Culture

“Agàpe” racconta l’immigrazione con il linguaggio dell’amore

Il docufilm di Velania A. Mesay e Tomi Mellina Bares non vuole mostrare le violenze, gli abusi, le sofferenze, ma “svelare” l’anima di chi lascia tutto per raggiungere l’Europa; e l’umanità di chi si incontra durante il viaggio
Frame dal film "Agàpe"
Frame dal film "Agàpe" Credit: youtube.com/FestivaldeiPopoli 
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21 novembre 2023 Aggiornato alle 15:00

“Non sono le terre di approdo né le provenienze di queste anime il fondamento e la ragione di questo saggio. Ma le anime stesse. E la loro resistenza”. Questa frase che si legge all’inizio del docufilm Agàpe di Velania A. Mesay e Tomi Mellina Bares, coprodotto da Confronti Kino, introduce al senso di un lavoro straordinario quanto inedito, svolto dai 2 giovani registi attorno al fenomeno delle migrazioni.

Il loro intento, come si capisce dal titolo (in greco vuol dire amore), non era quello di documentare le violenze, gli abusi, le infinite sofferenze cui sono sottoposti i migranti che tentano l’affondo alla fortezza Europa, nel corso del viaggio e nei famigerati hotspot sparsi nel lembo meridionale del continente dove decine di migliaia di persone restano intrappolate per mesi, a volte per anni. L’obiettivo era far emergere sotto vestiti laceri, tra le cicatrici esterne e interne, in mezzo a luoghi fatiscenti e degradanti, l’anima.

«Abbiamo trascorso nei campi profughi in Grecia e a Cipro molti mesi tra il 2020 e il 2023 – spiega Tomi Mellina Bares – e ci siamo posti come obiettivo dimostrare cosa avviene qualche strato sotto la superficie della cronaca, dei grandi numeri, i campi, le torture, le macro-storie, e voluto portare alla superficie il sentimento, l’affetto, il soffio che tiene in vita». L’agàpe, appunto, che in greco riassume tutti questi aspetti. È una sorta di contro-narrazione del fenomeno migratorio, che non vuole escludere quella giornalistica che giustamente denuncia, ma che punta a far comprendere a tutti quanto siamo simili, attraverso il linguaggio universale dell’amore.

Il docufilm si snoda attraverso 4 capitoli: Πρόλογος prologo, Στοργή amore familiare, Ερωτεύομαι amore romantico, ἐπιλέγως epilogo. In ognuno le persone incontrate per mesi fuori dai campi (dentro ci si entra con permessi e si viene scortati da forze di polizia, ndr) in un percorso di costruzione di rapporto che ha visto azionare le telecamere solo nelle ultime settimane, hanno provato l’agio di parlare di sé, delle proprie emozioni piuttosto che dei patimenti accumulati da mesi, anni. È una scommessa «vinta a pieno titolo» come ha dichiarato Claudio Paravati, direttore di Confronti, la rivista coproduttrice, «perché permette di riscoprire attraverso le storie dei migranti, l’amore che noi stessi proviamo. È una scelta rivoluzionaria che abbiamo sposato in pieno».

Agàpe riporta il fenomeno migratorio su un piano umano e inaugura un nuovo linguaggio capace di raggiungere un uditorio sempre maggiore e convincerlo ad atteggiamenti di comprensione e accoglienza. «Abbiamo capito – riprende Mellina Bares – che parlando di amore, di affetto, di sentimenti, possiamo agganciare persone che non riescono a comprendere il fenomeno, non solo perché è troppo segnato dal dolore o magari per razzismo, ma anche per una grossa separazione che c’è tra loro e come i media raccontano i migranti. Abbiamo considerato la possibilità di parlare della questione ma da persona a persona, non da europeo a migrante e che questo tipo di narrazione potesse rappresentare un aggancio possibile per chi, come tanti miei amici e colleghi, si sentono distanti, per chiunque».

L’intuizione parte da una domanda basilare. Dopo chilometri, mesi, anni, pieni di abusi subiti, orrori osservati, di violenza e morte, riescono ancora a emergere il sentimento, la speranza dell’abbraccio, la gioia, l’affetto, in una parola l’agàpe? E che valore ha nella quotidianità degradante dei campi profughi? Le risposte vengono direttamente dagli intervistati.

«Il viaggio verso l’Europa - dice un giovane afghano - è duro e molte persone si mettono insieme, sanno bene che se si uniscono e si amano sarò molto più facile sopravvivere e gestire le difficoltà del viaggio e della vita».

«L’amore non è solo verso i propri famigliari – dice una giovane congolese - anche tra gli amici è possibile scambiarsi attenzioni e amore. L’ho scoperto qui, quando sono arrivata nel campo ho bussato a una porta dove viveva una donna camerunese con due bambini, mi ha trattato come una della famiglia, e non era certo facile».

L’amore resiste e fa resistere. Il documentario ha anche il pregio di esaltare l’umanità di gente che viene narrata come deumanizzata. «Sono cresciuta in una famiglia poligama – racconta una giovane nigeriana – non c’era molto amore. Ho capito l’amore grazie a quelli che mi hanno aiutato, per me è farsi in quattro per gli altri, tirare fuori il meglio dalle persone attorno a te».

«L’amore è donare senza aspettarsi nulla in cambio – spiega un’altra ragazza congolese – donarsi …». L’amore per chi è distante, che tiene in vita la speranza nonostante tutto. «Sono qui dal 2020 con le mie due figlie – racconta un uomo congolese – c’era anche mia moglie ma quando eravamo nella boscaglia, ci siamo persi di vista e non è più riuscita a raggiungerci. Speriamo di tornare a essere una famiglia».

«L’amore - conclude Tomi Mellina Bares - è una forma di resistenza interiore che va al di là delle resistenze fisiche. Quello che noi abbiamo raccolto fuori dalla telecamera in tre anni è che fin quando non si affaccia un disagio mentale che poi sfocia in malattia vera e propria (eventualità purtroppo frequenti anche in persone perfettamente sane che provate da mesi di violenze e speranze di asilo disattese, impazziscono, ndr), gli individui comunque riescono a conservare l’anima e fare il gesto di aiutare, accogliere, mangiare assieme, anche quando si tratta solo di dare amore e magari non riceverne».

È quel soffio vitale che, per dirla come Primo Levi, fa di un essere vivente schiacciato dalla sofferenza, sotto quintali di brutalità gratuite, un uomo, una donna, un bambino.

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