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Quanto vale una balena?

Nel suo saggio Adrienne Buller spiega perché credere che il capitalismo potrà salvarci dalla crisi climatica è solo una pericolosa illusione
Tempo di lettura 8 min lettura
19 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Quando si parla dell’impegno dei colossi industriali o finanziari nella lotta alla crisi climatica è facile che il dibattito si divida tra chi lo considera puro greenwashing e chi crede che l’entrata in scena di questi attori sia il segnale di una maggiore consapevolezza, un faro di speranza che qualcosa possa davvero cambiare.

Sicuramente il contributo di queste realtà ha aumentato il flusso di denaro legato, direttamente o indirettamente, al cambiamento climatico, e ha contribuito a cambiare le cose. In peggio.

È questa la tesi di Adrienne Buller che nel suo recente saggio Quanto vale una balena. Le illusioni del capitalismo verde (add editore, 372 p., 22€) mette sotto la lente d’ingrandimento tutte le soluzioni proposte fin qui dal cosiddetto capitalismo verde.

Verde o no, spiega Buller, è sempre di capitalismo che stiamo parlando, un sistema che da secoli non ha altro obiettivo che quello di mantenere intatti gli equilibri di potere per continuare a perseguire i suoi due imperativi, crescita e accumulazione, che sono stati proprio quelli che ci hanno portato alla situazione disastrosa in cui ci troviamo.

Insomma, se dobbiamo cercare una risposta alla crisi non sarà certo tra prezzi, mercati e prodotti finanziari più o meno sofisticati, che però al momento sono gli unici strumenti del dibattito politico sulla crisi climatica. Il problema, secondo Buller, è che non siamo più capaci di pensare fuori dagli schemi del capitalismo, e anche di fronte all’evidenza che le “soluzioni” adottate fin qui sono state non solo inefficaci, ma perfino dannose, continuiamo a credere che non ci sia un’alternativa e a cullarci nell’illusione neoliberista che i mercati e le forze invisibili che li governano, se lasciati a loro stessi, possano risolvere ogni problema.

Ma quali sono le “soluzioni” propugnate fin qui dal capitalismo verde e in che modo ci hanno impedito di ampliare il nostro orizzonte di analisi della crisi climatica? Buller nel libro ne analizza principalmente tre.

Il carbon pricing

Basato sul concetto economico di esternalità (l’insieme degli effetti positivi o negativi causati da un’attività di produzione o consumo) il meccanismo del carbon pricing assegna un prezzo alle emissioni con l’idea che “le esternalità delle emissioni e dei danni ambientali si possano internalizzare nel mercato, che le eliminerà di conseguenza”, e lo fa secondo due modalità. La prima è la Carbon Tax, che fissa il prezzo che le imprese devono pagare per ogni tonnellata di CO2 emessa e poi lascia che siano i meccanismi di mercato a regolare la quantità totale di emissioni. Il Cap-and-trade invece, fissa un tetto massimo di emissioni e poi ne distribuisce le quote alle aziende che possono utilizzarle per continuare a produrre emissioni oppure scambiarle sul mercato. In questo caso il prezzo è determinato dall’incrocio tra domanda e offerta.

Sulla carta il Carbon Pricing è perfetto, coinvolge gli attori politici quanto basta per mostrare che stanno facendo qualcosa, sposa in pieno la filosofia liberista e si presenta come un sistema giusto, nel quale chi inquina di più paga di più. La verità è che questo strumento si è rivelato piuttosto inutile, e nei due decenni in cui è stato in circolazione le emissioni sono diminuite di quote risibili (e per la maggior parte dovute a un passaggio al gas naturale e non a un abbandono del fossile). Inoltre, come nel caso del Cap-and-trade europeo, che è stato viziato da un enorme numero di quote gratuite, questi meccanismi finiscono spesso per diventare solo un altro modo attraverso cui i colossi imprenditoriali e finanziari riescono a estrarre profitti dal sistema.

La sua inefficacia è dovuta in parte alla difficoltà di convergere su un prezzo che funga davvero da deterrente, e in parte dal fatto che la decarbonizzazione è un processo complesso, che non può essere portato avanti da una singola azienda o settore industriale.

Una trasformazione così radicale del sistema produttivo richiede la forza delle economie di scala, e nessun attore sceglierà mai liberamente di accollarsene il rischio e i costi in mancanza di incentivi. Per uscire dall’inerzia sarebbe necessario abbandonare l’approccio liberista e favorire invece la definizione di piani politici che prevedano la creazione di “infrastrutture e sistemi in grado di agevolare la transizione”.

Ammesso poi che si raggiunga un prezzo accettabile e che i governi riescano a innescare la transizione, rimane comunque un problema di giustizia redistributiva. Il meccanismo del carbon pricing tratta ogni singola tonnellata di CO2 come equivalente, è evidente che le emissioni non sono tutte uguali e non sarebbe giusto tassare agli stessi livelli la CO2 emessa da un jet privato e quella emessa dalla stufa a carbone usata per cucinare da una famiglia che non ha accesso ad altre alternative.

Compensazione

I meccanismi di compensazione, detti anche di “neutralizzazione” si basano sul concetto di emissioni negative o evitate. L’esempio più semplice di emissioni negative è quella della piantumazione.

Le aziende inquinanti si impegnano a piantare una certa quantità di alberi che contribuiranno a sequestrare la CO2 emessa dalle loro attività industriali. Piantare alberi, però, non basta e per poter davvero avere un ruolo nella diminuzione dei livelli di CO2 è necessario assicurarsi che questi crescano sani e raggiungano la maturità (un tipo di followup spesso ignorato).

Poi c’è il problema dei terreni scelti per la piantumazione, ettari che spesso vengono sequestrati a territori già abitati da comunità umane ed ecosistemi complessi, tanto che il fenomeno ha preso il nome di “neocolonialismo carbonico”. Oltre all’allontanamento forzato di popolazioni indigene, lo sradicamento di comunità locali con l’esproprio di terre utilizzate per l’agricoltura di sussistenza a danno di comunità autosufficienti questo tipo di programmi hanno avuto ironicamente “effetti deleteri per gli ecosistemi locali tramite la sostituzione della biodiversità autoctona con monocolture arborei”.

I meccanismi di neutralizzazione dovrebbero inoltre prevedere un’equivalenza tra le emissioni negative e quelle positive, la cui valutazione viene lasciata ad attori privati, creando un mercato speculativo degli offset con risultati disastrosi, e spesso imbarazzanti. È il caso della francese Total, che per “neutralizzare” un carico di gas naturale dal valore di 17 milioni di dollari ha deciso di investirne seicentomila per progetti di gestione boschiva (in pratica si trattava di ripulire il sottobosco per evitare possibili incendi) in Zimbabwe.

«L’assenza di equivalenza tra le due cose è strabiliante e indifendibile - commenta Buller. Da un lato, il gas fossile di Total causa innumerevoli incendi in tutto il mondo, riversando migliaia di tonnellate di CO2 nell’atmosfera mentre crea profitti enormi. Dall’altro, una somma in confronto misera finanzia un progetto di sgombero che forse si sarebbe svolto comunque e che non garantisce in alcun modo di prevenire incendi che forse non ci sarebbero mai stati».

Dare un prezzo a ciò che distruggiamo

L’ultimo meccanismo preso in considerazione da Buller è quello di assegnare un valore monetario alla Natura, ai suoi ecosistemi e ai suoi abitanti per renderli più appetibili in termini di investimenti.

Ad esempio, per rispondere alla domanda posta nel titolo, il prezzo di una balena è di appena tredici dollari annui a persona. Con questo misero sforzo economico, che secondo il FMI rispecchia il valore della balena in termini di profitti derivanti dall’ecoturismo e di quantità di CO2 che i cetacei sono in grado di sequestrare durante la loro vita, sarebbe possibile preservare lo stock globale di balene.

Se dare un prezzo a una vita, umana, animale o vegetale che sia ci può far inorridire (ma questo è quello che fa il capitalismo, che dà un prezzo perfino a qualcosa di impalpabile come il tempo) i difetti di questo approccio non finiscono qui.

Innanzitutto, si basa sulla presunzione che le risorse finanziarie da sole saranno in grado di ricostruire ciò che abbiamo distrutto, cosa niente affatto scontata. Anche si riuscisse a definire il prezzo della parte di Amazzonia andata distrutta e ad attrarre i capitali necessari per ricostruirla sarebbe impossibile ricreare i complessi ecosistemi che vi abitavano. E non per mancanza di buona volontà, ma perché materialmente non sapremmo farlo. Secondo le stime più plausibili, infatti, le specie diverse che abitano il nostro pianeta sarebbero 8,7, e di queste solo 1,6 milioni sono già state identificate.

Questa enorme ignoranza riguardo la biodiversità e la complessità del mondo naturale vanifica anche l’effettiva possibilità di associare un valore monetario a fiumi, boschi, foreste o specie animali. Per poter definire un prezzo che rispecchi il valore di ogni elemento dovremmo essere in possesso di informazioni perfette che invece non abbiamo.

Per aggiungere ancora un po’ di complessità al modello, nessuno di questi elementi è scollegato dagli altri, ma sono tutti interdipendenti. Ciò significa che il valore di uno dipende da quello degli altri, il che rende la loro sostituibilità, che la teoria dei prezzi sottintende sempre, praticamente impossibile da dimostrare.

Fingere che le interdipendenze ecologiche non esistono e agire su ogni singolo elemento come se fosse scollegato dal resto e facilmente rimpiazzabile con un altro di pari valore economico è un madornale errore che non può che creare nuove esternalità negative e fare ancora più danni.

Insomma, come mette bene in chiaro Buller nelle conclusioni, tutte le soluzioni proposte fin qui dal capitalismo verde non solo non hanno contribuito a reali avanzamenti nella lotta al cambiamento climatico ma hanno ostacolato l’identificazione di soluzioni efficaci, eque ed etiche. C’è bisogno di cambiare paradigma, e in fretta, di sovvertire la logica pervasiva del capitalismo che ci impedisce di vedere che le alternative non solo sono possibili, ma urgenti e necessarie.

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