Ambiente

Fukushima, una ricostruzione ancora molto difficile. E costosa

Il Governo giapponese deve cedere pezzi dei “gioielli di famiglia” statali per finanziare il termine dei lavori
(ANSA Foto)
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12 gennaio 2022 Aggiornato alle 13:00

Partiamo da una notizia di un anno fa: a gennaio 2021, una ricerca stabilì che solo il 30% degli abitanti della zona di Fukushima era soddisfatto per l’andamento dei lavori di ricostruzione dopo la terribile catastrofe del marzo 2011, quando uno tsunami generato dal maremoto del Tōhoku - con onde altre fino a quasi 15 metri - investì la centrale nucleare locale (che, per inciso, aveva barriere anti-tsunami progettati per contenere onde fino a un massimo di 10 metri d’altezza). Il sistema di sicurezza e di stoccaggio dell’energia (progettato e gestito male, come ammise poi la stessa Tokyo Electric Power Company) andò completamente in tilt, e le conseguenze furono il rilascio di radioattività nell’aria, la contaminazione dei terreni e le necessità dell’evacuazione immediata fino ad almeno 20 chilometri di distanza dal luogo dell’incidente. La più grande catastrofe nucleare dai tempi di Chernobyl, 1986.

Sicuramente una situazione drammatica da cui ripartire e su cui ricostruire. Il Governo giapponese si era tuttavia speso in grandi promesse, garantendo che entro dieci anni tutto sarebbe stato regolare, o quasi. Al di là dell’insoddisfazione dei cittadini riportata a inizio articolo, che spiega chiaramente come alla fine non tutto sia già a posto e sia già andato per il verso giusto, come stanno realmente le cose? Un primo segnale, chiaro e inequivocabile, è arrivato proprio in questi giorni: il Governo è andato a cercare sul mercato, tramite cessioni azionarie relative ad alcuni “gioielli di famiglia”, ben 5.000 miliardi di yen (al cambio, poco meno di 45 miliardi di dollari) per finanziare il completamento delle opere di riqualificazione e ricostruzione delle zone colpite dalla catastrofe. Le cose per fortuna sono andate molto bene: con la sola cessione di quote relative a Japan Tobacco Inc. e Japan Post Holdings Co. si è già arrivati a 4.870 miliardi di yen (superando le previsioni, che si attestavano sui 4.500 miliardi); probabilmente con la sola cessione di partecipazioni in Tokyo Metro Co. sarà possibile racimolare i 170 miliardi di yen mancanti per arrivare all’obiettivo.

Risorse ingenti, ma necessarie. Molto infatti è ancora da fare. In una “fotografia” scattata a metà 2021, ben il 76% dei Comuni compiuti dal disastro annunciava, tramite le sue amministrazioni, che non sarebbe riuscito a portare a termine i lavori di riqualifica entro i termini stabiliti (appunto: fine 2021). Ovviamente lo scoppio della pandemia non ha aiutato, ostacolando ulteriormente dei lavori che devono pure fare i conti con circa 300 chilometri quadrati dell’area che tuttora sono off limits. Meglio è andata dal punto di vista delle infrastrutture: a marzo, l’88% delle vie di comunicazione erano state riaperte, rispetto agli obiettivi – obiettivi praticamente raggiunti quasi nell’interezza ora a inizio 2022. La Prefettura di Fukushima, ovviamente la più colpita, ha comunque ancora grandi parti del territorio inaccessibili. Una inaccessibilità che è certa almeno fino al 2023. Solo una volta caduto questo vincolo, sarà possibile completare i lavori di riqualifica e ricostruzione. I 30.000 miliardi di yen originariamente stanziati sono già andati esauriti. Molto resta da fare.