Ritorno al baby pensionamento? Il 10,3% è per under 59

Ritorno al baby pensionamento? Il 10,3% è per under 59

 

In Italiaabbiamo un problema con lepensionie si tratta di un problema puramente aritmetico. Il nostro sistema pensionistico si basa su unsistema contributivo a riparazionee, dunque, prevede che una parte dello stipendio dei lavoratori vada a pagare gli assegni pensionistici di chi non lavora più. È evidente come questo sistema sia destinato a bilanciarsi da solo laddove ci sia uncostante e continuo ricambio generazionale. Ed ecco il problema: nel nostro Paeseil numero di pensionati è decisamente maggiore del numero di lavoratori.Secondo l’Inps,un giovane di 25 anni che ha iniziato a lavorare da almeno 12 mesi potrà accedere alla pensione anticipata a 70 anni e quella di vecchiaia a 70 anni e 6 mesi, superando, quindi, i 45 anni di contributi. Oggi le uscite anticipate in Italia sono regolate dalla legge Fornero (pensionamento con 42 anni e 10 mesi di contributi, che diventa 41 + 10 per le donne) e che dal prossimo anno vedrà l’aggiunta di una soglia anagrafica che, stando aquota 103,dovrebbe essere pari ai 62 anni di età con 41 di contributi. Durante la campagna elettorale, il Governo Meloni si è battuto apertamente riguardo l’importanza diriformare il sistema pensionisticonazionale, per identificare un sistema più “flessibile” e capace di soddisfare più interessi. Con il passare dei mesi, però, sonosopraggiunte nuove prioritàe la tanto attesa riforma pensionistica si è allontanata al punto danon comparire all’interno del Def(Documento di Economia e Finanza). Tuttavia, rimane un punto di grande interesse per il Governo e lo dimostra l’inserimento della materia nei 21 collegati alla manovra come disegno di legge sull’introduzione di “Interventi in materia di disciplina pensionistica”. Intanto la Ministra del Lavoro, Marina Calderone, ha annunciato lacreazione di un Osservatorio per il Monitoraggio Previdenziale:un istituto ad hoc con il compito di esaminare i dati eidentificare lo spazio e le possibilità di manovra del Governo.Quest’ultimo sembra, invece, allontanarsi sempre di più dalla versione originale della riforma Quota 41, per la quale si è battuto enormemente il leader della Lega Matteo Salvini e che prevedeva il pensionamento a 41 anni di contributi senza al alcun limite di età. Un range piuttosto ampio e difficilmente sostenibile per le tasche dello Stato. Infatti, nonostanteil Governo sia passato da Quota 102 a Quota 103e le limitazione inserite inOpzione Donna,i costi continuano a salire.Complice è anche l’inflazioneche harimpolpato gli assegni pensionistici, i quali durante lo scorso anno hanno visto un incremento del 7,3%. Nel 2022 la spesa per le pensioni è stata di 298,9 miliardi di euro. Secondo le stimeInps,nel 2023 raggiungerà i 317,9 miliardi, 340,7 miliardi nel 2024 e potrebbe sfiorare i 351 miliardi nel 2025. In termini percentuali, questo implica un impatto sul Pil del 16,2% per l’anno in corso e che, tra 10 anni, potrebbe arrivare al 17,4%. Una spesa che, inevitabilmente, risente di unpassato all’insegna dei baby pensionamenti:nel 1973 il Governo Rumor diede la possibilità alle dipendenti pubblici con figli di andare in pensione dopo 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi versati e, analogamente, ai dipendenti pubblici di sesso maschile di accedere agli assegni pensionistici dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno. Il risultato di queste politiche, evidenziato da Pasquale Tridico e Enrico Marro nel libroIl lavoro di oggi la Pensione di domani(Solferino, 208 pagine, 16 euro), lo vediamo (e paghiamo) ancora oggi: circa185.000 babypensionati, che hanno smesso di contribuire al reddito del Paesepoco più che 40ennie che hanno generato un costo totale di 2,9 miliardi di euro l’anno. Oggi non siamo sulla stessa barca, ma c’è un però: le decisioni passate continuano a pesare e l’età media dei pensionati non è, poi, così alta. Al 1 gennaio 2023 le pensioni vigenti,secondo l’Inps, erano 17.718.685 di cui il 78% previdenziale (ovvero derivante dai contributi lavorativi) e il 22,8% assistenziale (riconosciuta per una situazione di invalidità o di disagio economico). Di questi 17 milioni il 17,4% era destinato a under 64 (1 su 6) e il 10,3% (compresi invalidi civili) apparteneva a under 59, mentre gli assegni di vecchiaia destinati a soggetti con meno di 70 anni superava il 25%.Nel 2023 l’età media dei pensionati è di 74,1 anni, con un’età media per le donne di 76,2 e degli uomini di 71,5, mentre l’età media di accesso alla pensione è di 64,4 anni (un +0,1 rispetto al 2021, quando si attestava a 64,3). Un problema che, dunque, continua a pesare sulle casse dello Stato e che necessita una risposta adeguata. Siamo di fronte a un sistema previdenziale traballante a causa di un forte squilibrio tra lavoratori e pensionati, un equazione che forse necessità di essere riallineata garantendo l’uscita pensionistica a chi la necessita veramente.