Economia

La dura legge dell’auto elettrica

Le scadenze previste dai Paesi europei impongono un grande cambiamento all’industria dei veicoli green e dei componenti, che già oggi annuncia esuberi (anche in Italia)
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31 gennaio 2022 Aggiornato alle 07:00

Ne accennavamo già su La Svolta in un articolo precedente, con una discreta consapevolezza che la transizione verso l’auto elettrica avrebbe creato più di qualche problema in tempi brevi all’industria del settore. Nella settimana che è appena trascorsa sono arrivati i primi segnali dall’Italia, con Bosch che ha annunciato 700 esuberi dal suo polo pugliese, concentrato prevalentemente sulla componentistica per i motori diesel, motivandolo proprio con l’arrivo della scadenza del 2035, quando le auto col motore tradizionale non potranno più essere immatricolate. Si tratta, nelle parole del presidente di Confindustria Puglia, Sergio Fontana, della “prima crisi aziendale in Italia causata dal passaggio all’auto elettrica”.L’argomento è scivoloso, perché quella che è una legittima preoccupazione per la perdita di posti di lavoro, rischia di essere letta come un’ostilità alla transizione ecologica ed energetica. Aggiunge Fontana: “Questo non significa che dobbiamo arrenderci alla storia, ma dobbiamo attrezzarci per cavalcare il cambiamento”. Il fattore determinante è quello del tempo. Certo, chi lavora nel settore potrà essere riqualificato e reimpiegato anche se la filiera elettrica richiede meno manodopera, ma finché questo processo non sarà avvenuto il rischio di insostenibilità sociale è alto. E l’insostenibilità sociale porta all’ostilità nei confronti del cambiamento: come faccio ad accettare e apprezzare la svolta elettrica se mi fa perdere il posto?È vero che le aziende avrebbero potuto attrezzarsi meglio e prima e l’hanno fatto solo in parte. Ma ormai ci siamo. Servono investimenti (denaro) e la crisi generata dalla pandemia ha ristretto i margini: nel 2021 si sono immatricolate oltre 400.000 auto in meno rispetto al 2019. All’obiettivo di elettrificare i motori in un tempo relativamente breve, dovrebbe corrispondere un piano europeo per salvare quel mezzo milione di lavoratori che rischia di uscire dalla fabbrica per non rientrarci più.

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