Ambiente

Le isole portano l’inquinamento a processo

Dopo molti appelli internazionali, si è aperto ieri il contenzioso in cui gli Stati insulari, come Bahamas, Tuvalu e Vanuatu, colpiti dagli effetti del cambiamento climatico chiedono il conto ai Paesi più inquinanti
Credit: Great Exuma Island, The Bahamas
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12 settembre 2023 Aggiornato alle 16:00

L’innalzamento dei mari sta provocando la scomparsa di alcune nazioni tra Oceano Atlantico e Oceano Pacifico.

Riunite per la prima volta davanti a un tribunale internazionale ad Amburgo, Bahamas, Tuvalu, Vanuatu, Antigua e Barbuda e altri 5 Stati chiedono di riconoscere la responsabilità dell’inquinamento da gas serra che sta compromettendo il futuro di queste isole.

Si tratta del primo processo per la giustizia climatica degli oceani e si baserà sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, il quadro giuridico che disciplina gli usi degli oceani e delle loro risorse, compreso l’obbligo di proteggere l’ambiente marino.

Tuttavia, la Convenzione non parla degli effetti negativi che le emissioni inquinanti possono avere sull’aumento delle temperature e sull’innalzamento dei mari.

Per questo motivo, la richiesta che la Commissione dei piccoli Stati insulari sul cambiamento climatico e il diritto internazionale (Cosis) rivolge al tribunale internazionale è quella di stabilire se le emissioni di gas serra assorbite dall’ambiente marino debbano essere considerate inquinamento.

All’udienza, iniziata ieri presso il Tribunale internazionale per il diritto del mare, partecipano i rappresentanti di più di 40 Paesi, compresi i grandi produttori di gas serra tra cui Cina, India e Unione europea.

Secondo la Cosis, il surriscaldamento degli oceani non è provocato dalle emissioni degli Stati insulari, che però ne subiscono le conseguenze più devastanti. Tra queste, i gravi allagamenti e l’aumento record delle temperature che anticipano, secondo le stime, le inondazioni che potrebbero in futuro distruggere interi Paesi.

Metà della capitale di Tuvalu rischia di essere sommersa entro il 2050, mentre l’isola potrebbe essere quasi interamente sommersa entro il 2100.

Qui la scarsità di terreni coltivabili a causa delle inondazioni rende difficile produrre cibo e i centri abitati si stanno sempre più contraendo verso il centro dell’isola. Mentre sono in corso operazioni per cercare di recuperare pezzi di terra inghiottiti dall’oceano, molti abitanti stanno lasciando l’isola per trasferirsi altrove e paesi vicini come Australia e Isole Fiji hanno offerto spazi di ricollocazione ai migranti climatici.

In alcuni casi, l’inondazione delle isole è già arrivata: le Isole Marshall stanno progressivamente vedendo scomparire sotto l’acqua alcuni atolli.

Tra le terre rimaste in superficie, gli effetti del riscaldamento globale rappresentano un problema per la sicurezza alimentare e la disponibilità di energia. Il governo locale sta provando a intervenire con attività di bonifica e desalinizzazione per garantire agli abitanti l’accesso all’acqua potabile, ma spesso questi interventi non bastano.

Il nuovo piano con cui le Isole Marshall puntano a guadagnare fino a 20 anni di sopravvivenza in più è quello di innalzare le città dell’isola di quasi 2 metri e costruire “sistemi di drenaggio resilienti”, così da limitare i danni delle inondazioni.

Il processo in corso in Germania per le prossime due settimane, oltre a stabilire come la comunità internazionale dovrà considerare il disastro ambientale in atto negli oceani, dovrebbe anche indicare quali obblighi legali hanno i governi e quali potrebbero essere le conseguenze se non rispettano tali obblighi.

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