Ambiente

Scimmie: il mercato nero preoccupa scienziati e ambientalisti

L’arresto di Masphal Kry, funzionario dell’amministrazione forestale della Cambogia, che avrebbe cospirato con una rete di contrabbando per il traffico di primati in via di estinzione (ri)porta l’attenzione su una pratica sempre più diffusa
Credit: Azmaan Baluch
Tempo di lettura 4 min lettura
12 luglio 2023 Aggiornato alle 10:00

Anche le scimmie in via di estinzione sono merce di contrabbando. Ed è proprio con questa accusa che le autorità americane hanno arrestato Masphal Kry, un funzionario dell’amministrazione forestale della Cambogia.

E, ironia della sorte, l’arresto è avvenuto proprio mentre Kry si stava dirigendo a Panama per partecipare, udite udite, a un incontro internazionale sulle norme sul commercio delle specie protette.

Secondo le autorità statunitensi, Kry avrebbe cospirato con una rete di contrabbando per il traffico di scimmie in via di estinzione, in particolare macachi dalla coda lunga. Nello specifico, la banda avrebbe catturato illegalmente questi primati selvatici all’interno dei parchi nazionali della Cambogia per poi corrompere funzionari per fare in modo di etichettarli come animali allevati in cattività.

Ed ecco che, attraverso documenti falsi, questi esemplari sarebbero stati spediti negli Stati Uniti dall’azienda farmaceutica cambogiana Vanny Bio Research per essere utilizzate nella ricerca.

L’arresto di Masphal Kry ha evidenziato ancora una volta l’urgenza di combattere il commercio illegale di specie in via di estinzione e di adottare misure rigorose per proteggere gli animali selvatici. Ma gli sforzi internazionali per preservare la biodiversità e prevenire la diffusione di malattie zoonotiche richiede una stretta collaborazione tra le autorità dei Paesi coinvolti e una maggiore sensibilizzazione sui danni causati dal bracconaggio e dal traffico di animali selvatici.

Una pratica sempre più preoccupante

Il commercio di primati è una pratica illecita che sta destando sempre più preoccupazioni tra gli scienziati e gli ambientalisti, e il motivo è legato principalmente ai costi elevati. Infatti, negli Stati Uniti il governo federale finanzia sette centri nazionali di ricerca sui primati (Nprc) che, nel complesso, ospitano all’incirca 20.000 primati, tra cui macachi, babbuini e uistitì.

Tuttavia, questi centri sono riusciti a soddisfare appena un terzo delle richieste di macachi non testati nel 2021, approvando un drastico aumento di prezzi sul mercato. Per esempio, prima della pandemia da Covid-19 un macaco rhesus costava all’incirca 8.000 dollari (all’incirca 7160 euro), mentre nel corso del 2022 il prezzo è salito fino a 24.000 dollari (21.500 euro circa).

Secondo Lisa Jones-Engel, consulente scientifico presso Peta, un gruppo per i diritti degli animali i macachi dalla coda lunga sono attualmente tra le specie selvatiche più costose in termini di commercio illegale.

Oltre ad aver fatto schizzare i prezzi, la pandemia ha anche complicato l’ottenimento di scimmie da laboratorio dall’estero: le autorità cinesi hanno vietato l’esportazione di tutti i primati all’inizio del 2020 al fine di reprimere il commercio di fauna selvatica per evitare ulteriore trasmissione di agenti patogeni dall’animale all’uomo.

Ma i laboratori hanno bisogno di primati per raggiungere l’obiettivo imposto dal primo partito cinese, il Partito Comunista, per far diventare la Cina un leader mondiale nel settore delle neuroscienze entro il 2025. Una situazione che ha costretto le aziende americane a rivolgersi a fornitori meno scrupolosi del sud-est asiatico. E, in questo contesto, proprio la Cambogia sembra terreno fertile per il bracconaggio di primati.

All’inizio di quest’anno, a febbraio, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha citato in giudizio l’azienda farmaceutica Charles River per l’acquisto di oltre 1.000 giovani macachi provenienti dalla Cambogia sospettando che fossero stati catturati in natura e poi esportati illegalmente. E, a oggi, questi esemplari si trovano in un limbo: non possono essere utilizzati dalla ricerca né essere riportati nel loro habitat naturale.

Ecco perché solo attraverso un impegno congiunto si può sperare di proteggere le specie in pericolo e garantire un futuro sostenibile per il nostro pianeta.

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