Diritti

Quante storie per questi cognomi

La possibilità di dare ai propri figli il cognome materno è la dimostrazione che spesso la politica discute di temi anacronistici. Perché la società è andata ben oltre, infilandosi tra i meandri del diritto pur di realizzare l’ovvio
In Senato si discute una legge per dare il doppio cognome dei genitori ai figli.
In Senato si discute una legge per dare il doppio cognome dei genitori ai figli.
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19 febbraio 2022 Aggiornato alle 07:00

Nella creazione - e promozione - della propria identità high society Anna Sorokin, 23enne approdata a New York da un triste paesino della Germania, cambiò il proprio cognome in Delvey. E forse anche grazie all’invenzione di un cognome sofisticato la truffa milionaria a banche e ricconi della Grande Mela riuscì benissimo. È una storia vera, e nella serie Netflix Inventing Anna si capisce perché. Scritta dalla geniaccia Shonda Rhimes - creatrice di Grey’s Anatomy - mostra una protagonista senza morale, che giura di aver utilizzato il cognome della madre ma in realtà inventa. Inventa da mane a sera un personaggio tra l’improbabile e il fascinoso.

La questione del cognome della madre ritorna in un altro film il cui protagonista è un bugiardo patentato: Il talento di Mr. Ripley. Ambientato a Ischia - ribattezzata per l’occasione Mongibello - racconta le gesta di un giovane pianista che si appropria dell’identità di un ricco ereditiero e spiega a una papabile fiancé come viaggiare da vip, sia meglio farlo sotto il cognome materno. Se non che, anche quel cognome, è falso.

Insomma la letteratura è piena di chi si arroga il diritto del cognome della mamma, ma la realtà alle volte supera l’immaginazione. Ieri anche la ministra Bonetti è tornata sul tema perché la questione è in discussione al Senato. «Le donne devono poter attribuire ai figli il proprio cognome» dichiara. «Per troppo tempo queste questioni sono state relegate ai margini con la scusa che altri temi erano più importanti».

Ha ragione. Ma io ho pensato: ma dai, credevo la questione fosse del tutto dipanata. E non da quando Chiara Ferragni ha annunciato il doppio cognome della figlia. Ma da quando è nato mio figlio, e durante la registrazione del nome in ospedale - 4 anni fa, San Giuseppe di Milano - mi è stato chiesto se volessi dare il cognome mio, a mio figlio.

E io ho pensato: perché devo fargli questo? Proprio io che ho aggiunto il mio cognome materno - ma per davvero - al mio cognome paterno Tagliabue con una semplice domanda inoltrata a 22 anni a un ministero. Domanda accettata, che ha portato all’aggiunta del cognome materno, al mio. E poi ho pensato: perché dovrei rovinare la vita a mio figlio, che a questo punto avrebbe il cognome della nonna, del nonno, della mamma, del papà? Un cognome infinito?

Ma poi - scherzi a parte - penso questa sia una scusa per ammettere che spesso la politica discuta dei temi anacronistici, perché la società è andata ben oltre - come sempre - trovando soluzioni alternative, creative, infilandosi tra i meandri di leggi che non sono state fatte. Come me, che un giorno di 25 anni fa chiesi a un amico: che bel cognome, è tutto intero tuo? E lui mi rispose «No, metà e di mia madre, abbiamo fatto una domanda, ce l’abbiamo fatta in 6 mesi».

Poi, certo, vanno create regole più semplici per tutti e tutte. Speriamo solo che la cosa non diventi invece più complessa. O che non sia la solita scusa, della politica, per far parlare di sé.