Ambiente

Scorie nucleari: anche negli Usa sono un gran bel problema

Negli Stati Uniti manca un vero piano per creare un deposito geologico in profondità. In futuro rinnovabili e nucleare saranno l’energie su cui basarsi, ma come fare senza certezze sulla gestione del materiale radioattivo?
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25 aprile 2022 Aggiornato alle 07:00

Generare elettricità e poi smaltire le scorie. Già, ma come e dove? E soprattutto, a lungo termine è sicuro? Domande che gli Usa in un futuro energetico sempre più incerto si stanno ponendo. Come sappiamo, oggi la lotta alla crisi climatica impone la scelta di decarbonizzare. Dunque per ottenere la nostra energia i due principali sistemi restano implementare le fonti rinnovabili e, laddove esistono, utilizzare l’energia a basse emissioni generata dalle centrali nucleari. Quest’ultime, su cui da anni è attivo un ampio dibattito, seppur indirizzate ormai verso sistemi di nuova generazione sempre più sicuri, hanno in generale un problema di smaltimento scorie radioattive.

Proprio quest’ultimo punto, soprattutto dopo l’incidente di Fukushima in Giappone del 2011, ha sollevato negli Stati Uniti diverse polemiche e preoccupazioni che di recente ha raccontato in un lungo articolo il Washington Post. La giornalista Rebecca Tuhus-Dubrow, che sta scrivendo un libro sul futuro dell’energia nucleare, ha intrapreso un viaggio per conoscere proprio le preoccupazioni degli americani e le ipotesi in programma dello smaltimento scorie.

Attualmente ci sono negli Usa circa 80 località in 35 Stati in cui viene immagazzinato il combustibile esaurito, ma mancano piani a lungo termine per lo smaltimento. Nel suo racconto Tuhus-Dubrow ha incontrato per esempio Marni Magda, una insegnante in pensione che vive in California. Da alcune riviste scientifiche, Magda ha scoperto che la centrale nucleare di San Onofre in California sorgeva in una zona con possibili rischi sismici e di erosione. Di conseguenza per anni ha portato avanti una battaglia per la sicurezza della centrale finché, per questioni legate a generatori, l’impianto è stato chiuso: le scorie radioattive sono però rimaste lì, in quell’area con “pericolose” faglie.

Il destino di circa 1.600 tonnellate di barre di combustibile esaurito è dunque quello di restare ferme nel sito per il prossimo futuro, senza alcuna certezza. Da questo problema a San Onofre, come in altre località in cui sono presenti le scorie, è nata una battaglia per capire che fine farà quel combustibile e se sarà immagazzinato in modo sicuro. La soluzione individuata da comitati scientifici, funzionari del governo e gestori delle questioni nucleari è quella di seppellire le scorie nucleari in un deposito geologico profondo.

Negli Usa però questo non è ancora né individuato né pronto per tutte le scorie (come in Italia, dove da decenni si attende il Deposito nazionale per materiali radioattivi). Si tratta infatti di un obiettivo a lungo termine, mentre sempre più cittadini e comitati stanno spingendo per un sicuro “stoccaggio temporaneo” da attuare al più presto: il combustibile esaurito sparso nei siti in tutto il Paese verrebbe spostato in una o più strutture in contesti appropriati, interamente dedicate allo stoccaggio sicuro del combustibile fino a quando non sarà pronto un impianto di smaltimento geologico.

L’indecisione, il non aver programmato luoghi estremamente sicuri in attesa del deposito geologico, fa scrivere alla giornalista che “una migliore strategia di gestione dei rifiuti è essenziale se l’energia nucleare, che fornisce quasi la metà dell’elettricità a basse emissioni di carbonio del Paese, deve svolgere un ruolo significativo in un futuro sistema energetico che non si basa sui combustibili fossili”. Anche perché, ricorda, il problema dello smaltimento scorie è destinato a moltiplicarsi dato che “per raggiungere il suo obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050, l’amministrazione Biden ha chiesto sostanziali investimenti nei reattori nucleari”.

Una delle prime leggi statunitensi per gestire il combustibile esaurito è stato il Nuclear Waste Policy Act del 1982 che assegnava al governo federale il compito di costruire e gestire strutture adatte, così come agire per realizzare depositi geologici per lo smaltimento permanente. Nel 1987 però è stato identificato un solo luogo per questo scopo: Yucca Mountain, nella zona di Las Vegas. Da allora in poi però poco si è mosso per trovare altre soluzioni concrete fra promesse e impegni non mantenuti.

Mentre lo stallo è continuato, con decine di realtà come San Onofre che si chiedono se è sicuro convivere con centrali oggi deposito di scorie in zone soggette all’erosione così come ai terremoti, altrove ci sono stati grandi progressi nella pianificazione dello smaltimento. Per esempio in Finlandia sta per aprire uno dei primi efficaci depositi geologici al mondo per il combustibile esaurito, in Svezia è in fase di lavori in corso, il Canada sta per decidere.

Negli Stati Uniti invece, anche solo parlare di possibile ubicazione di un deposito permanente è quasi un tabù (un po’ come è stato in Italia) ma il Dipartimento dell’Energia ha iniziato a lavorare a un programma per strutture di stoccaggio provvisorio, con un budget di 20 milioni di dollari iniziali.

Al momento si parla di New Mexico e Texas per questi impianti. Il punto, chiosano gli intervistati nel servizio del Washington Post, è che questa indecisione non fa che rimandare le cose, senza soluzioni concrete per il futuro nella gestione delle scorie. In fondo, il problema è proprio questo: “Non possiamo o dobbiamo consegnare alle generazioni future tutto questo e dire loro semplicemente, guarda, questo ora è un problema tuo”. Una frase che ricorda tanto lo stesso e pericoloso lascito che, senza intervenire adesso, riguarderà anche la crisi climatica.

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