Ambiente

Economia circolare: l’Italia è prima in Europa

Lo raccontano i dati del VI Rapporto sull’economia circolare presentato da Circular Economy Network e Enea. Nella Penisola, quasi un quinto della produzione deriva da processi di riciclo. Restano sfide importanti da affrontare, come il consumo e l’importazione dei materiali
Credit: Patrick Pleul/dpa  

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20 maggio 2024 Aggiornato alle 07:00

Nel nostro Paese il concetto di risparmio non si limita alle famiglie, ma coinvolge l’intero sistema economico grazie a un’importante attenzione verso il riciclo: quasi un quinto della produzione italiana, infatti, deriva da processi di riciclo, posizionando l’Italia al secondo posto in Europa per il tasso di utilizzo circolare di materia, subito dopo la Francia.

Più in particolare, tra le principali economie dell’Unione europea la Penisola è prima per la produttività delle risorse, con un valore medio di 3,7 euro per chilo, ben al di sopra della media Ue di 2,5 euro per chilo. Dati, questi, che sono emersi dal VI Rapporto sull’economia circolare in Italia, presentato il 10 maggio dal Circular Economy Network (Cen) e da Enea durante la conferenza annuale tenutasi all’Acquario romano di Roma.

Un’Italia circolare

Il rapporto, nello specifico, compara le performance di circolarità delle 5 maggiori economie dell’Unione europea (Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia) utilizzando gli indicatori della Commissione europea. Risultati? L’Italia guida la classifica con 45 punti, seguita da Germania, con 38, Francia, con 30, Polonia e Spagna con 26.

Ma quello italiano è un trend in crescita già dal 2021, quando il Paese ha registrato un tasso di riciclo dei rifiuti di imballaggio del 71,7%, superando di 8 punti percentuali la media Ue. Per quel che riguarda i rifiuti urbani, anche qui il dato è positivo: nel 2022 ha raggiunto il 49,2%, superando la media Ue del 48,6%, rimanendo però sotto la Germania (69,1%). E buone notizie anche per il riciclaggio dei Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), con un tasso dell’87,1% (dato 2021), superiore alla media Ue dell’81,3%.

Produttività e impatto occupazionale

La produttività delle risorse in Italia ha generato 3,7 euro di Pil per ogni chilo di risorse consumate contro una media Ue di 2,5 euro: un dato, questo, che sottolinea l’efficienza del nostro sistema produttivo.

Inoltre, un aspetto da non trascurare dell’economia circolare è la generazione di occupazione: per esempio, nel 2021, 4,3 milioni di persone erano impegnate in attività legate a questo settore, con l’Italia che contava 613.000 lavoratori nel comparto, rappresentando il 2,4%. Una percentuale che da sola non spiega l’impatto, ma se si considera che rappresenta un incremento del 4% rispetto al 2017 e che posiziona l’Italia al secondo posto dopo la Germania, allora l’importanza è evidente.

Nonostante i risultati positivi, il nostro Paese deve affrontare alcune criticità, per esempio, il consumo di materiali è aumentato dell’8,5% rispetto al 2018, raggiungendo 12,8 tonnellate per abitante nel 2022, pur rimanendo al di sotto della soglia della media europea, che si attesta alle 14,9 tonnellate. Ancora, sebbene la dipendenza delle importazioni di materiali sia in calo rispetto al 2018, rimane ancora molto elevata (46,8%).

«Puntare sulla circolarità deve essere la via maestra per accelerare la transizione ecologica e climatica e aumentare la competitività delle nostre imprese» ha detto Edo Ronchi, presidente del Circular Economy Network.

Prosegue Ronchi: «Ancora di più per un Paese povero di materie prime e soprattutto, nel contesto odierno, caratterizzato da una bassa crescita e dai vincoli stringenti del rientro del debito pubblico. L’Italia può e deve fare di più per promuovere e migliorare la circolarità della nostra economia, con misure a monte dell’uso dei prodotti per contrastare sprechi, consumismo e aumentare efficienza e risparmio di risorse nelle produzioni; nell’uso dei prodotti, promuovendo l’uso prolungato, il riutilizzo, la riparazione, l’uso condiviso; e a fine uso, potenziando e migliorando la qualità de riciclo e dell’utilizzo delle materie prime seconde».

Il ruolo delle Pmi

Un altro aspetto interessante che è emerso dal Report è legato alle piccole e medie imprese italiane, che svolgono un ruolo cruciale nella transizione verso l’economia circolare. Nello specifico, secondo un’indagine condotta tra dicembre 2023 e gennaio 2024, in collaborazione con Cna, il 65% delle Pmi adotta pratiche di economia circolare, raddoppiando il dato del 2021. In particolare, le principali iniziative riguardano l’uso di materiali riciclati, la riduzione degli imballaggi e l’aumento della durabilità e riparabilità dei prodotti.

Materie prime critiche

Infine, un’ultima considerazione riguarda la crescente domanda di materie prime critiche, come il rame e le terre rare, che pone una grande sfida. Anche in questo caso, la soluzione più sostenibile è il riciclo: l’Italia, e l’Europa in generale, devono aumentare la quantità di queste materie recuperate attraverso il riciclo per ridurre la dipendenza dalle importazioni e promuovere una maggiore sostenibilità.

Come spiega Chiara Brunori, direttrice del Dipartimento Enea Sostenibilità: «Gli indicatori sulla circolarità del nostro Paese confermano le ottime prestazioni dell’Italia su vari aspetti, tra cui a esempio le percentuali di riciclo e di tasso di utilizzo circolare di materia. L’aumento significativo di consumo di risorse evidenzia tuttavia che urge un cambio di paradigma nel modello economico e negli stili di vita che punti sul grande potenziale dell’economia circolare in termini di uso e gestione più efficiente delle risorse nelle filiere produttive, nelle città e nei territori».

E aggiunge: «Per avere risultati vincenti e duratura è necessario rivoluzionare il modo in cui i prodotti vengono progettati e realizzati, integrando criteri di circolarità nei processi produttivi. Occorre progettare e produrre oggetti più durevoli e facili da riutilizzare e riciclare, ma anche da aggiornare e riparare. Per una transizione ecologica completa occorre informare e rendere consapevoli quanto più possibile anche i consumatori, ai quali vanno offerti strumenti di conoscenza adeguati a comprendere l’impatto del proprio stile di vita sull’ambiente».

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