Diritti

Mettiamo i bambini al centro del PNRR

«Il web non è stato pensato a misura dei più piccoli». In occasione del Safer Internet Day, il giurista Guido Scorza si auspica che il Piano di Ripartenza terrà conto dei diritti digitali dei minori online
L'8 febbraio è il Safer Internet Day
L'8 febbraio è il Safer Internet Day Credit: Lorenzo Herrera
Guido Scorza
Guido Scorza Componente del Garante per la protezione dei dati personali
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8 febbraio 2022 Aggiornato alle 08:00

Si celebra oggi in tutto il mondo il Safer Internet Day, una giornata mondiale dedicata a riflettere su come rendere internet – e più in generale l’ecosistema digitale – un luogo-non luogo più sicuro, innanzitutto per i più piccoli. Un’occasione straordinaria per provare a fare il punto sullo stato dell’arte di problemi e soluzioni sul tavolo e su cosa si potrebbe fare per riuscire nell’impresa.

Il punto di partenza di questa riflessione credo debba essere ricordarci che Internet non è stato pensato, disegnato, progettato e implementato a misura dei bambini. È un dato di fatto, storicamente incontestabile. E se si muove da qui emerge subito una prima esigenza, anzi, forse, una prima emergenza.

Prendere atto del fatto che online non tutto è per tutti, sforzarci di pensare all’ecosistema digitale – ma non sarà diverso nel metaverso che verrà – come a un parco attrazioni nel quale ci sono attrazioni per tutte e attrazioni riservate a chi ha almeno una certa età o una certa altezza.

Se chi è più piccolo dell’età consentita sale sul trenino di una montagna russa le cui cinture di sicurezza sono progettate per trattenere chi è più grande di lui, sfortunatamente non c’è niente che si posa fare per garantirgli un giro di giostra sicuro. Online vale la stessa regola.

Le piattaforme e i servizi digitali sono riservate a chi ha una certa età ed è indispensabile che chi non ce l’ha resti sulla porta. Bisogna, quindi, investire con urgenza in sistemi c.d. Di age verification che consentano di raggiungere questo risultato. Ma attenzione: verifica dell’età non significa verifica dell’identità. I fornitori di servizi dovrebbero accertare la prima, senza bisogno di trattare i dati connessi alla seconda altrimenti si corre il rischio che la cura sia peggiore del male.

E c’è poi un’altra riflessione che dovrebbe che dovremmo porre al centro di questo Safer Internet Day. I “nativi digitali” non esistono: il fatto che i nostri figli siano nati in una stagione della vita del mondo nel quale tutti noi viviamo immersi nella dimensione digitale più che in passato non fa di loro animali anfibi analogico-digitali e saper usare lo smartphone e il tablet o trovare naturale dialogare con un assistente vocale intelligente non ha niente a che vedere con il conoscere le dinamiche che governano l’ecosistema digitale.

Ci stiamo preoccupando di più di addestrare gli algoritmi a conoscere gli umani che di educare gli umani – naturalmente a cominciare dai bambini – a conoscere gli algoritmi. L’impatto di questo approccio sulla società, le libertà e i diritti rischia di essere devastante. Bisogna invertire la tendenza e lanciare una campagna di educazione di massa, rivolta innanzitutto ai più piccoli, sulla logica algoritmica.

Naturalmente le questioni che si incontrano al crocevia tra nuove – si fa per dire visto che hanno ormai decenni – tecnologie e bambini sono tante, eterogenee, variegate, tutte egualmente importanti e tutte egualmente destinate ad acuirsi in misura direttamente proporzionale alla trasformazione digitale del Paese, una trasformazione che, peraltro, è una delle protagoniste indiscusse del c.d. PNRR.

Difficile selezionarne alcune e identificarle come più importanti di altre. In una selezione necessariamente opinabile, personale e soggettiva, tuttavia, accanto alle due sfide appena indicate credo si debba aggiungere quella relativa alla progressiva e inarrestabile mercificazione dell’identità personale dei bambini. I bambini, ormai, acquistano beni e servizi digitali pagando con i loro dati personali mentre sono ancora all’asilo e, naturalmente, lo fanno senza avere alcuna consapevolezza su quanto vale ciò che cedono e quanto vale ciò che acquistano.

Si spogliano di quantità industriali di loro dati personali in cambio della conquista del diritto di usare servizi digitali che, probabilmente, non valgono più di una manciata di euro al mese. E, per questa via, si abituano all’idea che i diritti – inclusi quelli fondamentali – possano essere scambiati in cambio di questa o quella utilità. È una strada pericolosa che minaccia non solo lo sviluppo sano e sostenibile dei nostri figli ma anche quello delle nostre democrazie che riposano sull’idea che i diritti, almeno quelli fondamentali, non siano barattabili e cedibili sui mercati globali o, almeno, non lo siano in maniera inconsapevole e senza vincoli e limiti di sorta.

Bisogna mettere nero su bianco in maniera definitiva che un bambino non può essere considerato capace di concludere – senza neppure rendermene conto – un contratto con il quale si impegna a cedere porzioni della propria identità personale in cambio di questo o quel servizio. E bisogna farlo prima che sia troppo tardi. E si tratta, in tutti i casi, di sfide che non sono altro rispetto all’attuazione di un piano che non a caso, in Europa, è dedicato alla “next generation”.

Sarebbe grave, per questo, se il nostro PNRR fosse sbilanciato verso la dimensione economica della ripresa – naturalmente importante e irrinunciabile – e lasciasse indietro il tema dei diritti, a cominciare da quelli fondamentali, a cominciare da quelli dei bambini.

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