Diritti

Molestie sessuali: il gioco è truccato

Il caso del senatore accusato di molestie, come sempre, ci dice molte cose su come trattiamo il tema della violenza sessuale
Credit: Hossain Takir/pexels
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20 settembre 2022 Aggiornato alle 06:30

Nel 1992, una donna di nome Lorena Gallo coniugata Bobbitt amputò il pene del marito che l’aveva stuprata per l’ennesima volta. Un atto di violenza estrema, arrivato a valle di anni di abusi, violenze psicologiche e stupri ripetuti per i quali Lorena aveva più volte chiesto aiuto, sostanzialmente ignorata dalle forze dell’ordine e finendo sempre per tentare una “riconciliazione” con il coniuge violento.

Quando Lorena si presentò in ospedale coperta di sangue, la polizia volle sapere subito una cosa e una soltanto: dove aveva buttato il pene amputato di John Wayne Bobbitt? Se lo ricordava? Poteva dare delle indicazioni? Ottenute le informazioni, una serie di pattuglie si lanciò alla ricerca del pene amputato, ritrovandolo a una velocità sufficiente da permettere ai medici di riattaccarlo e renderlo funzionale. Di Lorena, a sua volta traumatizzata e terrorizzata, non importava nulla a nessuno.

A questo sono tornata con il pensiero in questi giorni, dopo l’esplosione del caso del senatore (che qui resterà anonimo, perché la sua identità è irrilevante ai fini del mio discorso) accusato di molestie da una sua ex collaboratrice, che per raccontare la sua storia si è rivolta a una testata già nota per avere svolto delle inchieste in ambito politico. Nel giro di 48 ore avevamo già il nome del senatore, rivelato dal leader del suo stesso partito, e da quel punto in poi anche una levata di scudi unanime a favore del presunto molestatore e ai danni della donna che lo accusa. Entro tre giorni c’era già anche un nome e una storia giudiziaria: una condanna in primo grado per stalking ai danni di un ex partner che lei accusava di stupro, poi prescritta, usata per avvalorare la tesi del senatore secondo cui questa donna (non un’altra, proprio questa) sarebbe una che lo perseguita da anni. Il senatore avrebbe anche sporto una denuncia contro ignoti che ha portato alla perquisizione a casa di questa donna, perquisizione che si è conclusa con un nulla di fatto.

In tutto questo, il capo di partito del senatore in questione non si è fatto scrupolo a dare immediatamente della bugiarda e della stalker alla donna in questione, sostenendo la versione del suo sodale con una veemenza fuori misura rispetto alla reale necessità di fare quello che nel gergo della comunicazione si chiama damage control, un’azione di contenimento dei danni. È vero, mancano otto giorni alle elezioni e uno scandalo sessuale non fa benissimo all’immagine di un partito che ha un certo bisogno di raccogliere consensi. È anche vero che la stessa cosa si poteva fare in un modo che non comunicasse alle vittime di violenza sessuale il solito messaggio: non ci provate neanche, non vi crederà nessuno. Anzi, più il vostro aggressore è potente minori sono le probabilità che possiate arrivare a vederne accertate le responsabilità di fronte alla giustizia, perché sono tutti bravi a dire “denunciate”, fingendo di non sapere cosa significa per una donna denunciare un abuso sessuale.

Secondo l’Istat, una donna su tre ha subito molestie nel corso della sua vita. Quello che l’Istat non dice è che non si tratta di un solo episodio a testa: la maggior parte delle donne che hanno subito molestie può riportare più episodi, e tutte, ma proprio tutte, sono state oggetto di commenti indesiderati, fischi, tentativi di abbordaggio, apprezzamenti sul luogo di lavoro, allusioni sessuali volte a metterle in imbarazzo. Un fenomeno noto, che però non trova riscontro nel numero delle denunce, né ha portato alla predisposizione di politiche volte a prevenire i comportamenti molesti. Ho controllato: nel programma del partito a cui fa capo il senatore si parla solo di violenza domestica, e anche in quel caso di misure volte all’assistenza dopo che si è verificato il fatto. Di violenza sessuale, nessuna traccia. Di interventi perché denunciarla non diventi un calvario, nemmeno.

Per la legge italiana uno stupratore deve riuscire a sfangarla per un anno. Un anno senza essere denunciato, e può dire di avercela fatta: la denuncia non vale più. Lo stupro non è mai successo. Ma anche se una donna lo denunciasse subito, non c’è alcuna garanzia di giustizia: gli aggressori possono essere assolti perché lei aveva una condotta promiscua ed era bisessuale (come nel caso avvenuto nel 2008 a Fortezza da Basso, a Firenze) oppure perché aveva lasciato aperta la porta del bagno per farsi passare dei fazzoletti dall’amico che l’aveva accompagnata (come a Torino, a luglio scorso). Nel mezzo, c’è sempre il rischio che chi raccoglie la denuncia non la prenda sul serio, che ti dica che non hai niente in mano e non è il caso di procedere, oppure che una volta sporta la denuncia tu ti ritrovi lo stupratore o i suoi amici sotto casa, quando non direttamente un intero paese, come è successo ad Anna Maria Scarfò quando ha tentato di denunciare gli abusi sessuali subiti da parte di un gruppo di giovani del suo paese. Sullo stupro subito da un militante di Casapound, Valentina Mira ha scritto un romanzo intitolato X, che rende chiare le dinamiche che portano una donna a non denunciare una violenza sessuale. Con buona pace dei leader di partito che la fanno facile.

Abbiamo paura. Delle molestie, e anche di chi dovrebbe difenderci. E abbiamo ragione di avere paura. Il gioco è truccato. Il potere sociale non è distribuito in maniera equa, né la credibilità o la possibilità di far valere le proprie ragioni davanti alla giustizia: perché la cultura che genera le norme e le persone che devono farle applicare non sono paritarie.

Nella vicenda del senatore ci sono molte cose che non sappiamo e che sarebbe giusto fossero verificate dalle autorità competenti, ma per ora sappiamo questo: che le forze dell’ordine si sono mosse alla velocità della luce per accertare le responsabilità di una donna accusata di persecuzioni da un uomo potente, e che quella perquisizione non ha portato a nulla. Che c’è una denuncia contro ignoti, e niente di concreto che colleghi la donna accusata di stalking ai messaggi persecutori ricevuti dal senatore. Che l’onorabilità del senatore viene prima di quella di chiunque. Che i tre gradi di giudizio per stabilire la colpevolezza valgono solo per i potenti. E che nessuno sforzo verrà risparmiato per distruggere la reputazione di lei, salvaguardando quella di lui, a prescindere da come siano andate davvero le cose.

Il 12 ottobre saranno cinque anni da #quellavoltache, la campagna che precedette #metoo e #balancetonporc, non in quest’ordine. Cinque anni da quando le donne italiane raccontarono sui social le loro storie di molestie, parte delle quali sono poi state raccolte in un libro. Cinque anni in cui si è fatto ogni sforzo per andare oltre i singoli casi e guardare al quadro generale, indicando gli squilibri di potere, la genesi delle aggressioni, la loro natura sistemica e culturale. Questi sforzi stanno iniziando a dare i primi frutti, ma rimane la sensazione di correre sempre su un piano inclinato, con delle zavorre ai piedi e gente che ti tira delle secchiate di vernice in faccia per poi dirti “Dovreste ribellarvi!” Perché alle molestie sono tutti contrari, in teoria. La pratica è un’altra faccenda.

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