Ambiente

Piantare nuovi alberi contro la crisi climatica? Potrebbe essere un’illusione

La mancanza di spazio e risorse rendono i progetti di piantumazione difficili da monitorare e realizzare. Inoltre, per assorbire CO2 le piante richiedono decenni
Credit: Thirdman
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13 aprile 2023 Aggiornato alle 14:00

Contro la crisi del clima è meglio piantare nuovi semi o piantarla con le strategie per compensare il fatto che si continuano a produrre emissioni?

Domanda che è lecito porsi in un mondo che continua a surriscaldarsi e dove, a partire dalla Cop26 di Glasgow, da Governi e imprenditori in molti sventolano come soluzione per fermare il surriscaldamento l’idea di piantare nuovi alberi per salvare il Pianeta.

Nel mondo ci sono infatti più progetti - da quello sponsorizzato dal filantropo Marc Benioff, Amministratore delegato di Salesforce sino a quelli di lunga data come Trillion Trees delle associazioni ambientaliste o a campagne varie che con il sostegno delle Nazioni Unite e grandi istituzioni puntano a riforestare il Pianeta, nati per piantare miliardi di alberi, nostri preziosi alleati che assorbono CO2 e sono fondamentali per preservare la biodiversità.

Proprio nella Conferenza delle parti sul clima scozzese oltre 100 Paesi si erano impegnati a spendere quasi 20 miliardi in politiche di riforestazione e la nascita di progetti come 1t.org, sostenuto da Benioff e nato con lo scopo di piantare mille miliardi di alberi (in grado di assorbire l’equivalente di due terzi delle attuali emissioni prodotte dall’uomo) sembravano dare una chance concreta per un futuro più verde.

Un interessante approfondimento del Financial Times ci ricorda però che non è sempre verde quel che viene sventolato grazie alla bandiera dei buoni propositi. Come ci ricordano dottori forestali e scienziati, innanzitutto è importante capire quali specie piantare, dove e come.

Prima che da un seme nasca una pianta in grado di svolgere la stessa funzione di assorbimento di un albero maturo servono decenni, così come le monocolture spesso non portano a effetti positivi, limitando per esempio la biodiversità.

Il punto cruciale è inoltre il fattore compensazioni: è utile piantare nuovi alberi come sistema per “compensare” il fatto che si continua a inquinare ed emettere per produzioni o trasporti? Meglio proteggere le foreste già esistenti o impegnare fondi e sforzi per farne nascere nuove fra decenni?

Oggi sembra che molte realtà si stiano concentrando troppo su piantumazione e ripristino piuttosto che sulla “protezione” con metodi che sperano possano compensare le emissioni piuttosto che prevenirle.

Il Financial Times per esempio ha analizzato l’andamento di alcune campagne, di cui è comunque complesso avere un quadro generale, sempre tenendo conto che a livello globale i Governi praticamente tra i vari piani annunciati intendono piantare e ripristinare un’area quasi quattro volte più grande dell’India, anche se manca parte della terra per poterlo fare. Secondo FT almeno un terzo delle aziende che promettono di piantare alberi per esempio nell’ambito della campagna 1t.org di Benioff lo stanno facendo per compensare le emissioni, un sistema che secondo Kate Dooley, docente specializzata in contabilità del carbonio all’università di Melbourne, può essere visto come greenwashing.

Inoltre spesso non si sa come procedono i piani di piantumazione: ventiquattro delle società di 1t.org per esempio affermano di aver già piantato quasi 300 milioni di alberi, ma solo due progetti rivelano nei loro documenti di impegno quanti sono sopravvissuti.

Certo, va comunque riconosciuto che l’idea di dare nuova linfa attraverso gli alberi nella battaglia al surriscaldamento sia positiva, ma si tratta secondo il quotidiano di un sistema poco rendicontabile nel tempo e per il quale è complesso trovare i giusti spazi.

Sempre Dooley sostiene infatti che le promesse, a livello di superficie, per piantare miliardi e miliardi di alberi, siano compatibili con 1,2 miliardi di ettari da utilizzare, un decimo della superficie terrestre se si escludono ghiaccio e roccia. Di conseguenza non c’è abbastanza spazio per soddisfare le ambizioni.

Si potrebbero ottenere certo, ma questo comporterebbe abbattimenti di vecchie foreste.

Un’altra soluzione possibile per trovare lo spazio sarebbe quella di sfruttare aree oggi a uso agricolo riconvertendole, così come dimezzare il consumo di prodotti animali secondo alcuni studi potrebbe liberare addirittura 1,5 miliardi di ettari, anche se pochi governi incoraggiano questa scelta.

Oltre a questo, è necessario conoscere il ciclo e la fine degli alberi piantati dai grandi progetti come quello di 1t.ogr e altri: spesso infatti, sia a causa delle condizioni climatiche sia per siccità o incendi, le nuove piantagioni non sopravvivono a lungo.

Karen Holl, ecologa del restauro presso l’University of California, Santa Cruz, sostiene quindi che sarebbe molto meglio poter dire che vogliamo tanti alberi ancora vivi in 10 anni anziché annunciare progetti di piantumazione da miliardi di piante.

Per tutti questi motivi gli autori dell’inchiesta del Financial Times sostengono che il sogno di miliardi di alberi per sconfiggere la crisi del clima sia sostanzialmente una illusione. L’Ipcc ci ricorda per esempio che abbiamo pochi anni, praticamente sette, per invertire ancora la rotta e mantenere le temperature sotto i +1,5°: gli alberi però per garantire una grande rimozione di CO2 devono poter crescere per almeno due decenni. Ecco perché, concordano diversi esperti, nonostante le iniziative di piantumazione siano lodevoli, sarebbe cruciale concentrarci, dal Sudamerica all’Africa passando per il Sudest asiatico, sulla protezione e conservazione delle foreste esistenti, il tutto mentre il mondo deve obbligatoriamente andare nella direzione concreta di abbandono dei combustibili fossili.

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