Ambiente

I finanziamenti climatici per i Paesi poveri sono ancora lontani

Secondo il report dell’Ocse, gli stati più ricchi non hanno raggiunto il loro obiettivo di finanziamento - di 100 miliardi di dollari l’anno - verso i Paesi più vulnerabili. E intanto l’emergenza climatica avanza
Centinaia di pesci sono morti nella diga di Nqweba, in Sud Africa, a causa della siccità del 2020
Centinaia di pesci sono morti nella diga di Nqweba, in Sud Africa, a causa della siccità del 2020 Credit: EPA/KIM LUDBROOK
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8 agosto 2022 Aggiornato alle 13:00

Piccoli e scarsi progressi per grandi e abbondanti problemi. In un mondo dove la disuguaglianza climatica e sociale si allargano sempre di più i Paesi ricchi non sono riusciti, finora, a raggiungere il loro obiettivo di finanziamento - previsto intorno ai 100 miliardi di dollari l’anno - per aiutare altri Paesi meno abbienti nella lotta climatica. A dirlo è il report Aggregate Trends of Climate Finance Provided and Mobilised by Developed Countries in 2013-2020 dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Ormai 13 anni fa, i Paesi sviluppati avevano promesso che entro il 2020 avrebbero finanziato con 100 miliardi di dollari all’anno gli stati vulnerabili e più colpiti dai disastri del clima, luoghi che pagano per le emissioni e l’inquinamento di altri Paesi (come l’Africa, responsabile di solo il 4% delle emissioni globali).

In generale, e nonostante gli impegni ribaditi anche durante l’ultima COP, raramente gli stati più abbienti sono riusciti a rispettare le promesse: nel 2020, però, segnale ancora debole seppur incoraggiante, il finanziamento è stato pari a 83,3 miliardi di dollari, 16,7 miliardi in meno rispetto all’obiettivo. Per raccontare lo stato attuale dei finanziamenti, l’Ocse ha utilizzato dati dell’Onu elaborati due anni dopo.

Nel frattempo l’insieme dei Paesi più ricchi ha già ribadito che non riuscirà a raggiungere l’obiettivo prima del 2023. Il tema dei finanziamenti, come fu a Glasgow, sarà dunque cruciale anche durante la COP 27 prevista in Egitto a novembre: servono sforzi globali per “l’adattamento e la mitigazione” dei Paesi meno sviluppati e che hanno urgenza di prepararsi, anche tecnologicamente, ad affrontare gli impatti sempre più devastanti della crisi, dalla siccità alle ondate di calore.

«Abbiamo bisogno che i Paesi sviluppati presentino piani credibili per aumentare i loro finanziamenti per il clima», ha ribadito di recente Yamide Dagnet, direttrice del settore giustizia climatica della Open Society Foundations, la rete di fondazioni internazionali che promuovono la giustizia, l’istruzione, la sanità pubblica e i media indipendenti.

Poi, tra i tanti grandi problemi, in termini economici, c’è quello legato all’inflazione. L’Ocse nel suo report spiega infatti che, sebbene il finanziamento sia aumentato nominalmente del 3,6% nel 2020, è stato quasi annullato dall’inflazione globale del 3,2% di quell’anno. In generale, c’è stato un lieve calo dei fondi in arrivo dalla finanza privata, mentre sono aumentate le spese bilaterali e multilaterali.

Se poi si entra nel dettaglio, la spesa per la mitigazione è diminuita ( da 51,4 miliardi a 48,6 miliardi), mentre quella per l’adattamento è aumentata (da 20,3 miliardi a 28,6 miliardi).

Finora, i più impegnati nei finanziamenti per il clima rimangono i Paesi membri dell’Ue. Ma servirebbero finanziamenti molto più importanti dai grandi inquinatori come Usa, Cina, Russia e altri: esigenza che è ancora lontana dall’essere colmata.

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