Ambiente

La “congiura” del fossile

Un’inchiesta della Bbc ha svelato le strategie delle industrie fossili americane per condizionare il dibattito pubblico sul cambiamento climatico. Protagonista: Bruce Harrison
Credit: Pixabay/unsplash
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1 agosto 2022 Aggiornato alle 07:00

Correva l’anno 1992 e la cooperazione internazionale aveva posto i primi mattoni per affrontare la crisi climatica-ambientale con il “Summit della Terra”, mentre alle presidenziali americane di novembre sarebbe diventato vicepresidente il leader democratico Al Gore, favorevole a nuove misure ambientaliste. Ma mentre la lotta per un mondo eco-sostenibile sembrava accelerare, nell’autunno dello stesso anno un misterioso meeting, fra esperti di pubbliche relazioni e potenti lobby del mondo industriale, avrebbe deviato il corso degli eventi sabotando gli sforzi nei successivi 30 anni.

Grazie a una recentissima inchiesta della Bbc riemergono dal passato le strategie delle industrie fossili americane per condizionare il dibattito pubblico sul cambiamento climatico, aventi come perno un personaggio passato sottotraccia: E. Bruce Harrison.

Considerato il padre delle “pubbliche relazioni ambientali”, Harrison nel corso della sua vita aveva sviluppato e raffinato una serie di tecniche comunicative per servire al meglio gli interessi dell’industria americana, iniziando la sua carriera con una serie di attacchi contro Rachel Carson, autrice del libro bestseller “Primavera Silenziosa” che denunciava l’inquinamento delle aziende chimiche.

Fallite le prime strategie, Harrison sviluppò successivamente un nuovo metodo chiamato “Three Es”, che metteva sullo stesso piano energia, ambiente ed economia, non ricercando più lo scontro frontale con gli ambientalisti, ma una strategia più raffinata e subdola basata sul seminare dubbi e alimentare l’inerzia dell’apparato legislativo. Secondo il sociologo della Brown University Robert Brulle «Questo punto di vista delle “Three Es” ha regnato per 30 anni ed è stato una catastrofe. I risultati di questa cosa sono stati una costante marcia di inazione».

Forte di una serie di successi ottenuti con questo metodo negli anni ‘80, Harrison divenne l’elemento chiave dell’incontro del 1992 commissionato dalla “Global Climate Coalition” (GCC), un gruppo di interessi che rappresentava le compagnie petrolifere, automobilistiche, dell’acciaio e altri settori collegati, intenzionato a cambiare la narrative sul cambiamento climatico a proprio favore.

Attraverso notevoli finanziamenti economici, contatti con i media e campagne di disinformazione su larga scala, grazie anche a scienziati favorevoli a insinuare dubbi sugli allarmi climatici, il team assoldato dal GCC aveva ottenuto dei pesanti risultati già nel 1993, certificati da un discorso di aggiornamento interno: «La crescente consapevolezza dell’incertezza scientifica ha spinto alcuni membri del Congresso a fermarsi nel sostenere nuove iniziative. Gli attivisti che lanciano l’allarme sul “riscaldamento globale” hanno pubblicamente ammesso che hanno perso terreno nell’arena comunicativa nel corso dell’ultimo anno».

Passati tre decenni il risultato di queste strategie è stato assolutamente deleterio, tanto che Naomi Oreskes, storica alla Harvard University che ha denunciato più volte la disinformazione in campo climatico, ha amaramente commentato: «La tragedia di questa cosa è che su tutti i social media puoi vedere decine di milioni di americani che pensano che gli scienziati stiano mentendo, anche riguardo a questioni provate da decenni. Sono stati persuasi da decenni di disinformazione. La negazione della realtà è veramente, veramente profonda».

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