Futuro

Le fiabe nere, e perché ne abbiamo bisogno

La scrittrice, in occasione di una nuova traduzione in lingua inglese di The original Bambi e del dibattito sollevato sul New Yorker, riflette sul tema della “cancel culture„ del male nella letteratura per l’infanzia
Credit: Illustrazine di Alenka Sottler
Tempo di lettura 4 min lettura
30 gennaio 2022 Aggiornato alle 08:00

Harry Potter. Spiderman. Batman. Luke Skywalker. James Bond. Molti degli special ones che tanto piacciono ai nostri ragazzi hanno in comune una sola cosa: la perdita di un genitore in tenera età. Ti rende diverso, ti proietta nel mondo da protagonista.

In poche narrazioni, però, la morte di un genitore viene raccontata in maniera così secca e disarmante come in Bambi, il celebre film Disney del 1942, dove una madre cerbiatto viene freddata da un cacciatore a pochi metri dal suo cucciolo inerme. E poche scene della cinematografia creano un imbarazzo così grande negli adulti, rivedendolo con i loro figli. Troppo cruda! Così il bambino si spaventa! È quello che è successo a Stephen King, maestro del thriller, che ancora ricorda la visione di Bambi come un evento traumatico. Figuriamoci ai nostri figli.

Non molti ricordavano che il film Bambi fosse l’adattamento di un romanzo scritto dall’austriaco Felix Salten nel 1922. Di recente, una nuova traduzione in lingua inglese dal titolo The original Bambi: the Story of a life in the forest ad opera di Jack Zipes, ha riacceso la curiosità e con essa la polemica (non nuova) sull’opportunità o meno di raccontare il male ai bambini.

Nell’introduzione al volume, Zipes, che è un professore di Letteratura comparata e già traduttore dei Fratelli Grimm, rimarca quanto il film della Disney abbia oscurato alcuni degli aspetti più interessanti - e più crudi - del libro, facendone perdere del tutto il senso. Nel cartone animato, gli elementi naturali sono sempre benigni e idilliaci, mentre la realtà della foresta descritta su carta da Salten è impregnata di pericoli e della minaccia costante che proviene tanto dal genere umano che da quello animale. Ognuno si salva da solo, e molti animali nemmeno si salvano.

Come ricorda il New Yorker in un pezzo a firma di Kathryn Schulz, Bambi è stato da molti persino interpretato come una metafora della persecuzione degli ebrei a opera del regime nazifascista.

Raccontare il male. Ovvero il bisogno atavico nell’uomo di sublimare l’orrore, che è uno degli aspetti incancellabili della vita. Di viverlo attraverso le narrazioni di fantasia, per allontanarlo da sé, dominarlo. A questo sono sempre servite le favole. Che però non vanno più di moda, troppo crude, psicologicamente inaffrontabili dalle nuove generazioni. Meglio gli unicorni, i glitter, i superpotenti in pigiama. Le odierne storie per ragazzi, come è evidente, fanno fatica a rapportarsi con il male, quello vero, con la M maiuscola.

E quando qualcuno ci ricorda che le sorellastre di Cenerentola, nella fiaba originale, arrivavano a mozzarsi i piedi per poter indossare la scarpetta, inorridiamo. Erano tempi barbari, quelli in cui si raccontavano storie cosi.

E se fosse esattamente il contrario? Se la favola avesse una precisa funzione formativa anche grazie alla sua capacità di raccontare il lato oscuro delle pulsioni umane? Prendete la storia di Barbablù, che altro non è che la storia di un serial killer femminicida, o quella di Pelle d’asino, dove si racconta l’indicibile interesse di un padre per la figlia. Non servivano forse a preparare i bambini (e soprattutto le bambine) alle insidie della vita? E superarle, immedesimandosi nel protagonista della stessa fiaba, nel suo percorso di rivincita.

Da un lato orchi, streghe e lupi carnivori sono la palestra della realtà, come spiega Nadia Terranova nel saggio Un’idea di infanzia (2019), dall’altro lo psicanalista Bruno Bettleheim nel celebre Il Mondo Incantato (1976) sostiene che il bambino che possiede un ampio bagaglio di fiabe ha la possibilità di esteriorizzare i propri processi interiori, comprenderli, avere un controllo su di essi. Si attua quindi una sorta di trasposizione delle proprie domande e questioni irrisolte, le si vede esterne a se stessi e diventano comprensibili.

Concorda Italo Cavino che, dopo aver lavorato per ben 2 anni alla raccolta della tradizione fiabesca italiana (Fiabe Italiane, 1956), scrive: Le fiabe sono nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna.

Noi adulti, invece, ci affanniamo a proteggere i bambini dalla crudezza della vita, ma forse vogliamo semplicemente proteggere noi stessi. E lo stesso glitter washing a cui sono sottoposte le fiabe, cerchiamo di applicarlo all’attualità. E cosi, all’indomani di una strage terrorista, o davanti a casi di cronaca di genitori che compiono atti di follia nei confronti dei loro stessi figli siamo inermi, cambiamo discorso, canale, ci impappiniamo, edulcoriamo. E perdiamo l’occasione di offrire loro uno strumento per comprendere, prepararsi, convivere, superare.

Forse potremmo ricominciare proprio dalla lettura delle fiabe classiche, quelle originali, rigorosamente lette o raccontate a voce alta, da un adulto a un bambino.