Ambiente

Perché dico no alla bioplastica

Per Elisabetta Ambrosi, giornalista esperta di temi ambientali, la transizione non si fa sostituendo prodotti indeperibili con quelli più ecologici usa e getta. La vera circolarità è nel riuso
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29 gennaio 2022 Aggiornato alle 08:00

Bisognerebbe avere più fiducia nei sensi. Perché forse sono proprio quelli che potrebbero suggerire in che direzione dovremmo andare rispetto alla querelle tra Italia e Unione Europea sul divieto di quest’ultima all’utilizzo di bioplastiche o plastiche biodegradabili e compostabili.

Mi è capitato più volte di usare un piatto in bioplastica, così come delle posate. Ebbene, quando si tratta di gettarlo, l’istinto era uno solo: buttarlo nella plastica. La bioplastica infatti è dura al tatto e a vederla sembra in tutto e per tutto simile alla plastica tradizionale. Metterla nel compost insieme a bucce di frutta e fondi di caffè appare al senso comune di noi semplici consumatori semplicemente impossibile.

Questa nostra reticenza suggerisce molto chiaramente che sì, le bioplastiche non sono come la plastica, ma ci assomigliano parecchio e troppe volte mi ritrovo a chiedere al bar di turno - prima di domandare se il cucchiaino ricevuto sia in plastica o plastica biodegradabile. Perché, ripeto, a occhio distinguerle è davvero arduo. E allora il primo dubbio riguarda dunque la loro effettiva biodegradabilità/compostabilità, o meglio il tempo che impiegano per biodegradarsi e le conseguenze di questo processo sull’ambiente (siamo sicuri che l’impatto sia simile a quello di un pezzo di pane umido? O di bucce o avanzi di pasta?).

Il secondo dubbio, forse più sostanziale, riguarda il fatto che la filosofia che continuano a portare con sé è proprio quella che si vuole scongiurare: e cioè quella dell’uso e getta. Di fatto, questi prodotti sono utilizzati nello stesso modo in cui venivano utilizzati quelli di plastica. Per un picnic, per una festa, magari persino quando si era troppo stanchi per lavare i piatti. Per non parlare, ovviamente, dei locali, dei bar e dei ristoranti, che – proprio come noi - hanno sostituito un piatto di plastica in uno di bioplastica. O di luoghi pubblici dove si servono centinaia di pasti al giorno, come le scuole, oppure gli ospedali.

Il risultato è una produzione ingente di immondizia, esattamente la stessa di prima, con buona pace della vera circolarità. La direttiva Ue spinge invece verso un’altra direzione: e cioè verso l’idea che si debbano usare piatti e posate che si possono riutilizzare, quindi coccio, ceramica, etc. Semplice: usare, lavare, riusare.

È vero: la pandemia ha reso questo processo tanto banale quanto fondamentale quasi impossibile, visto che l’usa e getta ha fatto prepotentemente ritorno, con tutte le sue conseguenze ecologiche. E proprio la pandemia ci fa sembrare più sicuro un cucchiaino usato solo per noi che lavato. È altrettanto vero che l’usa è getta è comodissimo, proprio a questo d’altronde si deve la sua diffusione globale in tutti i settori.

E tuttavia il punto è questo: la transizione si fa non sostituendo dei prodotti un po’ più ecologici a quelli scarsamente o per nulla ecologici, ma cambiando il nostro modo di pensare e di rapportarci a oggetti primari come stoviglie, bicchieri etc, nelle case come nelle scuole, nei bar come negli ospedali. Con conseguente, anche, notevole risparmio, visto che se la plastica era economica, la bioplastica non lo è affatto. Di nuovo, la vera circolarità resta solo il riuso ed è importante che si modifichi questo concetto anche a livello visivo, laddove la bioplastica ci ripropone uno stesso, identico immaginario.

A chi obietta che l’Italia ha un’industria importante di bioplastiche, si può rispondere che sì, è vero, ma che probabilmente è il frutto di una decisione industriale non troppo lungimirante, proprio come quelle prese in tanti altri settori che oggi, appunto, si trovano costretti a cambiare. Ma non sarebbe migliore una scelta di compromesso per salvare capra e cavoli? Non tanto, perché in questo caso si tratterebbe solo un accordo al ribasso, quello nel quale, specie in materia ambientale, siamo campioni, insieme al rinvio di leggi fondamentali (come quella sulla plastic tax, tanto per restare in tema).

È vero che l’ottimo è nemico del bene, ma se il bene consiste nel veder galleggiare nei nostri mari e fiumi piatti di bioplastica, invece che di plastica, in attesa – certo - della loro biodegradazione, allora, forse, non si può dire che sia davvero tale. A meno che non si vogliano usare stoviglie e posate di bioplastica più volte, esattamente come per la ceramica. Forse solo così sarebbero realmente ecologiche e circolari (e solo così, forse, si riuscirebbe ad ammortizzare il loro ingente costo per i consumatori). D’altronde, dure come sono, si prestano perfettamente al riuso. E chissà che non vadano pure in lavastoviglie.