Economia

World Water Day: il 42% dell’acqua distribuita si disperde

Nella giornata dedicata all’oro blu, l’Istat fa il punto riguardo lo scenario idrico italiano: 3,4 miliardi di metri cubi non arrivano ai rubinetti per colpa di condutture vecchie. E ne risente tutta l’economia
Credit: Martin Brechtl
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22 marzo 2023 Aggiornato alle 10:30

La siccità, insieme alla guerra in Ucraina e agli strascichi della pandemia, è una delle principali preoccupazioni quotidiane, anche se ne sentiamo parlar meno. Il che è un problema nel problema, perché la scarsità di acqua colpisce molti settori: fra tutti, agricoltura e allevamento, che fanno ormai affidamento a una rete di irrigazione sempre più fiacca.

In occasione della Giornata mondiale dell’acqua (World Water Day), istituita dalle Nazioni Unite 31 anni fa e che ogni 22 marzo si propone di sensibilizzare le comunità riguardo l’importanza di questa risorsa per l’ambiente e l’economia, l’Istat ha realizzato un report che fotografa le problematiche della crisi idrica italiana dal 2020 al 2022.

L’Italia si pone a capo della classifica, ormai ventennale, dei Paesi europei con maggiori prelievi di acqua dolce per uso potabile. Un livello di consumo enorme che deve fare i conti con una dispersione che si aggira intorno al 42% di perdite idriche totali in fase di distribuzione, pari a 3,4 miliardi di metri cubi.

Uno spreco che nel 2021 ha costretto 15 Comuni capoluogo o città metropolitane (4 in più dell’anno precedente) a razionare la propria acqua e quasi il 10% di famiglie che lamentano irregolarità nel loro servizio idrico. In 296 Comuni, infatti, più di 1 milione di italiani non ha un servizio di depurazione, rendendo inutilizzabile l’acqua del proprio rubinetto.

«Un sistema a perdite zero non esiste, è naturalmente impossibile», spiega Simona Ramberti, tecnologa Istat presso la direzione generale statistiche ambientali e territoriali. Un minimo di dispersione è fisiologica «ma dobbiamo almeno cercare di abbatterle il più possibile».

Causa principale di questo problema è il caos gestionale che domina lo scenario italiano, frammentato in 2.391 gestori di servizi idrici (ma con intere province senza nemmeno un ente gestore) e reti idriche colabrodo che spesso neanche vengono censite per assenza di uffici appositi in molte Regioni, costringendo l’Italia a pagare 60 milioni di euro l’anno di sanzioni europee (165.000 al giorno) in quanto non riesce a depurare l’acqua di fogna che va nei fiumi e nel mare. Il risultato di anni e anni di abbandono e di assenza totale di controlli che hanno trascinato il Paese in una dispersione idrica civile, agricola e industriale imponente e sulle spalle dell’intera collettività.

«Benché molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi - continua la ricercatrice - la quantità di acqua dispersa in rete continua a rappresentare un volume cospicuo, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante». Un volume di dispersione che tocca i suoi picchi in ben 9 Regioni italiane, dove circa la metà dell’acqua immessa nelle condutture non raggiunge mai la destinazione, tra cui primeggia la Basilicata con il 62,1% di perdite idriche.

A fronte di una situazione così opprimente, si pone il tema dei consumi. Con livelli mediamente più elevati nel Nord, l’acqua potabile utilizzata per uso civile (principalmente per impieghi domestici, ma anche commerciali, industriali e agricoli) è di 9,19 miliardi, in crescita rispetto agli 8,1 miliardi immessi nelle reti comunali nel 2020, e con un prelievo giornaliero di 25,1 milioni di metri cubi (circa 422 litri per abitante), che ancora una volta ci distacca in rialzo dalla media di prelievi per uso potabile dell’Unione europea, con circa 100.000 litri in più rispetto ai Paesi Ue solo per l’uso civile.

Il forte consumo, tuttavia, non si riflette sul suo costo finale in bolletta. Mentre una famiglia europea paga mediamente 800 euro l’anno, con una spesa per abitante annua di circa 120 euro, una famiglia italiana paga mediamente 550 euro e un costo medio per cittadino di 34.

Dei 550.000 km di reti idriche distribuite per tutta la Penisola, il 60% risale a 30 anni fa e il 25% sono vecchie di 70 anni, con una inevitabile ricaduta anche sulla capacità di immagazzinamento dell’acqua piovana, scesa dal 1970 a oggi all’11% per via della mancata costruzione di dighe e di invasi (bacini artificiali create per contenere notevoli masse d’acqua).

Il totale dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza dedicato al comparto idrico è di 4,3 miliardi di euro, di cui 2 miliardi riservati alle infrastrutture, 900 milioni per la riduzione delle perdite nelle reti, 880 milioni per migliorarne l’utilizzo in agricoltura e i rimanenti 600 milioni dedicati alle fognature e alla depurazione dell’acqua. Una cifra completamente insufficiente se ci atteniamo ai piani presentati dagli Ambiti territoriali ottimali (aree territoriali, introdotte dalla legge Galli del 1989, con funzione di sede dell’organizzazione, gestione ed erogazione dei servizi pubblici integrati, tra cui quello idrico) che esigono almeno 60 miliardi solo per l’ammodernamento delle conduzioni per l’uso civile, il 20% dell’utilizzo dell’acqua in Italia.

Un paradosso che conferma una scarsa attenzione verso il problema idrico da parte delle istituzioni e che rischia di rendere gli investimenti del Pnrr un’ennesima arma spuntata.

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