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I misteriosi oggetti simili a pianeti scoperti nella Nebulosa di Orione

Il telescopio spaziale James Webb ha identificato più di 30 coppie di masse astronomiche non meglio identificate. Appartengono a una nuova categoria di corpi celesti?
La Nebulosa di Orione osservata da un telescopio amatoriale
La Nebulosa di Orione osservata da un telescopio amatoriale Credit: Andrea Centini
Tempo di lettura 4 min lettura
6 ottobre 2023 Aggiornato alle 15:00

Troppo piccoli per essere stelle, troppo alla deriva nello spazio – e senza un’orbita precisa – per essere pianeti: decine di oggetti delle dimensioni di Giove sono stati scoperti nella Nebulosa di Orione attraverso osservazioni che potrebbero annunciare l’esistenza di una nuova categoria astronomica.

Le entità fluttuanti, sulla cui catalogazione gli scienziati stanno ancora dibattendo, sono state rinominate Jupiter Mass Binary Objects (“oggetti binari della massa di Giove”), abbreviato in “JuMBO”.

La maggior parte di loro si trova in coppie binarie per qualche motivo. La loro caratteristica più sconcertante, però, è che fluttuano liberamente nello spazio, senza orbitare attorno ad alcuna stella.

Sebbene i pianeti fluttuanti, detti anche “canaglia”, siano già stati scoperti in precedenza, l’enorme numero di oggetti in questa regione – più di 30 coppie – solleva alcune domande difficili: come si sono formati? Da dove provengono? E come hanno fatto a finire così costantemente in coppia?

Le coppie sono state osservate e fotografate dal telescopio spaziale James Webb in Messier 42, la luminosa nebulosa situata all’interno della costellazione di Orione, distante 13.400 anni luce dalla Terra.

Per molto tempo, gli astronomi hanno concentrato le loro ricerche su questa misteriosa classe di oggetti. Il professor Mark McCaughrean, consulente senior per la scienza e l’esplorazione presso l’Agenzia spaziale europea (Esa), ha affermato che le osservazioni sono state ispirate dai dati provenienti dai telescopi terrestri, che hanno suggerito l’esistenza di una nuova, possibile, categoria astronomica.

«Stavamo cercando questi oggetti molto piccoli – ha spiegato l’astronomo – e li abbiamo trovati. Sono piccoli quanto una massa di Giove, anche mezza massa di Giove, e fluttuano liberamente, non attaccati a una stella».

«La fisica – ha aggiunto – dice che non è nemmeno possibile creare oggetti così piccoli».

Una possibilità è che questi corpi celesti siano cresciuti in regioni della nebulosa dove la densità del materiale era insufficiente per creare stelle a tutti gli effetti. Un’altra ipotesi percorribile è che siano stati creati attorno ad alcune stelle e poi siano stati espulsi nello spazio interstellare attraverso interazioni gravitazionali.

I Jumbo hanno circa 1 milione di anni, il che li rende – in termini astronomici – poco più che bambini, e la loro temperatura superficiale si attesta intorno ai 1.000 gradi.

Non ruotando attorno ad alcuna stella, però, sono destinati a raffreddarsi rapidamente, arrivando a presentare per un breve periodo di tempo temperature che ricadono dell’intervallo di abitabilità, prima di diventare incredibilmente fredde.

Essendo costituiti esclusivamente da gas (le analisi hanno rilevato vapore e metano nell’atmosfera), le loro superfici non ospiterebbero acqua liquida, il che significa che probabilmente non saranno mai abilitati a ospitare vita aliena.

I risultati delle osservazioni del telescopio Webb devono ancora essere sottoposti a revisione paritaria.

Ciò che sorprende è che solitamente le stelle più piccole hanno circa 80 volte la massa di Giove, al di sotto della quale il nucleo non è abbastanza denso da fondere l’idrogeno. Soltanto le nane brune debolmente luminose – a volte chiamate “stelle fallite” – riescono a far avvenire questo processo con circa 13 masse gioviane, ma le previsioni teoriche suggeriscono che il limite inferiore per un oggetto che si forma attraverso un collasso gravitazionale di tipo stellare è compreso tra tre e sette masse di Giove. Molto al di sopra dei JuMBO osservati.

Il professor Matthew Bate, capo del dipartimento di astrofisica dell’Università di Exeter, che non è stato coinvolto nella ricerca, ha osservato: «Nell’ultimo decennio, molti di noi pensavano di aver compreso abbastanza bene la formazione stellare. Evidentemente non è così. Questo è davvero un risultato molto, molto sorprendente, dal quale abbiamo molto da imparare».

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