Culture

Leggere è diventata un’attività performativa?

Tra booktok, bookparty e condivisioni social rigorosamente aesthetic, la lettura si è spostata dal piano privato a quello pubblico. Far diventare pop questa pratica è sicuramente positivo, ma esagerando il rischio è di perdere il piacere stesso di immergersi in un buon libro
Credit: cottonbro studio 
Costanza Giannelli
Costanza Giannelli giornalista
Tempo di lettura 5 min lettura
19 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Che leggiamo sempre meno lo diciamo da anni. Periodicamente, a ogni nuovo report sul mercato editoriale i giornali si riempiono di titoli e analisi sul perché “gli italiani leggono sempre meno” (e non siamo i soli), in attesa del prossimo appuntamento con il segno meno.

Anche il 2024 non fa eccezione: nei primi quattro mesi le copie vendute sono state 30,1 milioni, il 3,5% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A trainare il settore è il genere più bistrattato: il romance, che continua a crescere, anno dopo anno (rispetto al 2023 ha fatto un salto) del 48,7% e ha raggiunto il 52,6% del totale. Intanto, mentre il prezzo dei libri tocca vette sempre più inarrivabili in un Paese con stipendi bloccati e costo della vita galoppante, lavorare nel settore dell’editoria è sempre più difficile.

Calano i numeri delle copie, calano i numeri delle vendite, calano i lettori. Non tutti, però: il numero delle lettrici giovani è in controtendenza. Le statistiche sono sempre più polarizzate: chi prima leggeva poco ora legge ancora meno, i cosiddetti “lettori forti” (quelli che leggono almeno un libro al mese) leggono di più.

Qualcosa, però, sta cambiando anche (e soprattutto) nel modo in cui i libri e la lettura si fanno spazio nelle nostre vite e nel nostro immaginario. Da attività intima e privata, la lettura si è spostata su un piano pubblico, in cui non si legge (solo) per desiderio personale ma per mostrare agli altri di essere un lettore, come se la lettura avesse un intrinseco valore morale e quei rettangoli di carta fossero amuleti capaci di renderci automaticamente delle persone migliori.

Anche quella dei lettori è una bolla. Una bolla che sembra essere sempre più autoreferenziale, in cui ci si crogiola in lunghissimi elenchi di titoli e numeri di pagine da macinare, confrontare e sfoggiare. Facendo anche della lettura, l’atto di resistenza alla cultura della perfomatività per eccellenza, un atto performativo. Ridotto a numeri, liste, pile e librerie perfettamente ordinate da immortalare e mostrare.

Gli anglosassoni, che come i francesi hanno un nome per tutto, lo chiamano “performative reading”, a volte “binge-reading” prendendo in prestito un termine dalle serie tv. Un modo di leggere in cui la competizione supera il piacere della lettura, in cui a definirci come lettori (come se questa fosse una necessità reale) non è l’amore e la passione con cui ci siamo immersi nelle storie ma il numero di titoli - non importa quali - letti al mese o all’anno, vanity metrics per confermare a noi stessi prima che agli altri che siamo stati bravi. Più bravi dellǝ altrǝ.

Il pellegrinaggio obbligatorio al SalTo (Salone del Libro di Torino) - con altrettanto immancabile acquisto della shopper di *inserire casa editrice a piacere purché non - orrore - troppo mainstream* - gli obiettivi settati su Goodreads, i bookclub delle celebrities che si fanno scegliere i titoli dai loro book stylist (sì, esiste ed è un lavoro), i bookparty e i ritiri di lettura, agli hashtag che impazzano su Booktok, fanno quindi parte di un campionario di rituali, termini, accessori e gesti che sono sempre più indissolubilmente legati all’idea di leggere piuttosto che alla lettura stessa?

Una feticizzazione che passa anche per l’esibizione del libro di carta: fotografato, sottolineato e sfoggiato tra evidenziatori pastello e mug, ridotto ad accessorio di un’aesthetic e semplice elemento di costruzione dell’ennesimo core.

Un fenomeno che va da, per dirla con le parole dello scrittore afgano Bobuq Sayed, da “le ragazze che sono affascinate dalla letteratura ma non leggono libri” alle persone che i libri li leggono solo per poter dire all’esterno di averli letti e di averne letti tanti.

A scanso di equivoci: che la lettura sia “diventata cool” non è un male, soprattutto se ha come effetto avvicinare lettrici e lettori a una passione che rende più felici (e più sani, dicono gli studi). Non si tratta nemmeno di demonizzare la condivisione, anche quella social, se è un modo per diffondere libri che abbiamo amato o entrare in contatto con persone con cui abbiamo in comune interessi e, spesso, valori portando quella che è una parte importante delle nostre vite.

Come tutte le mode, però, rischia di diventare un ennesimo trend, da sfoggiare per un po’ prima di passare ad altro.

Non è solo questo, però. Se leggiamo sotto scacco di un timer che ticchetta con il solo scopo di raggiungere un obiettivo numerico o riduciamo i libri a orpello da sfoggiare sulle nostre bacheche social, rischiamo di perderci qualcosa per strada: la gioia di leggere per il piacere di leggere. La magia di aprire un libro e immergercisi dentro senza fretta, senza spinte, senza i “devi”, senza pensare a cosa quella lettura racconta di noi all’esterno e all’immagine che vogliamo dare di noi. Leggere, semplicemente.

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