Ambiente

Cemento: se fosse uno Stato sarebbe il terzo emettitore mondiale di gas climalteranti

Uno dei materiali più usati al mondo è responsabile di un’importante quota delle emissioni globali: circa l’8%. Otre tre volte quelle dell’industria dell’aviazione. Ma decarbonizzarlo è possibile
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4 luglio 2023 Aggiornato alle 07:00

Uno degli elementi fondamentali che ha consentito lo sviluppo delle società moderne è il cemento, ma allo stesso tempo il settore che lo produce è responsabile di circa l’8% delle emissioni globali di gas climalteranti. Oltre tre volte quelle delle industria dell’aviazione, tanto che se l’industria del cemento fosse uno Stato sarebbe il terzo emettitore globale dopo Cina e Stati Uniti.

La necessità di accelerare la transizione ecologica ha focalizzato l’attenzione della comunità internazionale sulla decabornizzazione di questo preciso ambito economico-industriale, che negli ultimi 2 decenni ha conosciuto una crescita notevole, grazie anche allo sviluppo del continente asiatico dove la Cina è il primo produttore con oltre il 50% della produzione globale di cemento.

Con l’aumento della popolazione globale e la crescente urbanizzazione dell’Asia e del continente africano, la domanda di cemento potrebbe incrementare di oltre un terzo prima del 2050, pari alla costruzione di una nuova New York ogni mese, per i prossimi 40 anni.

Le emissioni di CO2 rilasciate nell’atmosfera derivano principalmente dal cemento Portland, uno dei più diffusi al mondo, al cui interno è presente il calcare. Le emissioni vengono generate dalla cottura del materiale all’interno dei forni, dove il calcare si trasforma in CO2 e ossido di calcio.

Inoltre, il ciclo industriale del cemento produce ulteriori gas alteranti, anche per le fonti di energia usate che sono legate all’utilizzo di enormi quantità di risorse fossili, dal carbone al gas naturale. «Si produce circa una tonnellata di CO2 per ogni tonnellata di cemento», ha dichiarato Eric Toone, responsabile tecnico della società Breakthrough Energy Ventures, impegnata negli investimenti nelle tecnologie emergenti del cemento a basse emissioni di CO2.

Il settore del cemento è considerato uno dei più difficili da decarbonizzare, anche se negli ultimi anni diversi produttori hanno avviato una serie di studi e progetti per ridurre l’impatto ambientale e trovare delle soluzioni innovative.

A partire da un uso inferiore del cemento per fare il calcestruzzo, diminuendo l’utilizzo del calcare grazie alla presenza di altri elementi. Questo nuovo procedimento dovrebbe portare in futuro a un utilizzo dei nuovi materiali, da circa l’11% sul totale del calcestruzzo prodotto ad addirittura l’80%.

Alcune start up invece hanno avviato delle sperimentazioni più radicali, che prevedono un nuovo processo chimico teso a escludere il carbonato di calcio. Una di queste società è la Brimstone Energy, che sta sperimentando la sostituzione del calcare con il silicato di calcio: «Brimstone è la prima azienda che abbiamo visto in grado di produrre esattamente lo stesso materiale che usiamo oggi per costruire i nostri edifici e ponti – il normale cemento Portland – ma senza emissioni di carbonio e con il potenziale per costare più o meno lo stesso del cemento tradizionale», ha affermato il partner di Breakthrough Energy Ventures Roberts Carmichael, che ha finanziato per 55 milioni di dollari la start up insieme a DCVC, una società di venture capital della Silicon Valley. Altre società, come la canadese CarbonCure, hanno iniziato dei progetti per iniettare e immagazzinare la CO2 emessa nel calcestruzzo stesso.

Ma nonostante i tentativi portati avanti, i progressi rimangono molto lenti. Non solo per le difficoltà tecniche, ma anche per i problemi ingegneristici e normativi che derivano dalle nuove formule utilizzate. Qualsiasi costruzione richiede specifiche garanzie di sicurezza e durabilità dei materiali, secondo precise norme burocratiche. L’introduzione dei nuovi materiali richiederà un serie di test di lungo periodo e il progressivo adeguamento legislativo, con tempistiche molto lunghe.

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