Storie

Miguel Benasayag: «Non possiamo cambiare il mondo senza disturbare nessuno»

Lo psicoanalista e autore argentino ha spiegato a La Svolta come (e perché) il nostro presente sia diventato «unidimensionale», parlando di persone, società civile e organizzazioni
Miguel Benasayag, psicoanalista e autore argentino
Miguel Benasayag, psicoanalista e autore argentino
Tempo di lettura 9 min lettura
20 ottobre 2023 Aggiornato alle 09:00

Abbiamo perso pezzi, passaggi, idee. Sedotti da vuoti, continui, richiami al futuro: non ci siamo accorti, osserva Miguel Benasayag, che il nostro presente è diventato «unidimensionale».

Il presente unidimensionale, precisa lo psicoanalista argentino, autore tra gli altri del volume Ritorno dall’esilio. Ripensare il senso comune (Vita e Pensiero, 13 euro, 136 pagine), che ha chiuso sabato 14 ottobre la XXIII edizione delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, è «il tempo operativo dell’algoritmo e della macchina, non dell’uomo e delle sue organizzazioni».

Persone e organizzazioni, al contrario, hanno bisogno di un tempo più ampio. Un tempo segnato da una diversa una profondità di campo. Benasayang ne ha parlato a La Svolta.

Negli ultimi anni si è assistito all’affermazione di modelli organizzativi tecnocratici: un processo evolutivo in cui l’efficacia e il senso dell’agire sono stati assunti come mezzi e, alla lunga, sono diventati fini. Diventa perciò urgente “risignificare” le organizzazioni, non in termini formali, ma sostanziali, attivando conseguenti processi di cambiamento.

Durante il confinamento dell’ultima pandemia si è avvertita forte la necessità di legami, di dialogo, di contatto. La mancanza ha rivelato un dato: non siamo isole, non possiamo vivere senza l’altro. Ma, al tempo stesso, si è aperta una crisi sempre più forte, una crisi profonda che tocca le radici dell’essere e ha iniziato a farsi percepire come minaccia incombente. L’individualismo, che vorrebbe riaffermarsi, vive però di un paradosso: pone sì l’individuo al centro, ma al centro… di un caos sociale, ecologico, economico, esistenziale. L’apertura che si era prodotta durante il confinamento si sta dunque richiudendo nel segno di un individualismo ancora più feroce del precedente. Viviamo un momento di accelerazione dei processi di serializzazione della società e credo che questo momento sia tutt’uno con la necessità di risignificare, come diceva poco fa, il nostro agire comune.

Questi processi di serializzazione riguardano, forse più che mai, anche le organizzazioni. In particolare, le organizzazioni della società civile che si trovano a dover rinnovare non solo le forme, ma i propri orizzonti di senso…

Ci troviamo davanti a due apparenti vie d’uscita, ma sono entrambe uscite che conducono in vicoli ciechi. Da un lato, c’è l’idea messianica, spesso declinata in tono populista, che arriverà una rivoluzione che cambierà tutto, Dall’altro, invece, c’è l’individualismo di cui parliamo. Queste due apparenti vie d’uscita dalla crisi aggrediscono il senso le strutture sociali e le organizzazioni della società civile, ancor prima di affaticarle dal punto di vista organizzativo e operativo. La fatica del sociale, in altri termini, non è solo una fatica legata alla burocrazia, alla complessità del mondo o a un rapporto tra forze e risorse, tra mezzi e opportunità sempre più squilibrato. È primariamente una fatica del senso. Per questo dobbiamo insistere sul senso e sul valore, e dunque sulla loro risignificazione e rivalorizzazione nel contesto attuale, di tutto ciò che è civile.

Tutto ciò che solidale, mutualistico, cooperativo ha inscritto nel proprio codice il bisogno di generare senso e condividerlo. Per questo ha necessità di essere in rete. Una rete che, a dispetto delle retoriche del mainstream, si trova oggi messa in scacco da nuove forme di verticalità. Proprio per questo è necessario un nuovo sviluppo di questa rete. Uno sviluppo che parta dal senso e dalla condivisione di un senso: nel tempo dell’individualismo feroce e funzionale al controllo, il senso trova un ambiente propizio alla vita e alle relazioni solo in quel terzo spazio che chiamiamo società civile. In questo terzo spazio, le organizzazioni hanno bisogno risignificarsi per agire e operare, ma al tempo stesso hanno bisogno di capire che sono soggetti collettivi ma primari, in questa generazione di senso. È necessario questa bidirezionalità del senso, in rapporto alle organizzazioni, per farle uscire dalla trappola che le vorrebbe unicamente “prestatrici di servizi”.

Le organizzazioni della società civile, in quest’ottica, appaio come soggetti di uno spazio comune che non si limitano a “occupare” ma che plasmano attraverso una continua ridefinizione di pratiche sociali…

Queste organizzazioni sono state, in certi casi sono ancora (e se non lo sono più dobbiamo augurarci che tornino a esserlo) luoghi in cui è possibile sperimentare, anche su piccola scala, la forza generatrice del cambiamento. Esistono, a mio avviso, 3 livelli di orizzontalità. Un primo livello che chiamo di resistenza e creazione: tutto ciò che nella pratica e nella teoria cerca di sperimentare come vivere, produrre, consumare in termini diversi. Fuggendo il rischio “dell’assembleismo”, che è il contrario della sperimentazione ovvero del pensare per produrre. Potremmo sintetizzare questo livello con una formula: agire localmente, pensando localmente. Il locale, in questo senso, è il concreto, la vita con cui le pratiche e le teorie si confrontano e, talvolta, si scontrano. Il pensiero “globale”, in sé, è un’astrazione, perché se c’è una globalità esiste dentro ogni locale.

Il secondo livello si ha quando queste esperienze di resistenza e creazione arrivano a svilupparsi in un punto che comincia a disturbare lo status quo, facendo percepire la generatività di pratiche legate a un immaginario – e a un senso – alternativo e innescando un conflitto positivo con l’esistente che non può rimanere unicamente nella coscienza o nelle buone intenzioni.

Il terzo livello è quello dell’alleanza in vista di un orizzonte comune. Alleanza anche con chi non ci è affine, ma percepisce esattamente la posta in gioco: l’umano. Troppo spesso le organizzazioni confondono questi tre livelli e, altrettanto spesso, auto sedotte dai propri ideali dimenticano che non basta immaginare, ma all’immaginare deve conseguire l’agire; ma immaginare e agire sono possibili solo se c’è un livello di conflitto e confronto e, infine, di alleanza. Ogni organizzazione dovrebbe capire dove si trova nel proprio cammino e non mischiare tra loro discorsi e pratiche che attengono ai livelli differenti. Altrimenti, nel caos, si genera altro caos.

Torniamo alla questione del senso: la partita, oggi, si gioca sul terreno dell’immaginario. Lo status quo, al quale sembra bastare il puntello delle illusioni messianiche e populiste, e un immaginario sociale che, drammaticamente, ha urgente necessità di reinventarsi…

“Drammaticamente” è un termine corretto. Drammaticamente perché c’è un’urgenza di conflitto. Siamo stati abituati a pensare che il conflitto sia sinonimo di violenza. Invece conflitto è sinonimo di vita, perché senza conflitto (con le forme di sopruso, con le asimmetrie economiche e sociali, con chi alimenta e giustifica vecchie e nuove povertà) si cade in una trappola. La trappola in cui siamo caduti.

La trappola è costituita da due mattoni fondamentali: in primo luogo, manca ancora alla società civile un immaginario più potente rispetto a quello del neoliberalismo e della tecnologia, che si alimenta di parole come “merito”, “efficacia”, “efficienza”, “profitto a tutti i costi”; in secondo luogo, c’è un buonismo diffuso che confonde il dialogo con l’assenza di conflitto. A certi livelli, senza scontro e senza conflitto non si va da nessuna parte. Non possiamo cambiare il mondo senza disturbare nessuno.

A suo avviso perché il nostro immaginario sociale è così intossicato da quest’idea?

Le esperienze di violenza dei decenni scorsi e i fallimenti utopistici hanno lasciato un segno duraturo. Ma in gran parte credo che tutto questo accada perché c’è una forte propaganda che, alla fine, ha creato una serie di luoghi comuni sulla violenza, facendocela vedere e, al tempo stesso, nascondendocela là dove non conviene vederla. Come se questo nostro mondo non fosse terribilmente violento e, a tratti, ben più violento del mondo che ci siamo lasciati alle spalle… Ma il conflitto, come dicevo, non è violenza: è il sale della nostra azione. Se non lo si capisce, allora ci si consegna a un ruolo subalterno che rischia di svuotare di senso ogni azione consegnandola al mero funzionalismo.

Le organizzazioni della società civile giocano questa azione su terreni decisivi: l’istruzione, la salute, la cultura, la solidarietà, il lavoro. Sono gli stessi terreni decisivi anche per altri campi di forze

Il problema è che noi siamo tutti colonizzati dall’idea dell’efficacia e del funzionamento efficiente. È un’idea che si basa su una colonizzazione algoritmica e finanziaria del mondo che cerca di anestetizzare ogni possibilità di cercare un senso e di fondare sul senso, e non sull’efficienza, la nostra esistenza. È importante sperimentare un’alterità rispetto a questo potere algoritmico e finanziario che sembra precludere ogni alterità possibile. Ma è proprio per questa ragione che parlavo di immaginario: poter desiderare, poter pensare, poter pensare di poter agire altrimenti. La partita si gioca qui.

Ovviamente facciamo fatica, molta fatica a sviluppare questo immaginario. Per questa ragione penso alla necessità di una “clinica sociale”, che intervenga collettivamente tra le pieghe che il potere finanziario e algoritmico ancora non ha occupato. Una clinica sociale è una pratica che premette di costruire e ricostruire legami in luoghi che li hanno quasi del tutto annientati ma, al tempo stesso, sono stati abbandonati a se stessi dal sistema. Il sistema ha ancora dei punti ciechi e con le organizzazioni della società civile dobbiamo agire lì. Ma con la consapevolezza che la clinica sociale, la cura del legame e delle fragilità, non basta. Serve una visione che superi tutto ciò e non puntelli il sistema.

In questo senso, va rovesciato anche l’immaginario sulle istituzioni: non c’è una verticalità istituzionale e, accanto o sotto, un’orizzontalità della società civile. Le istituzioni vanno invece viste dentro l’orizzontalità. Non basta il semplice movimentismo, perché il movimento ha bisogno di istituzione dentro un processo circolare di reciproca fecondazione di senso che permetta di non disperdere storie, esperienze, realtà o, peggio, di sacrificarle sull’altare del merito e della funzione.

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