppi privilegiati che respingono la concorrenza e frenano la crescita, dai tassisti ai titolari di concessioni balneari e mostrando una vena nazionalista e protezionista nell’opporsi all’acquisizione straniera di beni italiani. Le parole d’ordine del suo governo sembrano essere clientelismo e corporativismo, non concorrenza e libero mercato. Eppure è di più concorrenza che l’Italia ha bisogno, non di più protezione».