Batterie al nero di seppia e… piccole grandi idee per il Pianeta
Tra gli slogan più ricorrenti delle manifestazioni per il cambiamento climatico e contro l’inquinamento ambientale, ricordiamo tuttə il famoso “There is no planet B”. Già, non esiste un pianeta B, ma un piano B c’è. Anzi, più di uno. Ogni giorno c’è qualcunə che ne sa una più del diavolo e lancia idee geniali einvenzioni eccezionali ed ecosostenibili. Come? Dando una nuova vita a oggetti quotidiani che regolarmente gettiamo senza riflettere sulle possibilità di riutilizzo o ingegnandosi per trasformare il banale in straordinario. Se ti sei chiestə almeno una volta cosa puoi fare persalvare il Pianeta- ma le risposte che hai trovato erano sempre le solite e banali raccomandazioni che segui già da una vita – allora questa è la rubrica che fa per te. Abbiamo raccolto le migliori invenzioni che possono aiutare la Terra che abitiamo. Tu sei dei nostri? Continua il nostro viaggio alla ricerca di piccoli e grandi idee che hanno un forte potenziale per aiutare la Terra a guarire dalla malattia dell’inquinamento,progetti capaci di rendere straordinario l’ordinariocon l’obiettivo di un futuro più green e sostenibile. Oggi ti presentiamo ancora3 invenzioni che certamente non ti aspetti: le batterie al nero di seppia, la stampante al caffè e la bioplastica creata da bucce di banana! Batterie al nero di seppia Il primo genio del giorno è lo scienziato statunitenseChristopher Bettingerche allaCarnegie Mellon University(Pittsburgh) ha dato vita a una nuovabatteria a base di pigmenti che si trovano nel nero di seppia. Si tratta di una batteria agli ioni di sodio e biocompatibile che può addirittura essere ingerita senza alcun problema: infatti, è composta da melanina e ossido di manganese che si scompongono in elementi non tossici. Lo scienziato Bettinger, inoltre, ha scoperto che la melanina presente nell’inchiostro delle seppie ha unamaggiore capacità di carica rispetto a quella prodotta in laboratorio: una scoperta rivoluzionaria per la produzione di batterie ecologiche! Il primo utilizzo ipotizzato per queste batterie è correlato alla creazione di dispositivi per ilrilascio di medicine nell’intestino: questi verrebbero ingeriti come delle normali pillole e sarebbero dotati di sensori alimentati dalle batterie biodegradabili e in grado di rilevare la posizione all’interno dell’organismo per rilasciare il medicinale nella zona corretta. Ma non finisce qui: con la stessa modalità, potrebbero essere sviluppati anche dispositivi e sensori alimentati dalle batterie al nero di seppia per monitorare aree marine. A fine attività questi dispositivinon produrrebbero effetti dannosi o comunque negativi sull’ambientee le batterie si decomporrebbero in elementi non nocivi e del tutto naturali. La stampante al caffè Si chiamaCoffee Drip Printered è l’innovativa stampante che utilizza il caffè al posto dell’inchiostro. L’idea arriva ancora dall’America ed è da attribuire aTed Kinsman, professore americano di fotografia delCias(College of imaging arts and sciences) del Rit, ilRochester Institute of technology. La stampante al caffè, oltre a produrre oltrecinquanta tonalità di coloreche vanno a fissarsi tra chiaroscuri, colori e ombre varie della stampa,non richiede energia elettrica per il funzionamentoe permette di risparmiare petrolio ed emissioni inquinanti delle stampanti a getto. La bioplastica creata con le bucce di banana Voliamo a Istanbul, dovela 16enne Elif Belginha sviluppato un processo chimico per trasformare le bucce di banana in una bioplastica resistente. Elif è partita da una semplice e banale osservazione: ogni frutto è “naturalmente” avvolto all’interno di uncontenitore/involucro (la buccia) che è resistente, flessibile, talvolta elastica. A partire da questo, ha approfondito la sua osservazione e dopo due anni di studi e tentativi ha trovato la formula che le ha permesso ditrasformare le bucce in bioplastica, consegnandole anche il trofeo “Science in Action” del concorsoScientific American. La procedura è semplice: il processo richiede il pretrattamento delle bucce con una soluzione di bisolfito di sodio, una fase di bollitura e quindi una di miscelazione con piccole quantità diglicerina, soda caustica e acido cloridrico. Ma Elif non si è fermata qui: continuando le sue osservazioni, ha scoperto che gli amidi e la cellulosa contenuta nello strato esterno delle bucce di banana potevano essere utilizzati anche per creare materiali in grado diisolare i fili o per creare protesi mediche.