Diritti

Le chirurghe operano meglio degli uomini (ma sono meno)

I pazienti operati da medici hanno circa il 2% di probabilità in più di avere complicazioni post intervento, spiega lo studio pubblicato su Jama Surgery. In Europa i chirurghi sono il 75%, contro il 25% delle colleghe
Credit: Akram Huseyn
Tempo di lettura 4 min lettura
6 settembre 2023 Aggiornato alle 07:00

In un campo come la chirurgia, dominato dagli uomini e dove secondo alcuni studi le donne sono per la maggior parte vittime di sessismo, una nuova ricerca pubblicata su Jama Surgery e condotta in Svezia e Canada mostra che le chirurghe ottengono migliori risultati nella cura del paziente. Secondo i dati raccolti, le persone operate da donne hanno infatti meno probabilità di incorrere in complicazioni e di aver bisogno di cure post operatorie rispetto a quando sono gli uomini a tenere il bisturi in mano.

L’analisi, svolta su oltre 1 milione di persone operate tra il 2007 e il 2019, ha rilevato che 90 giorni dopo un intervento il 14% dei pazienti curati da un chirurgo uomo ha avuto “eventi post operatori avversi”, termini utilizzati per indicare la morte o infezioni gravi che hanno richiesto ulteriori interventi chirurgici. Il numero di pazienti operati da chirurghe incorsi in complicazioni è minore, pari al 12,5%. Anche 1 anno dopo l’intervento, le persone operate da donne hanno avuto risultati migliori: il 20,7% ha avuto un evento postoperatorio avverso, rispetto al 25% di quelli operati da chirurghi uomini.

Guardando ai decessi post operatori, i ricercatori hanno scoperto che i pazienti curati da chirurghi avevano il 25% di probabilità in più di morire 1 anno dopo l’intervento rispetto a quelli curati dalle colleghe. A influire su una migliore riuscita delle operazioni, dice lo studio, sarebbe soprattutto il tempo trascorso in sala operatoria. A differenza dei loro colleghi, le chirurghe tendono a operare più lentamente e a limitare i rischi durante le operazioni.

Le donne specializzate in chirurgia nel mondo sono tuttavia una minoranza. Lo è quasi il 23% negli Stati Uniti e la forbice aumenta guardando a chi occupa ruoli di maggiore responsabilità nei reparti. In Europa il numero di chirurghi supera il 75%, mentre quello delle chirurghe sprofonda sotto il 25%, nonostante la percentuale di donne che si iscrivono alla facoltà di medicina sia in aumento.

In Italia solo il 14% delle donne è una chirurga nel ruolo di primaria, anche se le lavoratrici under 55 sono quasi il doppio dei colleghi maschi e le professioniste sotto i 69 anni ancora in attività circa il 52%. La ricerca dell’Associazione di medici e dirigenti sanitari Anaao Assomed riporta inoltre che l’80% delle donne dottoresse afferma di essere stata svantaggiata nei percorsi lavorativi rispetto ai propri colleghi maschi.

La Società Europea dei Chirurghi e delle Chirurghe Toracici (Ests) e l’Associazione Europea per la Chirurgia Cardio-Toracica (Eacts) ha indagato l’impatto del genere sulla carriera dei chirurghi europei, rilevando una disparità che colpisce soprattutto gli incarichi di maggiore prestigio e la famiglia. Dei 1.181 intervistati, il 22% degli uomini ha dichiarato di avere il ruolo di professore ordinario a differenza del 6% delle donne, mentre il 43% ha riferito di essere capo dipartimento. Allo stesso tempo, se il 37% delle donne ha dichiarato di essere single, l’84% degli uomini ha detto di essere sposato. Il 66% delle chirurghe in Europa poi non ha figli, al contrario del 19% degli uomini.

A pesare sul divario tra professionisti e professioniste è lo stereotipo diffuso che quello della chirurgia sia un ambito per soli uomini a cui le donne raramente hanno accesso. La ricerca Survey on Women In Surgery Europe mostra che le donne, d’accordo con gli uomini, ritengono di avere meno chances di accedere alla carriera chirurgica per il loro genere e che questo, nella loro percezione, influenza negativamente le loro possibilità di raggiungere ruoli di lavoro apicali.

La differenza retributiva e la scarsa possibilità di conciliare l’attività lavorativa con la vita familiare sono altri 2 fattori individuati dalle intervistate come ostacoli alla loro scalata professionale, oltre alla mancanza di servizi per l’infanzia adeguati e all’assenza di modelli femminili che ispirino le giovani lavoratrici a intraprendere la carriera da chirurghe.

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