Ambiente

Ogyre, la startup italiana che ripulisce gli oceani

Nata nel 2021, ha recuperato, e in parte riciclato, 329.719 chili di rifiuti. L’obiettivo è raggiungere quota 1.534.000 chili entro il 2024. Ne ha parlato a La Svolta Andrea Faldella, co-fondatore della startup
Credit: Instagram.com/@o_gyre
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28 agosto 2023 Aggiornato alle 11:00

Il nome deriva dalle ocean gyres, un grande sistema di correnti oceaniche che crea vortici di grandi dimensioni nei mari di tutto il mondo e che, a loro volta, determinano la creazione delle cosiddette isole di plastica che hanno cominciato a popolare i nostri oceani.

È nata nel 2021 Ogyre, la startup italiana che si occupa di ripulire gli oceani: fino a oggi sono 329.719 i chili di rifiuti recuperati e in parte riciclati. L’obiettivo è quello di arrivare a 1.534.000 chili nel 2024, la capacità di sette Colossei pieni di bottiglie di plastica.

I creatori sono Andrea Faldella e Antonio Augeri e oggi abbiamo cercato di conoscere questo progetto un po’ più da vicino grazie ad Andrea.

Il progetto principale di Ogyre è “fishing for litter”: ci spieghi meglio di che si tratta?

“Fishing for litter” è la raccolta dei rifiuti marini da parte dei pescatori. Si tratta di un modello rigenerativo, nato per la prima volta nel nord Europa, attraverso il quale creaiamo un valore sia economico ma soprattutto ambientale e sociale. Abbiamo cominciato dall’Italia e nel corso del tempo ci siamo allargati anche in altri Paesi in via di sviluppo. I pescatori che collaborano con Ogyre appartengono alle comunità locali, quindi non riguarda la pesca industriale, ma quella locale che risente maggiormente dell’inquinamento dei mari.

Quali sono i Peasi coinvolti in questo progetto?

Il primo Paese è stato ovviamente l’Italia. Qui, attraverso un contributo economico, molti pescatori ci hanno aiutato a portare a terra, rendicontare e smaltire i rifiuti che trovavano nella loro quotidiana attività di pesca. Si tratta quindi di rifiuti raccolti accidentalmente.

Successivamente, però, abbiamo cercato di capire come sviluppare il progetto a livello globale. Questo è stato possibile proprio perché i pescatori sono ovunque e rappresentano una risorsa essenziale nella lotta conto l’inquinamento dei mari. E le ragioni sono essenzialmente due: in primis è molto importante educarli dal momento che hanno un ruolo rilevante sotto questo punto di vista; infatti, in molti Paesi capita spesso che i pescatori lascino i loro equipaggiamenti in mare, per esempio. Inoltre, come dicevo, dove c’è il mare o l’oceano ci sono i pescatori e, con uno sforzo tecnologico molto basso, dato hanno già le barche, le reti e tutto l’equipaggiamento necessario, possono raccogliere davvero tanti rifiuti. Infatti, più del 90% dei rifiuti marini si trova nelle zone costiere e non nelle isole di plastica che spesso fanno più notizia, e dunque sono facilmente raggiungibili dai pescatori anche durante la loro attività di pesca.

Per questo abbiamo deciso di puntare a quelle zone del mondo dove, per una carenza di infrastrutture e un’inclinazione culturale a non smaltire i rifiuti nella maniera corretta, c’è un problema più sostanziale. Nello specifico in questo momento siamo attivi in Indonesia e in Brasile.

E rispetto all’Italia c’è qualche differenza nel modo in cui viene svolta quest’attività?

Si ci sono alcune differenze. Infatti, come dicevo precedentemente, in Italia i rifiuti che vengono raccolti, portati a terra e poi smaltiti, sono quelli che i pescatori trovano accidentalmente durante la loro attività. Negli altri Paesi, invece, i rifiuti vengono raccolti volontariamente. Infatti, anche il contributo che offriamo ai pescatori dei Paesi in via di sviluppo è più alto e spesso rappresenta una vera e propria alternativa rispetto la loro attività di pesca. Alcuni giorni a settimana, per esempio, escono esclusivamente per raccogliere i rifiuti e in Brasile il nostro contributo ha superato il salario medio che ricavano dall’attività di pesca. Mentre in Italia rappresenta più che altro un’aggiunta che noi offriamo ai pescatori per prendersi cura del rifiuto, ma difficilmente può sostituire il ricavato della loro attività, dal momento che escono con pescherecci molto più grandi e il valore economico di quello che pescano è maggiore.

Quali sono i vantaggi per i pescatori?

I vantaggi sono diversi e riguardano sia i pescatori italiani che quelli indonesiani o brasiliani. Per quanto riguarda l’Italia, infatti, i rifiuti spesso vengono raccolti insieme ai pesci: queste persone si ritrovano, dunque, con sacchi di plastica che, grazie a noi, possono smaltire più facilmente.

Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la collaborazione con Ogyre rappresenta un doppio beneficio; da una parte integra notevolmente il loro stipendio, anche perché l’attività di pesca è sempre più complessa in virtù dell’impoverimento dei mari, soprattutto in certi periodi dell’anno. Ma dall’altra parte rappresenta un beneficio per la stessa attività di pesca; per esempio, in Indonesia i pescatori ci hanno detto che da quando svolgono quest’attività sono tornati i granchi nelle mangrovie (una formazione vegetale o forestale costituita da piante prevalentemente legnose, che si sviluppa sui litorali bassi delle coste marine tropicali). L’ecosistema marino, dunque, ne benefica in termini di biodiversità e questo non può che giovare la stessa attività di pesca e di conseguenza l’economia del Paese.

Ti sei da poco recato in Indonesia per fare un bilancio dell’attività in questa zona del mondo. Qual è la condizione degli oceani?

La situazione è tragica. Quando siamo arrivati abbiamo trovato i pescatori incredibilmente entusiasti e grati di quest’iniziativa perché non si possono permettere di spendere tempo gratis a raccogliere i rifiuti. L’Indonesia, infatti, è uno dei Paesi con il più alto numero di inquinamento da plastica: ne produce circa 7,8 milioni di tonnellate ogni anno, di cui 4,9 milioni non sono gestite correttamente. Ma grazie all’attività di quindici pescatori di Bali partner dell’iniziativa, Ogyre raccoglie circa 8,5 tonnellate di rifiuti ogni mese. Anche i pescatori ci hanno confermato che da quando raccolgono i rifiuti il mare si è davvero ripopolato. In generale lo stato del mare è in una condizione estremamente precaria: quando sono arrivato ho visto tra queste mangrovie, un tempo ricchissime di biodiversità, tantissimi rifiuti galleggiare in superficie. Sono molto contento che i pescatori apprezzino questo progetto e vogliano continuare a portarlo avanti. Pensa che ci hanno chiesto anche di finanziare una nuova imbarcazione per poter entrare nelle mangrovie più strette perché si tratta di un’attività davvero fondamentale per loro.

Come sta procedendo il progetto?

Si si, assolutamente. Il progetto sta procedendo benissimo. Pensa che un rappresentante del Ministero della pesca ci ha accolto per ringraziarci del lavoro che svolgiamo. Abbiamo parlato anche con altre organizzazioni, per poter aprire anche in altri luoghi dell’Indonesia, perché per ora è il progetto è attivo soprattutto nella zona di Bali.

In totale a oggi quanti pescatori collaborano con Ogyre?

In Italia sono attivi il porto di Cesenatico, di Santa Maria Ligure, di Salerno e Cagliari per un totale di 20 pescatori. Mentre in Indonesia e Brasile sono rispettivamente 12 e 32.

Ci racconti brevemente come svolgono questa mansione i pescatori?

In Brasile e in Indonesia escono con delle barche piccoline di circa 5m e vanno dove sanno che ci sono dei rifiuti. La Baia di Guanabara in Brasile e la zona di Denpasar in Indonesia sono due aree molto simili dove, tra le mangrovie, si creano delle vere e proprie isole di rifiuti, che rimangono incastrati in queste zone di acqua stagnante. I pescatori ne raccolgono il più possibile, poi li caricano sulle imbarcazioni e le riportano a terra. Successivamente i rifiuti vengono pesati e divisi per materiale; tutto ciò che è riciclabile viene venduto a dei riciclatori; questo rappresenta un’ulteriore forma di guadagno dal momento che i pescatori possono mantenere il profitto derivato dalla vendita dei rifiuti. Inoltre, stiamo lavorando per far sì che la parte riciclabile sia sempre di più, perché il rifiuto nel mare è sempre molto contaminato a causa del sale, per esempio, che lo corrode o dei batteri; per questo i riciclatori non sempre riescono a riconoscere un valore a questi materiali. Quindi, con il nostro partner locale in Indonesia, abbiamo deciso di comprare una sorta di centrifuga per pulirlo. Inoltre, per ogni giornata di raccolta viene scattata una foto con luogo e data certa, così da poterla caricare su un magazzino virtuale e in questo modo sono identificate univocamente.

In generale quali sono i danni provocati dall’inquinamento dei mari sia a livello ambientale che economico e cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

I danni sono innumerevoli. In primis dal punto di vista della biodiversità, come confermano anche le testimonianze di questi pescatori in Indonesia. La biodiversità è fondamentale per l’ecosistema marino che a sua volta è fondamentale per la produzione dell’ossigeno: infatti, il 50% dell’ossigeno che respiriamo è prodotto da questi ecosistemi. Quindi un mare non in salute è un problema globale anche per gli esseri umani. Ovviamente questo determina molti danni anche all’economia: il settore del turismo, per esempio, viene danneggiato moltissimo a causa di queste zone stracolme di rifiuti.

Per quanto riguarda il futuro ovviamente la situazione non può che peggiorare dal momento che la produzione di plastica è destinata a aumentare. Noi siamo privilegiati perché abbiamo già vissuto uno sviluppo economico e ne abbiamo beneficiato; mentre i Paesi in via di sviluppo lo stanno vivendo in questo momento e hanno un po’ meno attenzione culturale alla gestione dei rifiuti che per loro non è prioritaria. Però, se non viene risolto il problema sia della gestione i rifiuti che dei materiali che queste persone hanno a disposizione per vivere, il problema peggiorerà assolutamente. Ogni anno in mare si contano 11 milioni di tonnellate di rifiuti plastici ed è un numero destinato ad aumentare.

E per quanto riguarda Ogyre avete nuovi progetti per il futuro?

L’idea è quella di aumentare in maniera esponenziale il numero di pescatori che collaborano con noi, aprendo in Paesi dove l’impatto può essere sostanziale. Nel Mediterraneo ci stiamo preparando per aprire anche in Grecia e Francia. Mentre nel resto del mondo abbiamo già preso contatti con Mozambico ed Equador. Tutto andrà di pari passo con la capacità di trovare partner che supportino la nostra iniziativa ma l’idea è quella di sviluppare queta filiera a livello globale. Tutto ciò potrà accadere solo grazie al fatto che i pescatori sono ovunque e non serve alcun investimento inziale: si tratta di un modello ormai rodato che possiamo replicare facilmente.

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