Kenya, il colonialismo, il post colonialismo e la graziosa concessione sovrana

 

IlKenyaè unostato indipendente dal 1963, dopo un’aspra lotta contro il dominio britannico. Da allora ha assunto quale forma di governo la repubblica democratica e ha una costituzione che dichiara, tra le altre cose, l’uguaglianza dei diritti di tutti senza discriminazioni. Come molte ex colonie inglesi,il Kenya fa parte del Commonwealth, una libera associazione di stati che promuove la cooperazione economica, la democrazia e i diritti umani edha quale capo il sovrano del Regno Unito. In questi giorni re Carlo III è inKenyae, durante la sua visita,in molti si aspettano che il monarca chieda scusa per le efferatezze eseguite dai britannici a danno dei keniani durante il periodo coloniale. Efferatezze che non sono state poche e si sono esplicate su diversi livelli. Basti ricordare che molti attribuiscono una certa indisciplina dei keniani verso le regole stradali, come forma inconscia di reazione a quelle imposte al libero movimento delle persone, che impedivano agli abitanti dei villaggi rurali di essere a Nairobi dopo certi orari e ponevano ulteriori limitazioni agli indigeni delle città, soggetti a una sorte di coprifuoco graduale che impediva ai nativi di muoversi per assicurare la sicurezza dei colonizzatori. Altre personesperano che la visita diCarlovada oltre le scuse per quanto accaduto e risolva ferite aperte. Tra queste, larestituzione del teschio di un capo tribù, Koital arap Samoei, che si era opposto al dominio inglese e fu ucciso nel 1905. La sua comunità, quella dei Nandi, ritiene che la sua testa sia stata portata nel Regno Unito ed esposta in un museo. Nella visita di Carlo sono riposte anche le speranze dichi da tempo chiede giustizia per episodi post coloniali, come ifamigliari di Agnes Vanjiru, unagiovane donnache le cronache locali riferiscono si prostituisse per mantenere un bimbo di 5 mesi,il cui corpo venne trovato nel 2012 in una fossa biologicadi un hotel nella cittadina di Nanuki (200 chilometri a nord di Nairobi)dove vi è una base di addestramento delle truppe britanniche. Sebbene molte siano le prove che conducano a ritenere che l’omicidio sia stato compiuto da uno o più dei soldati della guarnigione, la giustizia non è mai andata oltre,non è stato individuato formalmente alcun indiziatoe tantomeno un colpevole attraverso un processo. Ma si sa, quando a morire sono gli emarginati la giustizia non è solerte e spesso è addirittura cieca. E non basta una canzone quale quella di Marinella di Fabrizio De André per esprimere l’orrore né tanto meno il dolore di chi chiede giustizia e non la ottiene. Se poi a essere coinvolto è l’onore di una forza armata, i lacci e laccioli che fermano le indagini sono così tanti da rendere davvero ardua l’impresa, considerato che spesso vi è un mal sentito senso dell’onore e del prestigio da parte di chi indossa la divisa che conduce a non collaborare se non quando a insabbiare. C’è quindi da sperare che Carlo, da Re, ricordi cheil vero onore coincide con il rispetto della giustizia, e che non vi è bandiera di reggimento che, per quanto gloriosa in battaglia, possa considerarsi degna di rispetto, laddove essa sia utilizzata per coprire le colpe di uomini che hanno ucciso una donna, quale che sia la professione che essa svolgeva, eche il sovrano chieda al Governo britannico di collaborareper assicurare, seppure tardivamente, i colpevoli alla giustizia.