Diritti

Quella psicologica non è salute di serie B

Il Governo non ha inserito il “bonus psicologo” nella Legge di Bilancio. Sopravvissuti invece altri bonus: dai rubinetti alle zanzariere
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11 gennaio 2022 Aggiornato alle 08:00

La bocciatura dell’emendamento bipartisan sul bonus psicologico riapre una questione che prima di essere sanitaria è soprattutto culturale. E cioè l’idea che la salute mentale sia meno importante di altri problemi di salute. Il bonus iniziale di 150 euro che poteva arrivare a 1600 annui a seconda del reddito sarebbe stato sicuramente insufficiente, ma quantomeno avrebbe potuto aiutare moltissime persone, soprattutto giovanissimi, che negli ultimi 2 anni hanno sofferto moltissimo per le condizioni restrittive collegate alla pandemia a iniziare una terapia psicologica. Ma avrebbe anche acceso i riflettori sulla necessità di rinforzare le strutture pubbliche dedicate alla salute mentale, in profonda difficoltà nel rispondere a una sofferenza diffusa come quella a cui assistiamo in questo momento. È partita una petizione, che oggi ha superato le 200.000 firme, per chiedere al Governo di non accantonare l’emendamento, per dare un segnale di ascolto di tanta sofferenza.

Dal 2018 infatti la psicoterapia è stata inserita tra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), a significare che dovrebbe essere garantita dal Servizio Sanitario Nazionale a tutti i cittadini. Ma così non è. I servizi dedicati alla salute mentale, per adulti e per l’età evolutiva, non riescono a rispondere alla grande domanda di cura per problema di risorse, di professionalità, di cultura . Si prendono in carico così solo i casi più gravi, quelli conclamati, andando così contro ogni raccomandazione scientifica (che ci indica l’intervento precoce come quello determinante per la prognosi futura). Il ricorso al privato diventa, per chi può, l’unica strada, lasciando quindi indietro moltissime persone, che non accedono così alle cure.

I dati di ricovero delle psichiatrie e neuropsichiatrie infantili ci indicano nel 2020-21 un aumento di richieste del 30% rispetto al 2019, con una pressione sui reparti abbastanza insostenibile e con una grande sofferenza dei pazienti e delle loro famiglie. Sono aumentati fenomeni come ansia, depressione, attacchi di panico e disturbi alimentari in particolar modo nella fascia tra i 12 e 35 anni. Un dato significativo è anche l’aumento dei suicidi negli adolescenti e, più in generale, un incremento di tutte le forme di autolesionismo, soprattutto nella fascia preadolescenziale e adolescenziale .

La pandemia e i cambiamenti di vita a essa correlati non hanno provocato probabilmente l’aumento di tanta sofferenza, ma sono stati la cartina di tornasole per rivelarla . Investire risorse nel benessere psicologico delle persone significa fare prevenzione, per evitare esplosioni di sofferenza. La sofferenza psichica negli esseri umani non è mai un evento improvviso, ma sempre un processo che parte da lontano, che si sviluppa lentamente e che, se intercettato in tempo, può essere affrontato e risolto. Ogni ritardo può diventare decisivo per la traiettoria di quel disagio.

L’accoglienza della sofferenza psichica e la sua presa in carica sono il segno della civiltà di una società, qualcosa che ci riguarda tutti, che tutti dovremmo sentire come responsabilità collettiva. Come tutta la vicenda della pandemia ci ha insegnato, ognuno di noi vive in stretto collegamento con l’altro, quand’anche sconosciuto. La vulnerabilità, fisica e psicologica, che tutti abbiamo sperimentato negli ultimi 2 anni, ci dovrebbe permettere di ripensare a un modello di società dove il tema del benessere psichico non sia così decentrato dalla nostra idea di salute ma, piuttosto, parte integrante e a essa intimamente connesso.