Ambiente

Eolico Offshore: il potenziale è grande ma siamo in ritardo

Anie Federazione e Elettricità Futura lanciano un messaggio al Governo: l’Italia può diventare leader mondiale sull’eolico galleggiante, ma serve lo sblocco ai permessi
Credit: Miguel Navarro/DigitalVision
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21 settembre 2023 Aggiornato alle 18:00

Secondo il Global Wind Energy Council (Gwec), l’Italia rappresenta oggi il terzo mercato a livello mondiale per potenziale di sviluppo dell’eolico offshore galleggiante. Non solo: in prospettiva, l’Italia potrebbe presto diventare leader della filiera tecnologica nel continente europeo.

C’è però una condizione indispensabile per la materializzazione di questo scenario: la disposizione di un quadro normativo che permetta di sbloccare nuovi investimenti e di velocizzare i processi di autorizzazione degli impianti.

È questo l’appello che Anie - Federazione nazionale delle imprese elettrotecniche ed elettroniche -, e Elettricità Futura, la principale Associazione nazionale della filiera industriale del settore elettrico, hanno rivolto al Governo in occasione dell’evento che le due associazioni hanno organizzato lo scorso 18 settembre.

Un convegno a cui hanno preso parte oltre 300 partecipanti, tra cui istituzioni, imprese, associazioni, investitori, e dove si è levato un coro di denuncia collettivo contro i ritardi accumulati nella concessione dei permessi autorizzativi dei nuovi impianti offshore galleggianti, un trend negativo che in verità accomuna tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili.

Urge sviluppare un framework regolatorio “proattivo”, dichiara Massimiliano Atelli, Presidente Commissione Via e Vas (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica).

Si tratta di un fattore abilitante fondamentale, specialmente se si considera che l’energia eolica offshore è un’attività cosiddetta capital intensive, che richiede cioè l’impiego di ingenti risorse, il che fa esigere dagli investitori rassicurazioni quanto alla presenza di provvedimenti normativi chiari.

Secondo Agostino Re Rebaudengo, presidente Elettricità Futura, i costi onerosi non possono e non devono tuttavia rappresentare un ostacolo allo sviluppo di questo settore. «Inizialmente anche il solare comportava costi più elevati che nel giro di pochi anni sono drasticamente calati», ha spiegato durante il suo intervento, mettendo in luce anche possibili ripercussioni positive su altri settori di punta del nostro tessuto produttivo industriale: «Lo sviluppo dell’eolico offshore galleggiante promette importanti sinergie tra la filiera nazionale dell’eolico e il comparto manufatturiero italiano, due eccellenze del made in Italy competitive a livello mondiale».

Filippo Girardi, presidente Anie Federazione, sottolinea che quella dell’eolico offshore rappresenta infatti una tecnologia su cui vale la pena scommettere perché strategica per la decarbonizzazione delle economie, anche in virtù della conformazione morfologica del bacino del Mediterraneo. «I fondali del Mediterraneo non consentono l’ancoraggio sul fondale marino e richiedono, invece, i sistemi galleggianti che non sono così diffusi a livello globale. L’Europa ha oggi un ruolo di leadership su queste tecnologie».

In linea con gli obiettivi europei sanciti dal RePowerEu, il Piano 2030 del settore elettrico presentato da Elettricità Futura prevede 85 GW di nuovi impianti a fonte rinnovabile nel periodo 2022-2030 (di cui 25 GW eolico) per portare la potenza totale rinnovabile installata in Italia a 143 GW.

Nello specifico, se si considera che circa 8 GW degli impianti esistenti dovranno essere sostituiti in quanto obsoleti, per raggiungere il target di 143 GW entro il 2030 sarà necessario realizzarne oltre 12 GW ogni anno.

Tuttavia, per il 2023, la stima elaborata da Anie e Elettricità Futura, in base a dati Terna, è di appena 6 GW di rinnovabili installate.

Stando alle premesse, e all’immenso potenziale di sviluppo, è chiaro che quella dell’eolico offshore rappresenta un’opportunità straordinaria. E tuttavia, il problema è sempre il solito: siamo in forte ritardo.

Secondo Wind Europe, che rappresenta i produttori di eolico nel continente europeo, l’impedimento maggiore alla domanda di turbine, in Italia ma non solo, è rappresentato proprio dall’estrema lentezza dei processi di approvazione dei nuovi progetti e dall’inadeguatezza delle norme in materia di licenze e permessi.

Lo dimostra anche il periodo di perdita attraversato nell’ultimo trimestre da tutti i colossi della produzione di turbine eoliche sul continente europeo, come Siemens Energy e Vestas.

Nel dicembre scorso il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una proposta della Commissione che semplifica, in via temporanea, la procedura di concessione delle autorizzazioni.

Le cose però non stanno migliorando, tant’è che si stima che in Europa, nei prossimi cinque anni, verranno implementati meno progetti eolici offshore rispetto a quanto preventivato.

In questo contesto, per colmare il gap competitivo con la Cina, serve un cambio di passo deciso e radicale. La Cina a oggi è leader assoluto nella transizione energetica, e supera di gran lunga tutti i suoi competitor.

Nel 2022, secondo BloombergNef, su un totale di 495 miliardi di dollari investiti in fonti rinnovabili, Pechino ha attratto il 55% dei capitali esteri, potendo contare su 164 miliardi sul fotovoltaico e 109 miliardi sull’eolico.

Il rischio è dunque quello che l’ecosistema energetico europeo possa trovarsi, entro il 2030, in una situazione di pericolosa dipendenza geopolitica dal gigante asiatico.

Uno scenario che riproporrebbe quello già visto con il gas russo, frutto di un errore strategico di valutazione grave con il quale l’Unione europea – e soprattutto i suoi consumatori - stanno ancora facendo i conti.

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