Economia

Asili nido: a rischio 100.000 posti

La Commissione Ue ha dichiarato che le risorse del Pnrr non potranno essere utilizzate per la modernizzazione e l’ampliamento di strutture già esistenti, ma solo per la costruzione ex novo
Credit: cottonbro studio
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7 luglio 2023 Aggiornato alle 15:00

“Le donne sono una risorsa fondamentale per la crescita della Nazione, bisogna garantire a chi lo vuole di poter essere madre e lavoratrice senza essere penalizzata”, scriveva su Facebook Giorgia Meloni nel 2019.

«Serve un welfare per le famiglie, altrimenti l’Italia non avrà futuro», spiegava la Presidente del Consiglio nello stesso anno a Leggo, riferendosi alla mancanza di cura e aiuto nei confronti delle donne che desiderano avere una carriera e crescere una famiglia.

In effetti, Save the Children Italia ha dichiarato che il 40% delle donne che hanno avuto un figlio non ne desidera altri proprio a causa dell’impossibilità di gestire lavoro e famiglia nel modo ottimale, data dalla scarsità di servizi a favore delle famiglie.

La questione degli asili nido ha sempre interessato Meloni, esprimendo la sua necessità di portare tranquillità ai genitori e/o alle coppie che desiderano avere figli ma che non hanno le possibilità di conciliare lavoro e famiglia.

Negli anni la Premier si è battuta per la causa, perché “rischiare di ridare indietro all’Europa 4,6 miliardi di euro del Pnrr di cui 2,4 miliardi riguardano la costruzione di asili nido (fascia di età 0-2 anni) e 600 milioni quella delle scuole dell’infanzia (3-6 anni) e dei poli dell’infanzia (che accolgono anche bambini 0-2 anni), è davvero ammissibile?”, si legge sull’Huffington Post.

Nel 2023 uno dei punti fondamentali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è proprio l’ampliamento e la modernizzazione degli asili nido. Un modo per risolvere la questione del calo di natalità in Italia e un incentivo per le donne e tutte le persone che hanno a carico figli, con l’obiettivo di migliorare l’economia sfruttando quella preziosa risorsa che è il lavoro femminile.

In definitiva 4,86 miliardi di euro sarebbero dovuti andare al progetto di riabilitazione e miglioria degli asili nido e delle scuole dell’infanzia. Come aveva sottolineato l’ex ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi lo scorso anno, “un investimento senza precedenti”.

Se l’opinione pubblica interessata all’iniziativa era già delusa dal ritardo nel completamento degli obiettivi, oltre che per i piani ambientalisti (come gli impianti di colonnine di ricarica per le automobili elettriche) anche per quelli dedicati agli asili nido a causa di un ritardo nell’incassare il pagamento della terza rata di 19 miliardi di euro proveniente dall’Ue, la notizia più recente relativa agli sviluppi del programma non rincuora.

La prima questione risulta, dati gli ultimi aggiornamenti, essere meno grave di quanto ci si aspettasse. Sembra infatti che, nonostante siano in corso da parte del Governo misure che allunghino il raggiungimento degli obiettivi (previsto già per il 30 giugno) di 3 o 6 mesi, in realtà la maggioranza delle aggiudicazioni siano già state completate per centinaia di Comuni e che sfiorino il 90% degli enti locali che hanno deciso di procedere in autonomia.

È il secondo punto di cui, invece, è giusto preoccuparci. Il Sole 24 ore ha infatti rivelato che gli ispettori dell’Ue hanno contestato tutte le intenzioni di ampliamento e riforma degli asili nido già esistenti, sostenendo che invece ciò che è possibile realizzare è la costruzione ex novo di strutture che non esistono ancora.

Questa rivelazione, che né il Governo né nessun altro lettore del Piano di ripresa aveva considerato, potrebbe costare all’economia italiana circa 100.000 posti su 264.480 previsti dal Recovery Plan, che teoricamente dovrebbero essere coperti da oltre 1 miliardo di euro. Svantaggiato, come sempre, il Mezzogiorno, che puntava sul denaro del Pnrr per rimettere in sesto le strutture presenti nel proprio territorio. Se al Nord Est il livello assistenziale aveva raggiunto il 35%, al Sud si arrivava appena al 15,9%.

Come risposta al malcontento generale dato dalla notizia, è intervenuta la Commissione Europea a modificare le sue stesse dichiarazioni. La creazione della nuova offerta infatti “può avvenire attraverso la costruzione o la riqualificazione di asili nido, con l’obiettivo di aumentare i posti disponibili” lavorando insieme all’Italia per avere il miglior risultato possibile.

Naturalmente, anche queste nuove disposizioni nascondono condizioni a cui l’esecutivo italiano, fino a qualche giorno fa, non aveva dovuto pensare. Infatti per “riqualificazione” la Commissione intende l’utilizzo di nuovi interventi edilizi, eliminando quindi le speranze di una modernizzazione straordinaria a strutture già esistenti come aveva previsto invece il Pnrr.

La questione degli asili nido non riguarda solo l’economia. Già prima dell’emergenza sanitaria l’Italia era al di sotto della media europea per quanto riguarda i servizi educativi della prima infanzia. Nel 2002 il Consiglio Ue aveva fissato per il 2010 un livello assistenziale che arrivasse almeno al 33% dei bambini che avrebbero dovuto frequentare gli asili nido. Nel 2019 il Belpaese era ancora al 26,3%, arrivando al 27,2% solo grazie al calo della natalità.

Per migliorare sia il livello assistenziale dei bambini italiani al di sotto dei 3 anni che l’ampliarsi del lavoro femminile nel Paese, sarebbe stato importante classificare i cosiddetti centri polifunzionali per i servizi della famiglia, come gli asili nido. Una definizione che non soddisfa la comunità europea, che invece ritiene che abbiano altra utilità e che quindi non possano essere stimati in questo modo. A dar voce ai pensieri dell’opinione pubblica, il presidente delle Province unite e sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, che con perplessità annuncia che «I rilievi dell’Ue non mi sembrano comprensibili».

In più, ciò che spaventa è che, essendo la riforma dedicata agli asili nido fondamentale per l’incremento della presenza femminile nel mercato del lavoro italiano, sarà necessario aggiungere ulteriori fondi dedicati nella nuova Legge di bilancio, già molto fitta, e il Paese sarà costretto a una ricerca della copertura finanziaria per la realizzazione di un piano del genere.

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