Economia

Jackpot delle compagnie petrolifere, ma a che prezzo?

Cifre da capogiro per Shell, Exxonmobil e Chevron. Mentre crescono i guadagni degli azionisti, le famiglie faticano ad arrivare a fine mese
Credit: Vuk Valcic/SOPA Images via ZUMA Press Wire
Tempo di lettura 6 min lettura
3 febbraio 2023 Aggiornato alle 20:00

Il 2022 si chiude con profitti da record per le compagnie petrolifere: 40 miliardi di dollari per la compagnia britannica Shell, 55,7 miliardi e 36,5 miliardi di dollari rispettivamente per le statunitensi Exxonmobil e Chevron.

Un ruolo cruciale nella realizzazione di questo risultato è stato occupato dalla guerra Russia-Ucraina. In primis effetti pesantissimi sul mercato globale sono stati generati dalle sanzioni al carburante russo conseguentemente la limitata fornitura di energia ha portato in un colpo solo a un innalzamento dei prezzi sia del greggio che di prodotti raffinati come benzina e diesel. Secondo il liberal democratico britannico e Davey: «nessuna azienda dovrebbe trarre questo tipo di profitti oltraggiosi dall’invasione illegale dell’Ucraina da parte di Putin», eppure le aziende energetiche hanno a tutti gli effetti giovato di questa situazione, nonostante il costo sia stato quello di milioni di vite, le compagnie petrolifere ne escono più che arricchite.

Exxonmobil è arrivata a guadagnare una cifra pari a 6,3 milioni di dollari l’ora, registrando i profitti più alti di sempre e battendo anche il record del 2008 di 45 miliardi di dollari. Una situazione più che fortunata, soprattutto dopo gli oltre 22 miliardi persi durante la pandemia, al punto che l’amministratore delegato della società di ricerca Clearview Energy Partners Kevin Book ha dichiarato: «è come se tutti e tre i quadranti sulla slot machine si fossero allineati in un modo che raramente fanno».

Quella che può esser considerata come una grande fortuna, al tempo stesso però non passa inosservata attirando rabbia e critiche da politici e cittadini. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina è salito del 10% nell’ultimo mese. Ha registrato nelle ultime 5 settimane un aumento costante, fino a raggiungere 5 dollari per un gallone, secondo GasBuddy, rispetto al prezzo medio di 3,51 dollari. «Questi profitti stanno uscendo direttamente dalle tue tasche», ha scritto su Twitter il governatore della California Gavin Newsom. «È tempo che una sanzione per la riduzione del prezzo del gas tenga sotto controllo le avide compagnie petrolifere».

Minacce vuote secondo Darren Woods, Ceo di Exxenmobil che ha affermato: «La mia sensazione è che ci saranno molte conseguenze negative non intenzionali che deriveranno da questo», l’introduzione di una maggiore tassazione potrebbe, difatti, ottenere l’effetto contrario scoraggiando le aziende che intendono aumentare la produzione. La situazione negli Stati Uniti sembra essere, dunque, a un punto morto: è da escludere l’introduzione di tassazioni aggiuntive, così come la possibilità di attingere ulteriormente alle riserve straordinarie di gas. La Camera, controllata dai Repubblicani, avrebbe approvato un disegno di legge per impedire l’utilizzo delle riserve emergenziali, a meno che non vengano concessi terreni aggiuntivi in locazione per la trivellazione di petrolio e gas, una proposta che tuttavia verrà difficilmente accettata dal Senato, composto prevalentemente da Democratici.

Le tassazioni straordinarie sono invece presenti nel Regno Unito, dove il gruppo Shell ha pagato oltre 134 milioni di dollari nel 2022.

A queste si aggiungono il versamento dei contributi di solidarietà all’Europa (ovvero i corrispondenti europei delle tasse straordinarie britanniche) per oltre 520 milioni di dollari. Secondo la Exxonmobil l’introduzione delle tassazioni sugli utili straordinari in Europa avrebbero pesato per un valore di circa 1,3 miliardi di dollari nei conti del quarto trimestre del 2022.

Questa quota è invece considerata decisamente troppo bassa da Paul Nowak, segretario generale della Trades Union Congress (Tuc), il quale ha evidenziato la necessità di abbandonare le scuse e aumentare le tasse sui guadagni straordinari delle compagnie energetiche, «invece di trattenere la paga di paramedici, insegnanti, vigili del fuoco e milioni di altri dipendenti pubblici in difficoltà, i ministri dovrebbero far pagare la loro giusta quota ai grandi del petrolio e del gas».

Profitti che definisce osceni perché «mentre le famiglie in tutta la Gran Bretagna lottano per pagare le bollette e sbarcare il lunario, Shell si sta godendo una fortuna in contanti».

Duramente criticato il Primo Ministro britannico Rishi Sunak, il quale controbatte sottolineando la decisioni di tassazione del Regno Unito in linea con quella di altri Paesi e necessaria a garantire un duplice interesse: sostenere l’aumento del costo della vita, ma al tempo stesso incentivare le aziende a investire nel Paese.

Ma basta per giustificare le cifre da capogiro?

Secondo Jonathan Noronha-Gant, attivista senior di Global Witness, la risposta è no: «Le persone hanno tutto il diritto di essere indignate per gli enormi profitti che Shell ha realizzato nel mezzo di una crisi di accessibilità energetica che ha spinto milioni di famiglie nella povertà».

La maggior parte degli utili realizzati, difatti, sarà distribuita direttamente agli azionisti come dividendi o indirettamente con il riacquisto di azioni proprie. Wael Sawan, amministratore delegato di Shell, annuncia un aumento dei dividendi degli azionisti dell’ultimo trimestre del 15% per circa 6,3 miliardi di dollari.

A questi ai aggiungono i 4 miliardi di dollari di riacquisti di azioni proprie previste nei prossimi tre mesi, in totale Shell sarebbe arrivata a distribuire ai propri azionisti circa 26 miliardi.

Un’ ulteriore accusa mossa alla Shell si affaccia in tema di costi e sostenibilità. Dei profitti così elevati potrebbero essere almeno utilizzati per incrementare il passaggio energetico dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili. Eppure non è così.

«È ora che la smettano di approfittarsi e speculare con la guerra e inizino a concedere una boccata di ossigeno agli americani», ha dichiarato il Presidente americano Joe Biden».

«I leader mondiali hanno appena istituito un nuovo fondo per pagare le perdite e i danni causati dalla crisi climatica. Ora dovrebbero costringere i megainquinatori storici come Shell a pagarci», ha dichiarato Elena Polisano, attivista di Greenpaece Uk. Invece la realtà ci presenta un mondo al collasso nel quale la priorità sembra confermarsi sempre quella di riuscire ad aumentare il volume del portafoglio.

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