Culture

“C’è ancora domani” racconta la vita delle donne di ieri (e di oggi)

Il film esordio alla regia di Paola Cortellesi, presentato alla 18° edizione della Festa del Cinema di Roma, è ambientato nel secondo dopoguerra, ma guarda anche al presente e alle battaglie per la parità di genere
Paola Cortellesi in "C'è ancora domani"
Paola Cortellesi in "C'è ancora domani"
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19 ottobre 2023 Aggiornato alle 10:00

Paola Cortellesi debutta alla regia di un lungometraggio con il suo C’è ancora domani, di cui è anche attrice protagonista e sceneggiatrice (in collaborazione con Giulia Calenda e Furio Andreotti). La storia, ambientata nella Roma popolare del secondo dopoguerra, segue le vicende quotidiane di Delia (Paola Cortellesi), madre di 3 figli e moglie di Ivano (Valerio Mastandrea), mentre conduce un’esistenza infelice, segnata dal maschilismo dilagante e dalla povertà lasciata dal conflitto che ha coinvolto il mondo intero.

La protagonista viene costantemente maltrattata dal marito, da cui subisce violenze fisiche e verbali e non riesce a uscire da questo limbo di infelicità e soprusi: un po’ perché non ha mai conosciuto una vita diversa da quella che conduce, un po’ per il bene dei figli, per mantenere in piedi la famiglia secondo gli ideali dell’epoca.

La storia che Cortellesi decide di portare sullo schermo è, a tutti gli effetti, una storia triste e apparentemente senza redenzione: come può una donna semi-analfabeta, senza l’appoggio di nessuno, esclusa una sola amica, Marisa (Emanuela Fanelli), riuscire a ribellarsi a questo stile di vita? In un mondo in cui “si è sempre fatto così” risulta sempre più difficile staccarsi e allontanarsi da quei meccanismi che la tengono imprigionata alla propria casa.

Come l’amica Marisa non manca di sottolineare, Delia vive con un «marito secondino», alla stregua di una carcerata. Questi meccanismi di “imprigionamento”, che all’epoca emergevano a partire dal contratto di matrimonio (e, non a caso, si parla di vincolo matrimoniale, dal latino vinculum, catena) vengono riproposti anche alla figlia Marcella (Romana Maggiora Vergano), primogenita di 3. Marcella è in quella che all’epoca veniva considerata l’età da matrimonio e, dato che da un anno sta frequentando l’altolocato Giulio (Francesco Centorame), deve necessariamente sposarsi, non solo per sistemare economicamente sé stessa, ma anche il resto della famiglia. Delia vuole impedire che anche a Marcella accada esattamente ciò che si è verificato a lei nel corso della sua vita e affermerà in maniera progressiva la propria indipendenza e determinazione man mano che la pellicola scorre.

Paola Cortellesi regala al pubblico una storia d’epoca ma che risuona anche nel presente: nonostante la condizione di Delia, Marcella, Marisa e di tutte le altre donne che compongono la narrazione di C’è ancora domani sia circoscritta e delimitata dal periodo storico in cui i personaggi sono inseriti, non è comunque difficile riscontrare molte somiglianze con la società presente, soprattutto per quanto riguarda il divario generazionale tra uomo e donna (non solo dal punto di vista della retribuzione economica).

Il tono del film, per quanto dolorosa possa essere la vicenda, si mantiene in equilibrio tra il drammatico e il comico, con una narrazione brillante che più di una volta riesce a strappare un sorriso allo spettatore, senza mai ridicolizzare o banalizzare la materia trattata. Benché l’argomento principale sia la violenza domestica, Cortellesi ha dichiarato apertamente l’intento e la scelta registica di non voler mai riprendere scene di violenza esplicita: «Nonostante il film sia molto veritiero, non volevo rendere con eccessivo realismo la violenza - spiega durante la conferenza stampa seguita alla proiezione - siamo abituati a vedere scene di violenza iperrealistica ai limiti dello splatter. Non volevo che questo momento venisse superato da una sorta di voyeurismo per arrivare a dire “vediamo quanto gli fa male, vediamo se gli rompe il naso”».

Non è, infatti, la visione diretta dei soprusi che Delia subisce a disturbare lo spettatore quanto, piuttosto, il suo non curarsi di quanto successo e continuare a vivere la propria giornata come se non si fosse verificato niente, ripartendo ogni volta da zero e lasciandosi alle spalle quanto successo senza possibilità di reagire effettivamente: «Il livido che Delia ha sulla pelle scompare velocemente: in realtà c’è ma nella sua testa va via perché, dopo tutto, si sente pronta per ricominciare una nuova giornata – spiega la regista – il “come se niente fosse” è la cosa più violenta e grave che potessimo mettere in scena».

Il film, girato interamente in bianco e nero, pur trasudando modernità da ogni poro, non pecca mai di anacronismo (eccezion fatta volontariamente per le musiche inserite nella colonna sonora, una scelta che accomuna il film di Cortellesi al Marie Antoniette - 2006 di Sofia Coppola) e si vuole porre sulla scia di un racconto reale, anche se con l’aggiunta di qualche elemento favolistico.

Si possono riconoscere bene i riferimenti al cinema del neorealismo che, meglio di ogni altra corrente artistica in questo Paese, ha raccontato gli orrori (e soprattutto le conseguenze) del secondo dopoguerra: come in Paisà (1946) di Rossellini c’era la figura del soldato buono statunitense, anche qui ritroviamo un personaggio dalle caratteristiche simili; così come ritroviamo un personaggio che fa attacchinaggio esattamente come il protagonista di Ladri di biciclette (1948) di Vittorio de Sica. Infine, anche se cronologicamente più tardi rispetto ai 2 illustri precedenti, la terrazza dove Delia, insieme alle altre donne del palazzo, stende i panni non può che ricordare quella in cui si nascondevano Sophia Loren e Marcello Mastroianni, protagonisti di Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola.

In conclusione, C’è ancora domani si configura, oltre che come una dichiarazione d’amore per il cinema, come un ottimo esordio alla regia, con una storia che parla alle donne di oggi esattamente come a quelle di ieri, inquadrando una condizione di vita difficile che può essere superata solo se si opera insieme per il bene della collettività.

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