Bambini

Alla scoperta dei giochi antichissimi

La letteratura e l’iconografia offrono preziose testimonianze di attività ludiche da parte dei bambini fin dalla storia antica. Ma le ricerche archeologiche in materia sono ancora avvolte dal mistero
Credit: Kerameikos Archaeological Museum in Athens
Fabrizio Papitto
Fabrizio Papitto giornalista
Tempo di lettura 3 min lettura
18 agosto 2022 Aggiornato alle 15:00

In greco pais, “bambino”, ha la stessa radice di paignion, “gioco”, e di paideia, “educazione”. Segno che i diversi aspetti erano intrecciati in un unico concetto fin dall’antichità. Non mancano, infatti, numerose testimonianze sull’importanza dell’attività ludica a partire da Aristotele e Platone, che nel primo libro delle Leggi aveva già individuato la sua funzione pedagogica.

«Il punto essenziale dell’educazione consiste in un corretto allevamento che, tramite il gioco, diriga il più possibile l’anima del fanciullo ad amare quello che, divenuto uomo, dovrà renderlo perfetto nella virtù propria della sua professione», scriveva il filosofo nato nel V secolo a.C.

Capire a cosa giocassero gli antenati fanciulli in epoca remota, però, resta in parte un mistero. In questa direzione va il progetto Locus Ludi finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (Erc), che prova a ricostruire la storia della cultura ludica nel mondo greco-romano.

Dell’iniziativa fanno parte anche diverse pubblicazioni, un lessico “giocoso” e la possibilità di cimentarsi in modo interattivo con alcuni giochi da tavolo – uno dei quali sopravvissuto senza modifiche fino a oggi – rispolverati dal baule dei secoli e ricomposti con scrupolo filologico.

Un’antica rappresentazione del “nascondino” presso il sito archeologico di Ercolano, Casa dei Cervi
Un’antica rappresentazione del “nascondino” presso il sito archeologico di Ercolano, Casa dei Cervi Credit: Napoli, MAN 9178

In altri casi però è difficile per gli archeologici stabilire la funzione dei giochi antichi, e perfino identificarli in modo univoco come tali. Anche in presenza di un contesto favorevole a questa ipotesi, per esempio la tomba di un bambino, è possibile che manufatti associati al gioco avessero in origine altra funzione.

Se è provato che le adolescenti dell’antica di Roma giocassero con bambole prodotte in avorio, osso e stoffa, le pupattole greche erano per lo più realizzate in terracotta, un materiale delicato che, unito al reperimento delle stesse presso i santuari religiosi, lascia supporre una possibile funzione sacra, senza escludere la circostanza che le due funzioni, cerimoniale e ludica, fossero all’epoca compresenti.

Un vaso dell’antica Grecia risalente a circa il 440 a.C. e parte della prestigiosa collezione Antikensammlung Berlin mostra un ragazzo intento in quello che ricorda da vicino il moderno yo-yo. Alcuni studiosi sostengono tuttavia che potrebbe trattarsi di uno iynx, un disco spesso decorato con motivi erotici utilizzato come amuleto.

Un vaso greco della collezione Antikensammlung Berlin datato a circa il 440 a.C.
Un vaso greco della collezione Antikensammlung Berlin datato a circa il 440 a.C. Credit: Staatliche Museen zu Berlin, Antikensammlung/Johannes Laurentius

Per questo, oltre a esaminare la resistenza del materiale, a volte si ricorre a strumenti come l’analisi delle impronte digitali o si ricorre ad altri esperimenti che possano avvicinare gli studiosi a comprendere la natura e lo scopo dei manufatti. Per anni il mondo dei bambini è stato escluso dalla ricerca archeologica, ma i progressi tecnologici e metodologici hanno migliorato le capacità degli archeologi di studiare la loro presenza nelle società passate.

Se risulta ancora accreditata la teoria dello storico francese Philippe Ariès, secondo la quale il concetto e il ruolo dell’infanzia come la intendiamo oggi si sarebbe sviluppato solo nel XVII secolo, queste ricerche potrebbero spingere la storiografia a rivedere in parte le proprie posizioni.

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