Città

L’intelligenza degli alberi di Toronto

La città canadese ha rinunciato a essere una smart city per abbracciare un’idea più inclusiva di comunità, che tenga conto del capitale umano (e verde)
Un rendering dello spazio pubblico 'Community Forest' dell'architetto del paesaggio SLA
Credit: Courtesy of Waterfront Toronto
Un rendering dello spazio pubblico 'Community Forest' dell'architetto del paesaggio SLA Credit: Courtesy of Waterfront Toronto
Tempo di lettura 4 min lettura
2 luglio 2022 Aggiornato alle 20:00

Da qualche tempo la parola “smart” sembra essere diventata l’ingrediente per qualsiasi ricetta che rivisita il sapore dell’antico con quel tanto di modernità quanto basta. “Smart working”, “smart mobility”, “smart card”, “smart grid”, “smartbox”, “smartphone”.

Se oggi affermassimo che tutte queste cose sono più “intelligenti” rispetto a ieri, forse ci sentiremmo stupidi noi a non averle pensate prima. Ma quando diciamo che sono “smart”, sembriamo rafforzarne in modo assoluto il grado di appetibilità a scapito del capitale umano.

All’appello iniziale manca “smart city”, un concetto di pianificazione urbana che appalta lo spazio pubblico al dominio tecnologico in quella che l’enciclopedia Treccani chiama «una sorta di ridefinizione dell’antico genius loci» – vedete, c’era già tutto.

Nel 2019 la filiale di Google per la pianificazione urbana Sidewalk Labs aveva annunciato il progetto Quayside, un piano futuristico di circa un miliardo di dollari destinato a trasformare il lungo mare di Toronto in quello che il ceo di Sidewalk Labs Dan Doctoroff aveva definito «il distretto più innovativo del mondo».

Un anno dopo, il sogno hi-tech che avrebbe bagnato 12 acri di litorale della città canadese era tramontato «a causa dell’incertezza economica senza precedenti causata dalla pandemia di Covid-19». Ma a mettere in quarantena Quayside, oltre la pandemia, hanno contribuito le preoccupazioni sulla privacy da parte dei residenti.

«Indipendentemente da ciò che Google offre, il valore di Toronto non può assolutamente avvicinarsi al valore a cui la tua città sta rinunciando», aveva dichiarato l’ex consulente di Mark Zuckerberg Roger McNamee in una lettera indirizzata al comitato esecutivo del progetto, definito come «la versione più evoluta fino a oggi» di quello che l’accademica Shoshana Zuboff chiama “capitalismo della sorveglianza”.

«La smart city è stata forse il paradigma dominante nella pianificazione urbana negli ultimi due decenni», ha scritto la MIT Technology Review, la rivista di innovazione del Massachusetts Institute of Technology. «Il termine è stato originariamente coniato da IBM nella speranza che la tecnologia potesse migliorare il modo in cui funzionavano le città, ma come strategia per la costruzione di città è stata implementata con maggior successo sotto regimi autoritari», Putin incluso.

«Il vero problema è che, con la loro enfasi sull’ottimizzazione di tutto, le città intelligenti sembrano progettate per sradicare proprio ciò che rende le città meravigliose», prosegue la MIT Technology Review. «Se il fallimento di Sidewalk’s Quayside ci ha insegnato qualcosa, è che queste tecnologie devono rispondere meglio ai bisogni umani».

Per questo Toronto ha deciso di darsi una seconda possibilità e a febbraio ha presentato un nuovo progetto di sviluppo del litorale che prevede 800 appartamenti a prezzi accessibili oltre a una foresta di 8.000 metri quadrati, una fattoria urbana sul tetto, un centro di assistenza sanitaria, luoghi d’arte, spazi educativi e la promessa di raggiungere le zero emissioni di carbonio.

«Penso che questi ultimi due anni abbiano rafforzato il fatto che l’ambiente costruito debba davvero mitigarsi per essere molto più vicino all’importanza della vita umana insieme alla vita vegetale e al mondo naturale», sostiene l’architetto ghanese naturalizzato britannico David Adjaye che guida il progetto insieme a un team internazionale di collaboratori.

Leggi anche
Haga Park Stockholm
interventi
di Riccardo Liguori 3 min lettura