Diritti

Kuwait: i lavoratori migranti rischiano di morire di caldo

Nel Paese le temperature raggiungono i 50 gradi, ma non tutti possono permettersi di fermarsi nelle ore più critiche. «È come se non ci fosse ossigeno», ha dichiarato un venditore di gelati al Wall Street Journal
Credit: Kuwait National Petroleum Co.
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22 settembre 2023 Aggiornato alle 08:00

Umanamente impossibile da tollerare: così descrivono la situazione climatica i migranti del Kuwait, costretti a lavorare con temperature che a oggi superano i 50 gradi.

La stagione estiva, nel Paese dell’Asia affacciato sul Golfo Persico, solitamente va da giugno da ottobre, ma quest’anno non sembra finire e gli effetti del cambiamento climatico sono devastanti. Le conseguenze insostenibili ricadono soprattutto su quei lavoratori che non possono accedere al diritto di rimanere al riparo nelle ore più calde (dalle 11:00 alle 16:00), introdotto dal Governo.

I migranti infatti, secondo il sistema della Kafala (già abolito in diversi Paesi, ma ancora attivo in Kuwait) sono di “proprietà” dei datori di lavoro, i quali detengono il controllo e i documenti dei dipendenti. Il grave problema ormai non è più circoscritto alle sole ore diurne, ma anche la notte è diventata pericolosa.

«È come se non ci fosse ossigeno», dichiara Ramadan Daber, al Wall Street Journal. Arriva dall’Egitto, fa il venditore di gelati dalle 14:00 alle 24:00 e per sopravvivere al mal di testa causato dalle temperature sovrumane assume antidolorifici. Alcune volte però non bastano, e allora infila la testa sotto la ghiacciaia dove tiene un asciugamano con il quale si tampona gli occhi. Perché durante i picchi di calore, l’umidità diventa così alta da avere effetti negativi persino sulla vista e sulla respirazione.

«Prego Dio che non mi accada niente, ma sono obbligato a sopravvivere così perché in Egitto non ci sono posti di lavoro», aggiunge Daber. E come lui, sono milioni i lavoratori del Golfo costretti a queste condizioni.

Secondo Harvard, infatti, i migranti kuwaitiani hanno una probabilità 3 volte maggiore, rispetto alla popolazione locale, di morire nei giorni di picchi estremi. Se a questo si aggiunge che la dinamica diseguale del potere li rende vulnerabili allo sfruttamento, che lo Stato garantisce solo l’assistenza sanitaria di base e quella specialista diventa impossibile da sostenere, è chiaro come cresca il pericolo di non sopravvivere. Ricerche scientifiche, poi, mostrano che i maggiori danni causati dal calore ricadono sui tessuti muscolari e, di conseguenza, al cuore che cerca di pompare sempre di più per raffreddare gli organi vitali.

Effetti negati dai funzionari che affermano di «non aver notato un aumento dei sintomi correlati al caldo fra i lavoratori segnalati all’ospedale», rimasti in silenzio anche di fronte alle richieste di un commento.

Il Kuwait è da sempre uno dei Paesi più caldi al mondo, ma la velocità con cui oggi le temperature raggiungono picchi insostenibili si fa sempre maggiore. Mitribah per esempio, nell’area nord-ovest, ha raggiunto i 54 gradi registrandosi come terza temperatura più alta sulla Terra, superata solo da Kebili in Tunisia, nel 1931, e da Death Valley in California, nel 1913.

Una situazione critica che non sembra avere una fine, dove i picchi giornalieri, stando ai dati del Dipartimento Meteorologico del Kuwait, sono e saranno sempre più alti e frequenti.

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