Diritti

Censura, blocco internet: record di casi nel 2023

Secondo la no-profit Access Now, lo scorso anno ci sono state 283 interruzioni alla rete in 39 Paesi. In molti casi i Governi utilizzano questi divieti come arma di guerra, per isolare le vittime, controllare l’opinione pubblica e limitare le proteste
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20 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Con 283 interruzioni di internet in 39 Paesi nel mondo, il 2023 è stato l’anno peggiore per la repressione dei diritti umani fondamentali tramite il controllo della connessione online.

L’ultimo report dell’organizzazione no-profit Access Now evidenzia una tendenza allarmante che dalla prima documentazione, avvenuta nel 2016, mostra una crescita netta dei casi in cui regimi autoritari e democratici hanno bloccato l’accesso pubblico alla rete. L’obiettivo di entrambi è quello di isolare gli utenti favorendo la censura e limitando la voce di chi protesta contro i loro Governi, dice Access Now.

Proprio mentre la Francia decide di vietare TikTok in Nuova Caledonia schierando l’esercito per fronteggiare le violente proteste scoppiate sull’isola da alcuni giorni, il report fa luce sul crescente controllo di internet e delle piattaforme online come strumento di repressione dell’opinione pubblica nel mondo.

Access Now ha contato 82 blocchi a internet in più rispetto al 2022, ovvero un aumento del 41% che rende il 2023 l’anno con il più altro record negativo mai registrato, dopo le 221 interruzioni del 2019. Per la prima volta, poi, i conflitti e le proteste sono emersi come principale causa della sospensione di internet, soprattutto in Asia, mentre le interruzioni legate ai disastri climatici sono emerse come una nuova tendenza preoccupante.

“Sempre più eserciti stanno utilizzando le chiusure come parte di una strategia deliberata per isolare le popolazioni dal resto del mondo, sia come precursore di atrocità e violenza contro i civili sia come parte di uno smantellamento continuo e sistematico delle infrastrutture civili. L’utilizzo della chiusura di internet come arma durante i conflitti attivi ha portato ad aggravare le crisi umanitarie”, ha spiegato l’organizzazione.

In Kenya, Mozambico, Nepal e Suriname si sono verificati per la prima volta casi di manipolazione di questo tipo, rivelando come questo fenomeno si stia espandendo geograficamente. Lo spostamento globale è visibile anche nel fatto che le interruzioni non riguardano più soltanto blocchi altamente localizzati, ma anche aree geografiche più ampie.

Le interruzioni della rete, spiega Access Now, vengono inoltre “utilizzate come arma di guerra o meccanismo per interrompere il libero flusso di informazioni a Gaza e in Ucraina”. In altri casi documentati, poi, la connessione è stata spesso negata anche con l’obiettivo dichiarato di “prevenire brogli durante gli esami e le elezioni” a livello nazionale. Di recente, India, Myanmar e Iran sono stati i 3 Paesi dove la chiusura di internet a questo scopo è stata più intensa.

D’altra parte, anche i diritti Lgbtq+ sono stati investiti dalla censura. Tra le piattaforme social che sono state più bloccate al pubblico ci sono Facebook e l’app di incontri Grindr: il blocco di queste applicazioni ha avuto in particolare lo scopo di isolare le persone queer in Cina, Indonesia, Iran, Giordania, Libano, Oman, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Tanzania, Turchia ed Emirati Arabi.

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