Diritti

Afghanistan: passo indietro su donne e ong

I talebani hanno assicurato che le afghane potranno continuare a lavorare nel settore sanitario, «un bisogno della nostra società». Le organizzazioni umanitarie hanno ripreso alcune attività, altre rimangono sospese
Una donna al mercato degli uccelli di Ka Faroshi
Una donna al mercato degli uccelli di Ka Faroshi Credit: Antonin Burat/Le Pictorium Agency via ZUMA Press
Chiara Manetti
Chiara Manetti giornalista
Tempo di lettura 4 min lettura
19 gennaio 2023 Aggiornato alle 20:00

“Abbiamo ricevuto assicurazioni chiare e affidabili dalle autorità competenti che il nostro personale femminile sarà al sicuro e potrà lavorare senza ostacoli”: le parole di Save the Children, scritte nero su bianco in un comunicato, arrivano circa un mese dopo lo stop delle sue attività in Afghanistan a seguito all’ennesima regola imposta alle donne dai talebani: vietato lavorare con le Ong in Afghanistan. La mossa, avevano detto, era giustificata dal fatto che alcune afghane non avessero rispettato il codice di abbigliamento islamico. Molte organizzazioni umanitarie avevano protestato, sospendendo le loro operazioni nel Paese.

Ma ora, CARE, Save the Children e l’International Rescue Committee, 3 organizzazioni umanitarie che lavorano nel settore sanitario, hanno ripreso alcune delle loro attività nel Paese dopo aver ricevuto garanzie sull’incolumità delle afghane che vi lavorano. Il mese scorso l’Irc aveva dichiarato che più di 3.000 componenti del suo staff in Afghanistan erano donne e sarebbe stato impossibile fornire ulteriore assistenza a chi ne avesse avuto bisogno. «La scorsa settimana, il ministero della Sanità Pubblica ha assicurato che il personale sanitario femminile e coloro che lavorano in ruoli di supporto all’ufficio possono riprendere a lavorare», ha detto a Al Jazeera Nancy Dent, portavoce dell’Irc. «Sulla base di questa chiarezza, l’Irc ha riavviato i servizi sanitari e nutrizionali attraverso i nostri team sanitari statici e mobili in quattro province».

A pochi giorni dall’uccisione dell’ex parlamentare afghana Mursal Nabizada, 32 anni, nella sua abitazione a Kabul, i funzionari dell’Onu sono nella capitale per discutere con le autorità afghane della drammatica condizione femminile. Mercoledì 18 gennaio la vicesegretaria generale delle Nazioni Unite Amina Mohammed ha incontrato il ministro degli Esteri afghano a interim Amir Khan Muttaqi per sottolineare «la necessità di sostenere i diritti umani, in particolare per le donne e le ragazze», ha riferito il vice portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq, e «l’importanza di continuare a essere guidati dai principi», incoraggiata dalle «esenzioni» che hanno permesso di ricominciare alcune operazioni in settori come l’assistenza sanitaria.

Muttaqi, riporta l’agenzia di stampa Reuters, ha dichiarato che le donne possono lavorare nei settori della sanità e dell’istruzione, ma meno di un mese fa le disposizioni imposte dai talebani erano state ben altre: il 24 dicembre 2022, era stato ordinato alle organizzazioni umanitarie locali e straniere di impedire al personale femminile di lavorare fino a nuovo ordine, mentre pochi giorni prima era stato vietato alle afghane l’ingresso nelle università. Da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto 2021, hanno pian piano escluso le afghane dalla vita pubblica, imponendo loro una serie di restrizioni. Un portavoce del ministero afghano della Sanità Pubblica ha dichiarato a Reuters di non aver interrotto alcuna attività relativa alla salute: «A causa di un malinteso hanno interrotto i loro servizi sanitari e ora hanno li hanno riavviati», ha spiegato.

Abdul Rahman Habib, portavoce del ministero dell’economia che ha varato il divieto, ha detto all’Agence France-Press che permettere alle donne di lavorare nel settore sanitario era «un bisogno della nostra società. Abbiamo bisogno di loro per sostenere i bambini malnutriti e altre donne che necessitano di servizi sanitari. Loro (il personale femminile) stanno lavorando in linea con i nostri valori religiosi e culturali». Centinaia di Ong hanno operato nel Paese per affrontare una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con circa metà dei 38 milioni di abitanti affamati e 3 milioni di bambini a rischio di malnutrizione.

Save the Children ha specificato che, “con il divieto generale ancora in vigore, le nostre altre attività in cui non abbiamo garanzie affidabili che le nostre colleghe possano lavorare, rimangono sospese”. Secondo due funzionari umanitari citati da Afp, ci sarebbero delle trattative in corso con le autorità per consentire alle donne di lavorare in altri settori tra cui istruzione, servizi igienico-sanitari e distribuzione di cibo.

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