Ambiente

Amazzonia: molta speranza e poca intesa al primo vertice di Belem

Dopo 14 anni, i Paesi del bacino amazzonico si riuniscono per porre fine alla deforestazione. Ma tra interessi economici e posizioni divergenti, non c’è accordo su una data e ogni Stato agirà per conto proprio
Credit: EPA/Andre Borges
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9 agosto 2023 Aggiornato alle 11:00

Molta speranza e poca intesa.

Per la prima volta dopo 14 anni a Belem, in Brasile, gli otto Paesi che condividono l’enorme territorio della foresta pluviale amazzonica si sono ritrovati con un intento chiave: trovare un accordo per salvare l’Amazzonia che tra deforestazione, crisi del clima, azione dei narcos ed estrazioni minerarie è sempre più in difficoltà.

L’incontro è stato fortemente voluto dal presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva che da inizio mandato, con le sue politiche, afferma di aver ridotto la deforestazione del 60% e chiede che gli altri Paesi, come il suo, si accordino per arrivare allo stop alla deforestazione entro il 2030.

Sebbene ci sia una intesa sugli obiettivi di ridurre la pressione antropica sulla foresta pluviale, sul metodo non ci sono state le strette di mano tanto attese: ogni Paese, dalle prime dichiarazioni fatte, proseguirà con la propria strategia per la conservazione della foresta e non con un obiettivo concordato.

Insieme al Brasile, gli altri Paesi rappresentati all’incontro sono Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela ai quali Lula ha ricordato in apertura incontro del «grave peggioramento della crisi climatica» affermando che «le sfide della nostra epoca, e le opportunità che ne derivano, richiedono che agiamo all’unisono».

Un unisono però difficile da trovare visti i vari interessi dei Paesi, soprattutto economici, in una gestione personalizzata dell’Amazzonia.

Banalmente, lo stesso Brasile non è chiaro: il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha per esempio sottolineato come tutti i Paesi dovrebbero vietare nuove esplorazioni petrolifere, mentre il Brasile è proprio in fase di valutazione sull’esplorazione di nuove aree alla foce del Rio delle Amazzoni.

Il dato positivo è però il fatto che tutti i Paesi riconoscano la necessità di trovare soluzioni concrete e “rapide” per il grande polmone verde fondamentale per il suo ruolo di assorbimento del carbonio, con un incontro di Belem che potrebbe essere una anteprima della Cop che si svolgerà proprio in questo luogo dell’Amazzonia nel 2025.

Il dato negativo resta la difficoltà di trovare una intesa comune sulla deforestazione.

«Il Pianeta si sta sciogliendo, stiamo battendo record di temperatura ogni giorno. Non è possibile che, in uno scenario come questo, otto Paesi dell’Amazzonia non siano in grado di dichiarare - a caratteri cubitali - che la deforestazione deve essere zero», ha affermato a esempio Marcio Astrini del gruppo ambientalista Observatório do Clima.

Tra i Paesi che frenano in termini di firme per un accordo ci sono Bolivia e Venezuela.

In Bolivia, attualmente, gli interessi economici stanno portando ancora ad alti tassi di deforestazione.

Sebbene non sia stata indicata una data di scadenza comune per porre fine per esempio all’estrazione illegale dell’oro, altro problema di queste terre, fra gli accordi raggiunti nella “Dichiarazione di Belem” c’è la volontà di cooperare sulla questione e di combattere meglio la criminalità ambientale transfrontaliera, così come continuare a difendere i diritti e le tutele degli indigeni, accettando anche di cooperare sulla gestione dell’acqua, la salute, e sulle posizioni negoziali comuni alle Conferenze sul clima.

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