Diritti

Qual è lo stato delle donne in Italia

In occasione del 2 giugno facciamo il punto sulla condizione politica, lavorativa e scientifica delle italiane. Tra numeri, traguardi e ostacoli
Credit: Federico Patellani
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2 giugno 2022 Aggiornato alle 09:00

Oggi è il 2 giugno e in tutta Italia si festeggia la nascita della Repubblica italiana, proprio nel giorno in cui più di settant’anni fa si tenne il referendum istituzionale per la scelta della forma di governo.

«È nata la Repubblica italiana» titolava in prima pagina il Corriere della Sera nell’edizione del 6 giugno 1946, la stessa pagina che fu “attraversata” dal volto di Anna Iberti in una delle foto simbolo della nascita della Repubblica (realizzata da Federico Patellani e pubblicata il 15 giugno del 1946 per il settimanale Tempo).

In quell’occasione, per la prima volta le donne italiane votarono per una consultazione politica nazionale (le loro prime elezioni amministrative, invece, si tennero nel marzo 1946). Oggi, dopo 76 anni da quel 2 giugno, possiamo tirare le somme e fare un po’ il punto sulla situazione italiana delle donne.

Le donne in politica

L’articolo 51 della Costituzione (primo comma) stabilisce su carta l’uguaglianza per donne e uomini nella partecipazione alla vita politica del Paese: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge».

Ma nella pratica la situazione è ben diversa. Sicuramente di strada se ne è fatta riguardo alla presenza delle donne nella politica italiana ma questo non vuol dire che sia stata raggiunta una parità di genere.

Secondo un dossier della Camera dei Deputati del marzo 2022 (La partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale) che ha ripreso i risultati dell’analisi annuale del World economic forum (Global Gender Gap 2021),nel settore politico l’Italia si colloca al 41° posto.

Per prendere un po’ di dati alla mano, su 321 Senatorə in carica 111 sono donne (circa il 34%) e 210 uomini, mentre alla Camera ci sono 230 donne (poco più del 36%) e 399 uomini.

Nell’attuale legislatura, alla Camera sono 6 le Commissioni permanenti presiedute da una donna su un totale di 14 (Commissione cultura, scienza e istruzione, Commissione ambiente, Commissione trasporti, Commissione attività produttive, Commissione lavoro e Commissione affari sociali), mentre al Senato la presidenza è assegnata a una donna in 4 Commissioni permanenti sempre su 14 (Commissione difesa, lavoro, sanità e ambiente).

Nel Governo Draghi si registra la partecipazione di 8 ministre (su 23 totali, tra ministrə con e senza portafoglio): Luciana Lamorgese per il Ministero dell’Interno, Marta Cartabia per quello della giustizia, Maria Cristina Messa per quello dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini come Ministra per gli affari regionali e le autonomie, Mara Carfagna Ministra per il Sud e la coesione territoriale, Fabiana Dadone per le politiche giovanili, Elena Bonetti per le pari opportunità e famiglia ed Erika Stefani per le disabilità.

In Italia non è mai esistita una Presidente della Repubblica o del Consiglio, al contrario di altri Paesi Europei con leader politiche donne (come la Danimarca con la Ministra di Stato Mette Frederiksen o la Svezia con la Ministra Magdalena Andersson). E, a quanto pare, nel Paese c’è ancora chi fatica a pensarla così.

Donne, soldi e lavoro

Non è un mistero che le donne siano svantaggiate nel lavoro (specialmente se madri), in Italia e nel mondo.

Sempre secondo il Global Gender Gap 2021, la pandemia ha aggravato questa condizione facendo crollare la loro partecipazione al mercato lavorativo e aumentare le attività di cura a loro carico.

Oltre al fattore politico, tra gli indicatori presi in analisi dal report c’è anche la partecipazione economica: in questo campo l’Italia si trova al 114° posto, a causa delle disparità di reddito e delle poche posizioni manageriali ricoperte da donne.

Ma, nonostante questi dati facciano ben poco sperare, è importante guardare anche ai traguardi raggiunti come quelli dell’imprenditoria femminile. Lo scorso anno, infatti, le imprese femminili si sono mostrate reattive e capaci di affrontare la crisi pandemica, risultando così un settore in crescita (+0,88%, con 8.602 posizioni in più ai “piani alti” delle imprese).

Donne, ricerca e scienza

Per parlare di ricerca e ricercatrici, è giusto fare un passo indietro e considerare prima di tutto le studentesse STEM.

Nel 2021 le immatricolazioni universitarie alle facoltà di scienze, tecnologia, ingegneria e matematica sono risultate in aumento nel nostro Paese, con circa il 22% sul totale delle iscritte che hanno scelto corsi scientifici.

Tuttavia, le materie STEM continuano spesso a essere viste come ambiti poco adatti per una donna, sebbene una recente analisi Ipsos (realizzata per Save the Children) abbia rilevato che queste incuriosiscano il 54% delle studentesse italiane.

Proprio loro sono consapevoli delle importanti sfide che il futuro ci proporrà: dall’invecchiamento della popolazione, alla produzione di energia sostenibile, alla diminuzione delle emissioni inquinanti dei mezzi di trasporto.

Andando un po’ oltre e superando il contesto universitario, notiamo che la ricerca italiana femminile si trova in una situazione di stallo: sì, ci sono le ricercatrici ma no, non ricoprono molte posizioni ai vertici.

È quanto è emerso dal report del 2021 Gender in research di Elsevier, casa editrice olandese in ambito medico e scientifico. Secondo i risultati, in Italia ci sono circa 5 ricercatrici su 10 totali (uomini e donne), raggiungendo così una presenza femminile del 44% (al di sopra della media europea del 39%).

Ma, di nuovo, occupazione non vuol dire parità. Se infatti andiamo a guardare le posizioni più “alte” all’interno degli istituti di ricerca, il quadro non è più tanto roseo.

Qui le donne hanno registrato poco più del 20% della rappresentanza (ma anche nel resto d’Europa la situazione è stata più o meno uguale), con qualche miglioramento per i ruoli di scienziate e ingegnere dove la loro presenza è stata di poco superiore al 30% (la media europea è stata di oltre il 40%).

In generale, per la politica, il lavoro e la scienza, il problema non è che mancano donne capaci e adatte a ricoprire determinati ruoli, ma le opportunità.

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